“Mamma, papà, sono gay”: il delicato processo di coming out del proprio figlio


“Mamma, papà, sono gay”: il delicato processo di coming out del proprio figlio

Mariacristina Caroli

Se cercate la definizione di coming out su Google vi appare, tra le prime opzioni, il link di Wikipedia, che cito testualmente: “Nel mondo LGBT l’espressione coming out è usata per indicare la decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. Questa espressione deriva dalla frase inglese coming out of the closet (“uscire dal ripostiglio” o “uscire dal nascondiglio”, ma letteralmente “uscire dall’armadio a muro”), cioè uscire allo scoperto”.

Quanti spunti di riflessione in poche righe! Pensiamo al nascondiglio, alla voglia di uscirne, alla necessità di esprimersi e vivere se stessi allo scoperto, per l’appunto, in una società che di contro considera “normale” l’eterosessualità e vive l’omosessualità o l’identità di genere variamente definita (rispetto alla “norma”) una condizione di diversità per cui doversi nascondere.

Il coming out è in realtà un lungo (quanto una vita) e delicato processo di espressione di sé affiancato da un altrettanto lungo processo di identificazione ed autoconsapevolezza psicofisica. Ognuno di noi vive un proprio e personalissimo sviluppo psicosessuale a partire dalle prime fasi della vita, che nella maggioranza dei casi conduce ad un’identificazione con il maschile per un uomo e con il femminile per una donna: trovarsi statisticamente nel range di una maggioranza, però, non implica necessariamente essere “normali”, così come rientrare nel range di minoranza non significa essere “diversi”. Ognuno di noi è diverso da qualunque altra persona al mondo, lo sanno bene, ad esempio, le ostetriche che aiutano alla vita, oppure chi per lavoro ha a che fare con le impronte digitali, o con il corpo, la mente e le emozioni umane.

Senza entrare nel merito di considerazioni sociologiche e culturali più approfondite, ho preferito iniziare dalla definizione di coming out proprio per sottolineare come il retroterra culturale ed ideologico influenzi profondamente sia il sentire di chi vive la percezione psicofisica e la scoperta della propria omoaffettività, sia il sentire del mondo che lo circonda, a partire dalle figure generalmente più significative quali sono i propri genitori o in generale i caregivers. Per un interessante approfondimento sui messaggi veicolati inconsapevolmente dal contesto socio-culturale rispetto al genere di appartenenza, vi consiglio la lettura di due articoli di questo stesso blog, Crescere figlie femmine e Crescere figli maschi, della dott.ssa Annalisa Valsasina: stereotipi e generalizzazioni sono acerrimi nemici di un sano processo di identificazione ed autoconsapevolezza. Ma cosa dobbiamo sapere, da genitori, per accompagnare e sostenere i nostri figli, così come desideriamo farlo per ogni aspetto della loro vita, anche in questo processo così delicato e complesso? A cosa andranno incontro i nostri figli e cosa vivono?

Lo stupore, l’incredulità, la paura, il senso di colpa, la curiosità, la rabbia, la tristezza, a volte anche il disgusto sono solo alcune delle mille sfaccettature di tutte le emozioni che questa “scoperta” può portare con sè per chi la vive, fortemente influenzate dalle opinioni di familiari, amici, conoscenti e società. Così fortemente e profondamente, che la locuzione omofobia interiorizzata sta proprio ad indicare “l’insieme di sentimenti ed atteggiamenti negativi (dal disagio al disprezzo) che una persona può provare (più o meno consapevolmente) nei confronti della propria omosessualità” (V. Lingiardi, N. Nardelli, 2014). Scarsa accettazione e stima di sè, senso di insicurezza o di inferiorità, vergogna, incapacità di comunicare agli altri il proprio orientamento, identificazione con gli stereotipi denigratori: sono difficoltà purtroppo estremamente comuni per tutti coloro che non si sentono eterosessuali. Inoltre, quanto maggiore è la percezione del rifiuto sociale tanto maggiore sarà il grado di allerta e di sensibilità all’ambiente, ossia lo stigma percepito, che contribuisce ad aumentare il livello di vigilanza relativo alla paura di essere identificati come gay o lesbiche. Omofobia interiorizzata, stigma percepito ed esperienze vissute di discriminazione o violenza sono le tre dimensioni del minority stress (Lingiardi, 2007/2012; Meyer, 1995, 2003), cioè tutto l’insieme dei disagi psicologici cui possono essere sottoposte le persone non eterosessuali. Possono: non c’è scritto proprio da nessuna parte che debba essere così, nessuna legge che imponga questi disagi, questi sentimenti negativi, tutto questo dolore. Perchè la difficoltà maggiore di un genitore, nel “vivere” il coming out del proprio figlio, sta proprio nell’accettare che possa provare tutto questo dolore, che possa sentirsi o essere discriminato, che possa perdere fiducia in se stesso e nel mondo, che possa non avere pari opportunità del mondo eterosessuale.

Per qualche anno ho seguito in terapia un uomo meraviglioso, che chiamerò Giulio, di circa 30 anni, che da molti anni conviveva ed aveva una relazione stabile e appagante con un altro uomo, all’incirca suo coetaneo. Giulio è entrato in terapia per forti attacchi d’ansia, aveva pensieri ossessivi e non si fermava mai, ammalandosi spesso fisicamente pur di non fermarsi ed ascoltarsi. Giulio era stato il figliol prodigo, si era preso cura fin da piccolo della mamma, lasciata dal papà quando Giulio era ancora alle elementari: era il suo figlio perfetto, bravissimo in tutto quello che faceva, impeccabile nel prendersi cura di lei e nel non crearle alcun tipo di problema. Finchè Giulio non ha scoperto di essere omosessuale, con enorme disagio e difficoltà emotiva: come avrebbe potuto deludere così tanto sua madre? Una madre molto severa, avara di carezze e riconoscimenti, che allo stesso tempo aveva così bisogno di lui! Giulio ha nascosto per tanto tempo la sua omosessualità, a se stesso quanto alla madre, finchè forte della sua consapevolezza, della sua sensibilità, della sua cultura ed intelligenza, è riuscito ad aprirsi alla verità di ciò che sentiva ed a coinvolgere anche la madre in questa sua scoperta. La madre non è mai riuscita ad accettarlo. Dalla rabbia, alla proposta di “cure” che lo “guarissero”, ad accenni indiscreti alla famiglia che avrebbe avuto un giorno con la sua futura nuora fino a rifiutare apertamente l’incontro con il suo compagno di una vita, anche in un momento di forte necessità dato da un intervento chirurgico che ha dovuto sostenere Giulio. Il dolore che l’atteggiamento di totale chiusura della mamma ha provocato nel figlio è stato presente in ogni seduta, dirompente come un vulcano e allo stesso tempo strisciante come un serpente: ci sono voluti anni per imparare a riconoscere e a combattere le profondissime autosvalutazioni di Giulio, perchè si prendesse cura di sè e lavorasse per la propria felicità. E quanta fatica per comprendere ed accettare che una madre non ami il proprio figlio per quello che è, per quello che ama. Ideologie, convinzioni, pregiudizi, religione, cultura: tutto piò rappresentare terreno fertile per la non accettazione e, allo stesso tempo, il muro più alto da scalare pur di non guardarsi dentro e fare i conti con le proprie paure e con la necessità di proteggere il proprio figlio a tutti i costi. Anche a costo della sua stessa felicità, paradossalmente. Giulio ha concluso la terapia ma ogni tanto ancora oggi mi aggiorna su di sè e i suoi vissuti, e le sue condivisioni mi riempiono il cuore di affetto e di stima. Il rapporto con la mamma continua ad essere ancora molto difficile, ma lui ha imparato ad essere il responsabile del proprio benessere e della propria felicità, fatta anche di piccole cose, e a mantenersi sempre in contatto con se stesso, senza rischiare di perdersi ancora, come faceva una volta.

Noi genitori abbiamo paura della società e di quello che ha in serbo per i nostri figli, abbiamo legittimamente paura di quali saranno i loro diritti, di quali le loro opportunità: ne abbiamo così tanto il terrore da dimenticarci che siamo noi parte integrante di quella società, che noi stessi possiamo batterci per quei diritti che saranno quelli dei nostri figli, che, per citare una mia carissima amica e sorella d’elezione, medico chirurgo, “la consapevolezza è il futuro”. E ci dimentichiamo ancora più “facilmente”, a volte, che l’amore per un figlio non deve essere scontato, perchè i nostri figli hanno un bisogno costante di conferme proprio di quell’amore da parte nostra. Tutto il resto, ma davvero TUTTO, si supera insieme, si affronta insieme, si cambia se c’è da cambiarlo o si accetta, quando non si può far nulla.

Dove c’è un ascolto profondo dell’altro e una condivisione di vissuti, pensieri ed emozioni, non servono schermi, maschere o ideologie per nasconderci dalle nostre stesse paure. Nella totale accettazione dell’essere umano per quello che è e per quello che ama, nel suo particolarissimo ed ineguagliabile modo al mondo, nella comprensione profonda di sè e dell’altro-da-sè, quelle stesse paure sono essenziali. Ci aiutano a conoscerci ed a farci conoscere genuinamente, aiutano ad eliminare sovrastrutture relazionali disfunzionali, giochi psicologici e dinamiche tossiche. Nutrono la relazione genitore-figlio, permettono una reciproca apertura, aumentano il senso di fiducia da parte dei nostri figli e possono anche diventare base di partenza per efficaci strategie di problem solving. Apriamo il cuore alle nostre stesse paure, mamme e papà, perchè viverle insieme ai nostri figli diventa, per l’appunto, vitale.


Bibliografia

FERRARI, F. (2015), La famiglia inattesa, i genitori omosessuali e i loro figli, Mimesis Edizioni (Milano – Udine).

LINGIARDI, V., NARDELLI, N., (2007), “Spazio zero. Minority stress e identità omosessuali”. In ANTOSA, S. (a cura di), Omosapiens 2. Spazi e identità queer. Carocci, Roma, pp. 44-49.

LINGIARDI, V., NARDELLI, N., (2012), “Partner relational problem”. In LEVOUNIS, P., DRESCHER, J., BARBER, M.E. (a cura di)The LGBT Casebook. American Psychiatric Publishing, Washington – London, pp. 223-230.

LINGIARDI, V., NARDELLI, N., (2014), Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapiacon persone lesbiche, gay, bisessuali, Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 36-40.

MEYER, I.H. (1995), “Minority stress and mental health in gay men”. In Journal of Health and Social Behavior, 36, 1, pp. 38-56.

MEYER, I.H. (2003), “Prejudice, social stress, and mental health in lesbian, gay, and bisexual populations: Conceptual issues and research evidence”. In Psychological Bullettin, 129, 5, pp.674-697.

https://it.wikipedia.org/wiki/Coming_out

https://www.istitutobeck.com/omofobia-interiorizzata-omosessuale


 

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