Agitazione dei figli e sopravvivenza dei genitori: una relazione inversamente proporzionale. Oppure no?


Agitazione dei figli e sopravvivenza dei genitori: una relazione inversamente proporzionale. Oppure no?

Mariacristina Caroli

Vi è mai capitato che vostro figlio facesse fatica ad addormentarsi, nonostante fosse visibilmente stanco? E che anzi, magari, si attivasse fisicamente ed emotivamente, esattamente due minuti prima di andare a letto? Se sì, quanto vi ha sfiancato in queste occasioni? Un comportamento simile da parte di mia figlia, quasi quotidiano e tendente all’aumento di durata, è proprio quello che ha fatto potentemente vacillare la fiducia nella mia stessa sopravvivenza, oltre che in quella di mia figlia. Perchè se anche fosse riuscita a sopravvivere alla deprivazione autoindotta di una quantità sempre maggiore di tempo prezioso per il sonno, non credo sarebbe riuscita a lungo a sopravvivere a me! Scherzi a parte, l’agitazione dei nostri figli può aumentare il livello di frustrazione di noi genitori nel non riuscire a tranquillizzarli, creando un’escalation di pensieri ed emozioni spiacevoli che non fanno altro che aumentare il livello di agitazione di entrambe le parti. Quindi, dopo aver provato numerose strategie e averne puntualmente verificato l’insuccesso, ho deciso di fare una passeggiata in libreria alla ricerca di qualche lettura che potesse aiutarmi e mi sono imbattuta in un libro dal titolo “Le paure segrete dei bambini: come capire e aiutare i bambini ansiosi e agitati” di Lawrence J. Cohen, uno psicologo e psicoterapeuta che vive a Boston ed è specializzato in terapia del gioco, nel gioco infantile e nella genitorialità. L’opera di Cohen, di cui consiglio vivamente la lettura, offre un’infinità di spunti di riflessione in merito all’ansia dei propri figli ed alle numerose sfumature in cui può manifestarsi, accompagnando fin da subito – ma molto delicatamente – il genitore/lettore a fare i conti con la propria.

Quando arrivai a Milano, subito dopo la laurea, iniziai a fare tirocinio per una fondazione che si occupa della riabilitazione di pazienti psichiatrici e mi “buttarono” quasi letteralmente nel lavoro che avrei dovuto svolgere, accompagnando uno degli ospiti della comunità ad una visita medica. Ricordo, come fosse ieri, che rivolsi alla segretaria della fondazione una serie di domande pratico-organizzative alle quali mi rispose, con estrema semplicità e un po’ di ironia: “ma lo sai che sei ansiosa?”. No, non lo sapevo. Era la prima volta che qualcuno me lo faceva notare: quella che credevo essere una buona capacità organizzativa accompagnata dalla cura dei dettagli era comunemente denominata “ansia”, o per lo meno ne era un effetto. Funzionale, per carità. Ma ero ansiosa e non ci avevo mai fatto caso.

Una delle prime cose che mi hanno colpito leggendo l’opera di Cohen è stata l’ereditarietà genetica dell’ansia, oltre all’apprendimento modellato dal comportamento genitoriale e non. In parole povere, se i nostri genitori erano o sono ansiosi c’è una grandissima probabilità che lo siamo anche noi, sia per genetica che per influenza “ambientale” e, udite udite, che lo siano anche i nostri figli, i figli dei nostri figli e via dicendo. A questo punto, se il battito del cuore o la sudorazione dovessero essere aumentati alla lettura di queste parole, non c’è da temere: si può apprendere come gestirla, contenerla e non essere così nefastamente responsabili del futuro emotivo della nostra progenie. Sempre a patto che ne diventiamo consapevoli e che vogliamo fare qualcosa per noi stessi, con la “scusa” (se proprio dovessimo averne bisogno) di farlo per i nostri figli. Ma più che di scusa sarebbe utile parlare di occasione o di opportunità!

Cohen offre una quantità importante di strategie cognitive e soprattutto di giochi da fare con figli agitati utili al contenimento ed alla sfida dell’ansia e dei pensieri ansiosi, di cui il primo che mi ha letteralmente catturata è il principio del “secondo pulcino calmo”. A partire da un esperimento di scienze che aveva condotto alle medie, si era reso conto che un pulcino spaventato in immobilizzazione tonica (il cosiddetto “fare il morto”) riprende a muoversi più facilmente se vede un altro pulcino camminare, mentre rimane immobilizzato più a lungo con un pulcino immobilizzato al suo fianco o se si guarda allo specchio (quindi credendo di guardare un altro pulcino immobilizzato). L’idea semplice ma geniale di Cohen è stata quella di associare l’esperimento di scienze alla difficoltà di tranquillizzare i propri figli ansiosi da parte di alcuni genitori che si rivolgevano a lui. Da qui la proposta di essere il “secondo pulcino calmo” per i nostri figli, evitando risposte cognitive che neghino loro la possibilità di sentire ed esprimere l’ansia o la paura (del tipo “non c’è alcun bisogno di avere paura di…”), nonostante siano assolutamente legittime e mosse da ottimi propositi, e preferendo una “connessione” emotiva e di contatto fisico rassicurante, magari accompagnata da domande che riportino il bambino sulla sintonizzazione emotiva con noi adulti. Un qualcosa tipo “vedo che stai provando molta paura, se ti abbracciassi potrebbe andar meglio? Puoi guardarmi negli occhi e vedere se io ho paura?”. Il principio alla base è molto chiaro: nostro figlio, che in un dato momento esprime o manifesta una certa ansia o paura per qualcosa che noi sappiamo essere innocua o immaginaria, non sarà rassicurato tanto dalle parole che utilizzeremo per spiegargli che di quel qualcosa non c’è bisogno di aver paura (il cui messaggio implicito è non dovresti provare quello che provi), quanto dal fare “esperienza” della nostra tranquillità, del nostro calore e della nostra presenza emotiva rassicurante. Va da sè che quando si tratta di paure “immaginarie” come quella per i mostri sotto il letto questo nostro compito sarà un po’ più semplice e questa tecnica avrà più probabilità di successo rispetto a quando si tratterà invece di paure che abbiamo anche noi, più o meno consapevolmente o intensamente. Come Cohen stesso afferma, “per calmare i bambini dobbiamo essere in grado di tranquillizzare noi stessi e sapere di che cosa hanno bisogno per essere confortati”. E per tranquillizzare noi stessi, di cosa abbiamo bisogno?

“Il contrario di ansia elevata”, dice Cohen, “non è una piccola dose di ansia, ma è connessione, fiducia, giocosità e gioia. Un genitore rassicurante è un genitore che ascolta, che rispecchia, che contiene. Prima di essere genitori rassicuranti con i nostri figli, quindi, è indispensabile che riusciamo ad esserlo con noi stessi, permettendoci di sentire e manifestare le emozioni che sentiamo, ascoltando i bisogni reali che stanno alla base dei nostri comportamenti o delle nostre reazioni, accettandoli per quelli che sono ed attivandoci per soddisfarli come meglio sappiamo. Imparando a dare energia, per dirla in Analisi Transazionale, al nostro Stato dell’Io Genitore Affettivo prima con noi stessi, viene automatico “utilizzarlo” anche con i nostri figli. Ma è possibile anche il procedimento inverso: se impariamo ad essere dei “buoni” genitori per i nostri figli, ci renderemo conto che potremo esserlo anche con noi stessi.

Nella maggior parte dei casi, se i nostri figli hanno un “sintomo”, la “terapia” è principalmente nelle nostre mani. E la loro terapia diventa inesorabilmente anche la nostra.

Per concludere, è proprio vero che la relazione tra agitazione dei nostri figli e nostra sopravvivenza è inversamente proporzionale? Se cresce la loro agitazione la nostra possibilità di sopravvivere diminuisce? Io credo che se ammettiamo la possibilità di imparare a contenere e a gestire l’ansia nostra e dei nostri figli allora la relazione inversamente proporzionale non sussiste più e, anzi, la loro agitazione ci permette di farci delle domande che ci portano ad una nuova vita, altro che sopravvivenza! Voi che ne pensate?


 

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