Perché nostro figlio è così competitivo? Comprendiamo le ragioni di questo atteggiamento.


Perché nostro figlio è così competitivo? Comprendiamo le ragioni di questo atteggiamento.

Silvia Polin

 

C’è una fase normale nella crescita in cui il bambino vive un senso di onnipotenza e di egocentrismo dominato da un pensiero magico; quell’aspettativa infantile per la quale quello che pensa o desidera, deve accadere per il solo fatto che nasce da lui. Tutto ciò, a mano a mano che il bambino si confronta con i limiti e le frustrazioni della realtà, si ridimensiona e il piccolo inizia a relativizzare il suo punto di vista imparando ad accettare che oltre al suo desiderio, c’è un mondo che ha regole e bisogni diversi dai suoi con cui deve venire a patti.

Nel percorso maturativo è necessario quindi che il genitore aiuti, con delicatezza e rispetto, a dare dei confini al figlio, in modo che possa costruire il senso delle sue capacità e dei suoi limiti crescendo un valore di sé solido e ben centrato. Nell’esplorare il tema della competizione come bisogno di primeggiare, lo analizzeremo da diverse angolazioni partendo dal presupposto che l’agonismo non è un atteggiamento negativo in sé ma diventa disfunzionale in base alla pervasività e all’impatto che ha sul bambino. A qualsiasi età è infatti del tutto normale sentire della frustrazione per aver perso, ma affinché questa esperienza diventi costruttiva è importante la vicinanza affettiva del genitore per accogliere il dispiacere del figlio, accompagnandolo a riconoscere il valore dell’esperienza.

Quando invece la sconfitta è vissuta come qualcosa di inaccettabile e di intollerabile si può tendere verso una costante ricerca del successo correlato a reazioni intense di rabbia quando non viene raggiunto. Per alcuni figli la sconfitta è infatti una vera e propria ferita narcisistica che va a minare le fondamenta dell’autostima, come se l’amore che può ricevere sia condizionato alle sue prestazioni. Vivere sentendosi degno di considerazione solo se vincenti è molto doloroso oltre che estremamente faticoso. Crescere con questa pressione e con l’ansia di dover primeggiare, porta a perdere il piacere dell’esperienza vivendo l’altro non come un compagno di giochi ma come un eterno rivale.

Ma perché per un bambino, e a seguire da adolescente e da adulto, diventa così intollerabile la sconfitta? Perché un figlio arriva a sentire di dover essere il migliore?

Per rispondere a queste domande è bene riflettere sul modo con cui incoraggiamo e valorizziamo nostro figlio. Cerchiamo quindi di comprendere le molteplici ragioni che possono alimentare questo disfunzionale atteggiamento competitivo.

Quando la sua visibilità e la possibilità di ricevere attenzioni si legano o si subordinano ai momenti in cui eccelle, il figlio sarà indotto a ricercare questa “eccellenza”. L’essere sempre al top, superiore e di riflesso ammirato diventa quindi il modo in cui il bambino/ragazzo si sente speciale e per questo insostituibile. Tanto più il valore di sé è legato alla performances, quanto più sarà inaccettabile la sconfitta vissuta come un’esperienza di invalidazione che decreta il senso del proprio disvalore. Attenzione quindi come genitori a dare troppa enfasi ai successi, mostrando disapprovazione ed insoddisfazione di fronte ai fallimenti perché si rischia di rinforzare comportamenti dominati dalla logica del “o tutto o niente”; una logica per cui o sono solo superiore agli altri, o sono solamente un perdente. Nel sottolineare che è del tutto naturale che un genitore sia fiero ed orgoglioso dei successi del figlio, dobbiamo quindi approfondire due aspetti insidiosi: da una parte se si tende ad esibire il bambino nei traguardi raggiunti e dall’altra come si reagisce quando il figlio commette un errore. Quando l’elogio è l’espressione di un legittimo ed equilibrato riconoscimento, esso è un modo con cui il genitore rafforza l’autostima del bambino/ragazzo. Occorre però fare attenzione a non far diventare il figlio un oggetto di vanto da esibire, esaltando l’ego del bambino/ragazzo con superlativi assoluti (bravissimo, intelligentissimo) che costruiranno un falso sé basato su un’idealizzazione delle proprie capacità e sull’impossibilità di percepirne i limiti. Se il genitore ha aspettative grandiose, è bene sia consapevole del rischio di ingabbiare il figlio in uno stato di tensione costante al punto da spingerlo a dover continuamente stupire per essere straordinario. O all’opposto queste pressioni possono portare il figlio ad evitare di mettersi in gioco per la paura di deludere e di non essere all’altezza. Prepararlo alla vita non vuol dire quindi educarlo a essere perfetto, ma insegnargli a rialzarsi di fronte ai fallimenti che incontrerà inevitabilmente nella sua vita. Questo perché di fronte agli insuccessi non si convinca di essere un perdente adottando di riflesso un atteggiamento rinunciatario.

I genitori che venerano il figlio ne alimentano l’egocentrismo. La condizione in cui tutta la famiglia ruota intorno ai suoi desideri, costruendo un mondo accondiscendete, non rispecchia infatti la realtà. Per questo la sconfitta può diventare così inaccettabile per un bambino-centrico in cui l’aspettativa (magica) è di essere sempre appagato. Con il risultato che (non ottenendo ciò che vuole), diventi aggressivo pretendendo ciò che sente gli spetta di diritto.

Nostro figlio ha un valore unico e il riconoscimento più nutriente che possiamo dargli è credere in lui (realisticamente), sostenendolo e trovando il tempo per ascoltare i suoi sogni, le sue paure, le sue gioie. Costruire cioè uno spazio relazionale in cui coltivare la sua unicità dando valore a ciò che pensa e a ciò che sente mostrandogli un genuino interesse, non solo quando taglia il traguardo o affronta grandi imprese ma anche per le cose semplici e normali. Perché ogni esperienza porta con sé comunque e sempre un arricchimento da valorizzare.

Rispetto agli insuccessi, il genitore può insegnare con l’esempio, ad imparare dagli errori. In questo processo bisogna fare molta attenzione a non ridicolizzare né umiliare il figlio di fronte ai suoi sbagli altrimenti l’onnipotenza iniziale tende a virare in un senso di impotenza e di incapacitazione. Quando si critica toccando la dimensione dell’essere anziché quella del fare, dicendo per esempio “sei stupido”, al posto di “hai fatto una stupidaggine”, si può ferire un figlio al punto che per riscattarsi e per evitare ulteriori biasimi, può spingersi a dover essere il migliore!

Per abbassare l’ansia della sconfitta facciamo attenzione anche ai messaggi impliciti ed espliciti che veicoliamo rispetto a chi perde. Se un figlio tende a denigrare, vuol dire che da qualche parte l’ha visto fare. Per questo è importante che nel dire bravo a un figlio che ha vinto, si valorizzino le capacità e i meriti anche di chi non è arrivato primo, guardandolo insieme al figlio non in modo arrogante. Insegniamo a stare con gli altri non in termini contrappositivi “io o tu” ma di rispetto e comprensione, in modo che l’altro non sia visto come un nemico da sopraffare ma come un possibile alleato; come qualcuno cioè che ha una sua identità fatta di vittorie e sconfitte ma soprattutto di risorse, capacità e limiti indipendentemente dall’essere arrivato primo o ultimo.

Ci sono genitori che, spinti dalla motivazione e dal bisogno di dare stimoli migliorativi al figlio, tendono ad essere più accurati nell’evidenziare il difetto. Vedere sempre il “bicchiere mezzo vuoto” affatica e indebolisce il figlio che crescerà con un’ansia di prestazione al punto che solo il primeggiare, potrebbe temporaneamente placare il suo non sentirsi mai abbastanza.

Può capitare senza nemmeno accorgersene che di fronte ad una prestazione del figlio, subito dopo aver chiesto il voto si sposti l‘attenzione sui risultati raggiunti dagli altri, attivando un doloroso confronto in cui solo l’essere sempre primo garantisce di non percepire o di non temere la delusione o la disapprovazione nello sguardo genitoriale.

In altre situazioni familiari il figlio può essere sollecitato a crescere troppo in fretta anticipando le fisiologiche tappe evolutive, diventando un piccolo adulto a cui è richiesto di affrontare compiti troppo difficili rispetto all’età. Sono cioè i bambini portati precocemente allo svezzamento, a fare i bisogni nel vasino, a leggere, a scrivere, impostando il suo sviluppo e la sua educazione sull’arrivare prima.

CONCLUDENDO: una competitività esagerata in nostro figlio può essere il sintomo di una fragilità identitaria e nei livelli di autostima. Può riflettere un ambiente familiare troppo prestazionale e poco nutriente sul piano affettivo. Insegniamo a non ridurre l’essenza di una persona ad una performances e al risultato ottenuto; a non evitare la sconfitta ma ad affrontare le difficoltà. Educhiamo al fatto che nella vita non può andare sempre bene e quando nostro figlio perde, restiamogli vicino per aiutarlo ad esprimere la sua frustrazione e il dispiacere accogliendo lo sconforto senza giudicare o banalizzare i suoi momenti di fragilità. Insegniamogli a giocare e a dare il meglio sé, apprezzandolo nell’impegno e nella passione che ha messo in quella prova, al di là del risultato. Insegniamogli a riconoscere il valore degli altri. Il rispetto e l’empatia sono alla base della socializzazione mentre la competizione, a tutti i costi, crea le fondamenta di una vita stressante e in solitudine. Per questo è importante insegnargli a costruire buone relazioni imparando a crescere “con” e non “contro” l’altro. E in questo gli sport di gruppo dove si vince come squadra sono molto importanti per i bambini eccessivamente competitivi.


 

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