Impariamo a ridere


Impariamo a ridere

Diana Misaela Conti

In termini tecnici potremmo definire l’umorismo come la manipolazione volontaria di elementi strani/incongrui/bizzarri a scopo di divertimento. Questa incongruenza provoca uno scarto tra quello che ci si aspetterebbe e quello che accade che ha come conseguenza una risata o divertimento.

In termini meno scientifici, invece, l’umorismo è quella qualità che rende le cose buffe (Franzini,2002).

Gli psicologi della personalità Hell e Ruch (1998) si sono occupati di studiare le diverse sfaccettature dell’umorismo e hanno individuato quattro elementi utili per comprenderne lo sviluppo:

Il primo è la comprensione. L’elemento buffo deve, prima di tutto, essere compreso sia negli aspetti verbali che non verbali. Un film comico in una lingua straniera, ad esempio, richede un buon livello di comprensione linguistica, altrimenti molto sfuggirebbe. In modo analogo, se scherziamo con un bambino non possiamo trascurare il suo livello di competenza linguistica per essere certi che capisca se siamo seri o meno.

In secondo luogo, vi è l’apprezzamento, che deriva dal gusto personale: cosa fa ridere chi? Anche questa caratteristica viene influenzata dall’età e dalla specificità di chi ascolta. C’è chi trova molto divertenti i cine-panettoni e chi apprezza un umorismo più “inglese”. Siamo tutti diversi ed inoltre l’ umorismo può cambiare con il variare dell’età: pensiamo agli adolescenti e alle loro battute irriverenti e volgari, difficilmente farebbero ridere un adulto!

L’espressione, poi, si riferisce alla qualità e alla quantità di una reazione allo stimolo umoristico. C’è chi si lascia andare in una risata squillante e rumorosa, chi sorride, chi arriva alle lacrime, anche in questo caso età, personalità e cultura giocano un ruolo determinate.

Infine abbiamo la produzione, perché l’umorismo non solo si ascolta, ma si fa! Fare umorismo implica la capacità di cambiare stimoli apparentemente neutri in qualcosa di divertente. Non è per niente un compito semplice: servono intelligenza, creatività, capacità di cogliere connessioni e legami anche poco lineari, ma anche molta sensibilità per evitare battute di cattivo gusto e/o fuori luogo!

Nel tentativo di compredere sempre di più l’umorismo e i suoi meccandismi, lo psicologo Harvey Mindess sostiene che una prospettiva umoristica implica sei qualità specifiche:

  • Flessibilità: la capacità di guardare le cose da punti di vista diversi.

  • Spontaneità: cogliere e agire in poco tempo leggendo la situazione nel complesso, osando esporsi.

  • Anticonformismo: l’abilità e il coraggio di andare oltre i valori e le norme più comunemente accettati.

  • Perspicacia: la capacità di intuizione associata alla prontezza e alle opportunità.

  • Giocosità: la voglia di ridere e giocare, di mantenere attivo il nostro Bambino in modo sano e per nulla “infantile”.

  • Umiltà: non solo scherzare su altro/i, ma anche su noi stessi, perché usare il senso dell’umorismo ha sempre una certa dose di rischio.

Questa breve panoramica ci fa capire quanto il senso dell’umorismo sia una qualità tutt’altro che banale che comprende abilità complesse. L’umorismo è un antidoto prodigioso alla tristezza e, giustamente dosato e usato, un elisir di leggerezza per la vita di tutti i giorni. Una dote, insomma, che è utile avere e svillupare!

Franzini (2002) sostiene che aiutare il proprio figlio a sviluppare un buon senso dell’umorismo è fondamentale per diversi motivi tra cui:

  • I bambini che sanno ridere del lato buffo della vita posso dirsi “interiormente felici”.

  • La ricerca psicologica mette in correlazione umorismo con una serie di qualità come: intelligenza, socievolezza, creatività etc.

  • Fare umorismo aumenta la capacità di godersi la vita e le esperienze quotidiane.

  • Il senso dell’umorismo può aiutare ad affrontare gli eventi stressanti.

Secondo Françoise Bariaud l’umorismo nel bambino si evolve di pari passo con il suo sviluppo: più le sue conoscenze sul mondo si approfondiscono, più cambia la percezione dello strano e del bizzarro. Come abbiamo già detto: ciò che appare strano e divertente a un’età non lo sarà più ad un’altra e viceversa. Questo è tutt’altro che scontato quando abbiamo a che fare con un bambino: Siamo sicuri che capisca le nostre battute? Le trova divertenti oppure incomprensibili o, addirittura, spaventose?

A volte, quella che è chiaramente una battuta per un adulto è tutt’altro per un bambino.

Ricordo un episodio accaduto anni fa in un centro estivo: una bimba di circa 4 anni chiese al suo arrivo al centro “Ma dopo la mamma viene a prendermi?” sorridendo l’educatrice rispose “Mavvaaaa ti lascia qui con noi tutta notte!”. Quella che per tutti gli adulti presenti (e anche per i bambini più grandi) era una battuta venne, invece, interpretata dalla piccola come una affermazione con conseguente pianto a dirotto!

Questo semplice aneddoto può essere un interessante spunto di riflessione : cosa fa ridere quando?

Tenendo conto delle differenze individuali si possono identificare alcuni stadi più o meno stabili nello sviluppo dell’umorismo:

Neonati e bambini fino ai 2 anni circa: la risata è piacere. Ciò che la fa scaturire è spesso la sorpresa (come il gioco del cucù). Intorno ai 6 mesi l’attenzione dei bambini si sposta verso l’esterno, sviluppano, infatti, un interesse tutto particolare per l’ambiente in cui fanno ridere i comportamenti insoliti. I bambini di 20 mesi circa, poi, si divertono con il gioco del “far finta che” stravolgendo il normale uso degli oggetti. Secondo Paul McGhee, proprio questo gioco segna il vero inizio dell’umorismo nei bambini.

Età prescolare: Quando si sviluppa il linguaggio fa la sua comparsa anche l’umorismo verbale. Le parole e le filastrocche sono fonti di rumori divertenti in cui il bambino si perde. Non è importante il loro significato quanto il loro suono. A questa età è la percezione (suono, vista, tatto..etc) che domina sulla conoscenza. In altre parole, una cosa per essere buffa deve chiaramente apparire strana o incongrua come una gatto che abbaia o una bici con le ruote quadrate. Non verranno invece comprese le assurdità concettuali come le barzellette, le battute o le storielle. Tutto deve essere ancora ancorato alla realtà e non al mondo del pensiero.

Tra i 5 e i 7 anni: si assiste al vero momento di svolta. I bambini cominciano ad apprezzare barzellette ed indovinelli anche se ancora concreti e grossolani. Fanno ridere battute o imitazioni di argomenti “non accettabili come tutto ciò che riguarda il bagno e la pulizia. In questo periodo comincia ad essere percepito il potere sociale che deriva dal riuscire a fare ridere gli altri, nei gruppi classe si possono cominciare a distingure i bimbi che fanno i “buffoncelli”.

Bambini tra gli 8 e i 12 anni: cominciano a sviluppare un umorismo sempre più raffinato e sottile, meno grossolano. Con la preadolescenza migliorano e abilita nel pensiero logico, le barzellette diventano piu sofisticate. Con l’approssimarsi dello sviluppo cominciano ad aumentare anche le battute a sfondo sessuale o aggressive.

Adolescenza: Secondo Chapelier l’umorismo degli adolescenti merita un’attenzione tutta particolare. Le loro battute, infatti, sono solitamente molto creative e originali. Crude, spinte a volte volgari, riguardano tematiche sessuali, trasgressive, o comunque socialmente poco accettabili. Spesso molto realistiche e disincantate. Lo fanno per provocare gli ascoltatori e dare espressione ai propri fantasmi personali. Henri Danon-Boileau, psichiatra, precisa che l’umorismo consente all’adolescente di definire meglio la propria identità̀ e di sentirsi più autonomo.

Ogni età ed ogni persona ha il suo umorismo, ma non è qualcosa che è dato nel “kit del nascituro” è una qualità che può essere sviluppata e che deve essere tenuta in allenamento. Per concludere, ciò che mi preme sottolineare è che l’umorismo è una “cosa” seria a cui vale la pena prestare attenzione. Clive James, scrittore e poeta australiano, definisce l’umorismo con queste splendide parole:

“Il buonsenso e il senso dell’umorismo sono la stessa cosa, ma si muovono a velocità differenti.

Il senso dell’umorismo è solo il buonsenso che sta danzando.”

Quindi (aggiungerei io) impariamo a danzare!


Bibliografia

Franzini L. R. “Bimbi che ridono”. Armando Editore 2002.

June H. “Come nasce l’umorismo dei bambini?” In Psicologia Contemporanea, Agosto 2014

Mindess H., “The sense of Humor”. Saturday Review, August 21, 1971, 10-12.

Ruch W., Hell F. J., “A two model of humor appreciation: its a relation to aesthetic appreciation and simplicity-complexity of personality”. New York, Mouton de Gruyeter, 1998, 109-142.


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