“Besame mucho, come crescere i tuoi figli con amore”: amorevoli e pungenti considerazioni


“Besame mucho, come crescere i tuoi figli con amore”: amorevoli e pungenti considerazioni

Mariacristina Caroli

Durante la mia prima gravidanza il mio compagno di vita (e padre di quella che portavo in grembo) mi regalò due libri di Carlos Gonzàlez, pediatra spagnolo e fondatore dell’Associazione Catalana per l’Allattamento Materno: il primo, che iniziai a leggere immediatamente, si intitolava “Un dono per tutta la vita: guida all’allattamento materno”, mentre il secondo, che iniziò a leggere lui, si intitolava “Besame mucho: come crescere i tuoi figli con amore“. La lettura del primo libro sull’allattamento mi ha accompagnato per gran parte della gravidanza, lo leggevo con calma ed attenzione, quasi cibandomi di ogni sua parola, per la fame di nozioni sull’argomento per me tanto estraneo fino ad allora e per la necessità di essere presa per mano e accompagnata in quel viaggio così emozionante quanto spaventoso rappresentato dal diventare mamma. Quel libro ha reso l’allattamento di mia figlia molto fortunato e, soprattutto, nutriente per entrambe. Esattamente come il secondo libro, che ho finito di rileggere adesso per l’ennesima volta, è riuscito a capovolgere ogni mia considerazione precedente rispetto all’essere genitori, ma soprattutto rispetto all’essere bambini.

Intendiamoci, non fa rivelazioni eclatanti o diverse da ciò che il semplice buon senso ci consiglierebbe. La sua forza è proprio questa, però. Mette il genitore-lettore davanti all’assurdità di tante piccole ma potenti convinzioni che il vivere nella nostra società ci instilla, goccia dopo goccia, fino a farci agire silenziosamente contro il buon senso pur essendo certi, al contrario, di fare assolutamente la cosa giusta. Ma qual è la cosa giusta? E poi, giusta per chi?

Esplicitando fin da subito la propria posizione, rigorosamente dalla parte del bambino e dei suoi bisogni, Gonzàlez divide la propria opera in tre parti: nella prima parte propone una riflessione sulla bontà o sulla cattiveria insite nel bambino, proprio a partire dalle profonde convinzioni pregiudiziali alla base delle svariate teorie psicopedagogiche o semplicemente del “buon senso” nel corso della storia.

Nella seconda parte, sottotitolata “perchè i bambini sono così”, invita a riflettere sulle caratteristiche comportamentali della maggioranza dei bambini, esplicitandone da una parte la naturalezza e la correlazione con gli stessi comportamenti da adulti, e dall’altra proponendone una “spiegazione” evoluzionistica, chiamando in causa la selezione naturale e l’adattamento all’ambiente dell’essere umano nel corso dei millenni. In questa seconda parte elenca inoltre tutta una serie di doti innate dei bambini, che si manifestano fin dai primissimi mesi ma che noi genitori diamo quasi per scontate, quando in realtà, nella loro situazione, non sarebbe affatto scontato per noi reagire alla stessa maniera.

Nella terza ed ultima parte Gonzàlez opera in maniera estremamente coraggiosa e pungente: passa al vaglio tutte le teorie psicopedagogiche che NON condivide, a volte con durezza altre con ironia, ma sempre esplicitando chiaramente le motivazioni per cui non siano condivisibili e siano state nella storia o possano essere in futuro estremamente dannose per un sano sviluppo psicofisico del bambino. E la domanda che sorge spontanea, ingenua forse ma assolutamente indicativa, è: com’è possibile che gli esseri umani siano stati così ciechi nel seguire le indicazioni di fior di professionisti e medici nel corso della storia, senza ascoltare il proprio istinto di genitori e anzi, molto spesso, andandogli addirittura deliberatamente contro? Non è forse lo stesso nostro istinto a permetterci la sopravvivenza e, in generale, la sopravvivenza di tutta la nostra specie?

Avete mai sentito piangere un neonato? Se non siete genitori ma avete comunque sentito il pianto più o meno disperato di un bebè, sicuramente avrete provato tante diverse emozioni dipendentemente dal momento in cui ciò è avvenuto, da cosa stavate facendo in quell’istante e da chi fosse il bambino in questione, ma di sicuro avrete sentito crescere dentro di voi un turbamento inizialmente empatico nei confronti del bambino, fino ad arrivare ad un vero e proprio fastidio che può, addirittura, avervi spinto ad attivarvi per far smettere quel pianto disperato. Questo è l’istinto di cui sopra. E, se il neonato in questione è vostro figlio e voi un neogenitore, sapete quanto quel pianto sia devastante, e quanto vi attivi in mille modi diversi per tranquillizzarlo ed eliminare la causa del malessere. Inoltre, quanto più piccino sarà quel bimbo, tanto maggiore sarà la probabilità che il suo pianto possa calmarsi immediatamente se solo venisse coccolato tra le vostre braccia, sentendo il vostro calore o il vostro odore, il vostro battito del cuore, il tono rassicurante della vostra voce. Tutto questo altro non è che la “programmazione biologica” di tutta la nostra specie, riuscita a sopravvivere nei millenni proprio grazie allo stretto contatto fisico con la mamma o, in generale, con gli adulti di riferimento.

Immaginatevi un cucciolo di uomo preistorico: quanto pensate possa sopravvivere lontano dalla madre, nelle caverne o sul terreno all’aperto, alla mercè di ogni tipo di predatore possibile o di agenti atmosferici sfavorevoli? La sua unica salvezza è la vicinanza della madre, e il suo unico modo per assicurarsela è il pianto, come un allarme da far scattare non appena percepisce il rischio di un suo allontanamento. Se poi, invece che esserci la luce del sole, al suo risveglio si trova immerso nel buio e senza la mamma ad un palmo di naso, allora la disperazione è servita.

Ho utilizzato volutamente il tempo presente per descrivere la situazione “preistorica”, perchè di fatto è esattamente la stessa in cui ogni neonato si trova anche adesso e si troverà tra mille anni: la condizione di totale dipendenza dall’adulto non si modificherà, a meno che l’intera nostra specie non si estingua prima.

Gonzàlez fa riflettere. Lo fa in modo a volte provocatorio, sempre con molta ironia, su aspetti scomodi dell’essere genitore e sull’essere stati bambini altrettanto bisognosi dei nostri figli.

Siamo stati cresciuti in epoche certamente meno “permissive” di questa, in cui non sono mancati metodi poco ortodossi quando non, addirittura, inaccettabili, e sì, siamo cresciuti e sopravvissuti ugualmente, nonostante gli errori dei nostri genitori, compiuti sempre in ottima fede e sempre “per il nostro bene”. Ma chi ci dice che non possiamo cambiare e migliorare il nostro essere al mondo, anche da genitori? Ancora meglio, poi, se per farlo basta ascoltarsi, ascoltare il nostro istinto ma anche i nostri bisogni, così da poter avere un “orecchio empatico” pronto ad ascoltare anche quelli dei nostri figli.

Per crescere figli felici bisogna essere genitori felici e, concludendo con le parole dello stesso Carlos Gonzàlez, “i giorni più felici di tuo figlio stanno per arrivare. Dipende da te.”


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