Figli: dalla simbiosi alla separazione. Il ruolo del padre e della madre.


Figli: dalla simbiosi alla separazione. Il ruolo del padre e della madre.

Silvia Polin

Premetto che per mera semplificazione parlando di “figlio” mi riferirò sia ai figli che alle figlie.

Diventare genitori è un dono che porta con sé gioie, sorprese, soddisfazioni ma anche conflitti e momenti in cui può prevalere un senso di esasperazione. Ma è proprio l’energia dell’Amore che dà al padre ed alla madre la forza di cui solo chi è genitore può realmente sentire l’intensità e la potenza.

Il pensiero che guida questo scritto è quello di offrire degli stimoli per sostenere il genitore nella crescita del proprio figlio, nella prospettiva che essere “buoni” genitori non significa non fare errori, ma essere disponibili a mettersi in discussione, concedendosi il permesso di chiedere aiuto.

La prima certezza quindi – e qui, invito il genitore a fare un grande respiro di accoglienza verso se stesso – è che nel rapporto con il proprio figlio farà inevitabilmente degli sbagli che, se compresi e non ripetuti, possono far crescere il rapporto con il proprio figlio.

La seconda certezza è che il ruolo della madre e del padre sono ruoli complessi che necessitano l’uno dell’altro in un’integrazione e in un sostegno vicendevole. Questo è possibile emancipandosi dagli stereotipi culturali legati all’identificazione della madre come colei addetta alla crescita dei figli, ed il padre al mantenimento del nucleo famigliare.

Ogni genitore è stato un figlio e, nella propria storia di figlio, porta in sé il modello materno e paterno dei propri genitori. Il fatto che ogni individuo abbia una parte femminile e maschile permette proprio di non creare delle funzioni materne e paterne stringenti ed a compartimenti stagni. Per questo nel cercare di descrivere la danza della coppia genitoriale nella funzione educativa mi soffermerò ad evidenziare come in ogni fase ci saranno momenti in cui uno e l’altro saranno più o meno protagonisti ma sempre elementi attivi di una sinergia.

Il padre sostiene la madre e la madre sostiene il padre.

Una neo-mamma ha bisogno di essere sostenuta in primis dal neo-papà che se nelle prime fasi dello sviluppo del piccolo ha un ruolo importantissimo nel supportare la propria compagna, assumerà nel corso degli anni di vita del bambino, un ruolo essenziale per la sua crescita. Il padre favorisce infatti lo sviluppo relazionale del figlio, costituendosi proprio come, terzo, come Altro rispetto alla relazione a due madre-bambino. Il padre portando con sé l’esperienza del limite insegna al figlio ad affrontare il tempo della frustrazione e dell’attesa aiutandolo a trovare dentro di sé le risorse per confrontarsi con la vita reale. Nella forza paterna il figlio impara il valore dell’autodeterminazione fatto della possibilità di darsi degli obiettivi e di impegnarsi per raggiungerli, andando verso ciò che desidera, superando gli ostacoli. La funzione paterna è ben rappresentata dall’immagine del padre che insegna ad andare in bicicletta con il valore metaforico e simbolico di educare il figlio ad andare per la propria strada trasmettendogli il possibile ma anche il confine che passa attraverso la regola; il padre (la forza del maschile) nella vita di un figlio è essenziale perché porta con sé il movimento, il progetto e l’impresa della conquista assertiva e volitiva. Infatti se la madre nei primi tre anni crea le radici per una crescita funzionale trasmettendo sicurezza e fiducia nel figlio, il padre rispettando le funzionali tappe evolutive, contribuirà ad aiutare il figlio a separarsi dalla madre per consolidare il processo di costruzione della sua individualità.

La terza certezza è che il bambino non solo ha una grande flessibilità adattiva ma nasce già con delle competenze innate legate all’essere in totale sintonia con i propri bisogni orientati a cercare il piacere e l’appagamento superando lo stato di tensione corporeo.

Le basi di un Sé tanto più integro e strutturato passano quindi attraverso la possibilità per il bambino nelle sue prime fasi dello sviluppo di vivere pienamente il tempo della simbiosi, del legame, dell’attaccamento con la figura di accudimento che generalmente è rappresentata dalla madre; colei che nel corso della crescita del figlio accogliendone gli stati d’animo, i disagi ed i bisogni, lo aiuta a dare un senso, un ordine ed un valore al suo mondo interno ed alle sue esperienze insegnandogli (attraverso la risposta, il gesto, lo sguardo arricchito poi dall’uso del linguaggio) a chiamare, regolare e modulare le emozioni.

Il pianto è il modo con cui il neonato esprime il proprio disagio richiamando la mamma vicino a sé. Ogni volta che la mamma risponde e soddisfa il bisogno del bambino (di fame, sete, coccola, contatto, dolore fisico, freddo, caldo, ecc), gli trasmette un grande riconoscimento: quello di esistere e di essere degno di essere ascoltato.

Il neonato non ascoltato piange sempre più forte nel suo tentativo di richiamare a sé il genitore, e se questo non arriva, il piccolo esasperato smetterà di piangere ma non perché si è rasserenato ma perché si è rassegnato nell’impotenza di non essere ascoltato.

Certo non basta una sola esperienza per creare una fragilità ma occorre comprendere che è proprio nel rispecchiamento con il genitore che il bambino nelle prime fasi dello sviluppo costruisce le radici del valore del proprio Sé. Un “sentirsi degno” che inizialmente viene assimilato sotto forma di sensazioni di benessere fisico, quindi ad un livello corporeo.

Quando il neonato sente il calore, l’odore, il suono del corpo della madre che è lì per lui, in un contatto fisico ed emotivo, quando il bambino è guardato dolcemente dalla propria mamma che è lo culla, lo abbraccia, lo consola, rispondendo al suo pianto ed al suo sorriso, dandogli un significato e un appagamento in termini di bisogno (di essere nutrito, cambiato, rassicurato, corrisposto), il piccolo vive in quel rispecchiamento il riconoscimento del suo essere al mondo e in quello specchio materno vede riflessa la sua amabilità.

La madre nell’atto di accudire ed accogliere il suo bambino, nell’essergli accanto e disponibile a rispondere empaticamente alle necessità del piccolo attraverso le cure amorevoli (fatte di sguardi teneri, ascolto profondo, dolci sorrisi, suoni rassicuranti, ritmi respirati e tranquilli, gesti morbidi ed affettuosi) aiuta il bambino ad abbassare i livelli di tensione psicofisica e la relativa produzione degli ormoni legati allo stato stress (ad esempio il cortisolo).

La presenza rassicurante di una figura di accudimento responsiva (capace cioè di sintonizzarsi nell’ascolto e nella comprensione delle esigenze del bambino dandovi una risposta ed una regolazione funzionale) stimola la produzione di un ormone essenziale per un sano sviluppo: l’ossitocina che ha un potere calmante e predispone positivamente ad affrontare la vita.

Se il bambino nei suoi primi anni di vita ha bisogno di vivere un rapporto di totale dipendenza con la propria madre, questa fase non può durare oltre il necessario.

C’è il “giusto” tempo per ogni cosa e questo tempo giusto, non è dato da qualche manuale o determinabile matematicamente, ma è dato dall’ascolto e dal rispetto del processo maturativo del figlio nelle sue diverse fasi di sviluppo, ciascuna caratterizzata dall’acquisizione di nuove abilità e bisogni orientati verso l’autonomia e l’emancipazione.

E’ importante perciò aiutare a crescere senza accelerare il processo, ma nemmeno ritardarlo.

Ogni persona ha dentro di sé la spinta ad evolvere come crescita espressiva del proprio Sé nei suoi bisogni e desideri. Ed i genitori hanno il dovere di incoraggiare la crescita e l’espressione dei talenti del figlio che nelle sue passioni, inclinazioni e nei suoi sogni realizzerà la propria vita.

Quindi il figlio non può essere inteso come un prolungamento del sé genitoriale o una proprietà su cui proiettare le proprie aspettative e ambizioni non soddisfatte. Errore questo in cui si incorre più facilmente di quanto si creda veicolando messaggi di un’amabilità condizionata dall’aderenza del figlio ai desideri del genitore.

Essere genitori significa quindi sapere (non solo di testa ma di cuore) che arriverà il momento in cui è necessario facilitare il distacco in modo che i figli possano vivere pienamente e autonomamente la propria vita senza sentimenti di colpa o dispiaceri. Questo momento fisiologico e cruciale non deve essere in alcun modo evitato.

La quarta ed ultima certezza riguarda la consapevolezza che i figli non hanno il dovere di riempire la vita ai genitori e proprio per questo è importante che la coppia genitoriale si impegni a nutrire sia il rapporto di coppia “coniugale”, sia la propria esistenza individuale come uomo e donna diventando per il figlio dei modelli capaci di testimoniare il senso di una vita appagante. Questo proprio per non dare al figlio l’oneroso compito di dover fare da collante all’unità familiare o di essere il sostegno del proprio genitore.

C’è il tempo dello stare insieme e quello del lasciar andare e su questo concludo questo scritto condividendo con voi la poesia de “I Vostri Figli” di Khalil Gibran tratta dalla sua raccolta di scritti “Il Profeta”:

e una donna che aveva al seno un bambino disse: parlaci dei figli. Ed egli rispose:

I vostri figli non sono figli vostri:
sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi e tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore,
ma non le vostre idee,
perché essi hanno le loro idee.
Potete dare una casa al loro corpo,
ma non alla loro anima,
perché la loro anima abita la casa dell’avvenire
che voi non potete visitare
nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo,
ma non pretendere di renderli simili a voi,
perché la vita non torna indietro
né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive,
i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio
sul sentiero dell’infinito
e vi tiene tesi con tutto il suo vigore
affinché le sue frecce
possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia
nelle mani dell’Arciere,
poiché Egli ama in egual misura
e le frecce che volano
e l’arco che rimane saldo.

(Kahlil Gibran) 


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