Mio figlio non mangia e dimagrisce sempre più: cosa sta succedendo?


Mio figlio non mangia e dimagrisce sempre più: cosa sta succedendo?

Silvia Polin

La chiave di lettura con cui invito a leggere questo articolo è di avvicinarsi al sintomo del figlio (è più in generale a qualsiasi sintomo) con rispetto non come un qualcosa di cui sbarazzarsi velocemente ma come una via d’accesso per entrare in contatto con la sofferenza emotiva e con ciò che ha causato quel disagio. Comprendere che il sintomo è qualcosa da accogliere come rivelatore di messaggi importanti rispetto alla vita del figlio e alle dinamiche familiari, è il primo importante passo che ci consente di capire e quindi affrontare davvero il problema.

Come tutti i sintomi psicologici, anche quello legato al rapporto col cibo, è un sintomo legato a dinamiche relazionali.

Ciò significa che si origina e si configura a partire da dinamiche affettive ed interpersonali difficoltose che devono essere elaborate e migliorate. Questo principio porta con sé la fiducia nella possibilità del cambiamento e la rassicurazione che ogni processo di messa in discussione costruttivo, abbia effetti positivi in termini di scelte più consapevoli e responsabili nel nostro modo di porci in relazione a noi stessi e all’altro.

E’comprensibile che per un genitore preoccupato per la salute del proprio figlio, la priorità sia di mandare via il disturbo, ma è prioritario essere consapevoli del fatto che rappresenta una risposta difensiva, e che il suo estrinsecarsi non è affatto casuale. Una protezione quindi che pur nella disfunzionalità della sintomatologia, rappresenta la migliore soluzione che in quel momento l’individuo ha trovato per superare una impasse esistenziale. Quindi bisogna trattare il sintomo con molta cautela perché toglierlo potrebbe significare rompere una sorta equilibrio e portare ad una maggiore destabilizzazione emotiva.

Nell’incontrare i genitori di figli che hanno un rapporto disarmonico con il cibo e con il loro corpo, è ricorrente sentire la richiesta d’aiuto formulata nei termini: Voglio che mio figlio smetta di fare la dieta. Voglio che torni a mangiare. Deve mettere su chili. Questa necessità, se pur comprensibile rispetto alla preoccupazione, può portare il genitore a rapportarsi al problema insistendo affinché il figlio ritorni ad alimentarsi in modo più regolare, e il mangia, devi mangiare” ripetuto continuamente, diventa un imperativo che lo allontana sempre di più dal figlio e dal significato profondo del suo sintomo.

Il figlio che adotta uno stile alimentare restrittivo e ossessivamente controllato sta rappresentando attraverso il rapporto col cibo il proprio disagio interiore. Una sofferenza emotiva che non trova parole per raccontare una sfida, un riscatto, un tentativo di aggrapparsi ad una definizione di sé in cui il controllo dell’appetito e della fame illusoriamente fa percepire al ragazzo un senso di rivalsa rispetto al vissuto di impotenza e alla stima compromessa da un senso di inefficacia e di inutilità. Nel cercare di avvicinarci al significato psicologico del sintomo alimentare, elencherò di seguito alcune funzioni difensive legate al controllo della fame e del peso, che in sé rappesentano un modo per il figlio di:

  • compensare, attraverso un illusorio e disfunzionale tentativo di autodeterminazione legato al dire di no al cibo, un’autostima sostenuta su un senso di sé fragile e confuso; come se il ragazzo nella sua lotta con la fame riuscisse a vivere la capacità di esprime la sua volontà in contrasto con ciò che il contesto gli dice di fare.

  • Costruirsi un’identità a partire dall’avere un controllo su qualcosa in cui l’altro (il genitore) non può intervenire, come se il figlio dicesse: “il corpo è mio e me lo gestisco io”; un tentativo quindi di mettere dei confini fra sé e l’ambiente percepito a volte come eccessivamente invasivo o richiedente.

  • Esprimere simbolicamente la sua paura di crescere e di esistere; allora il non mangiare può avere come fine anche il farsi letteralmente piccolo, ridurre la propria corporeità al minimo esprimendo il bisogno di fuggire dalle responsabilità e dai propri desideri.

  • Esprimere la difficoltà a trovare il proprio spazio nell’ambiente familiare che può essere percepito come conflittuale o direttivo in cui il figlio sente di non riuscire ad esprimersi liberamente.

  • Raccontare il senso di vergogna rispetto ai propri bisogni (per l’appunto gli appetiti pulsionali) percepiti come inadeguati rispetto alle aspettative familiari.

  • Rappresentare il dramma del sentirsi invisibile, trasparente, inconsistente schiacciato in un logorante conflitto tra il compiacere e il bisogno di essere riconosciuto.

Il figlio quando sente pericoloso esprimersi apertamente può perdere il contatto autentico con il proprio Sé, e allora il cibo, il corpo e il peso diventano lo scenario su cui dirigere un’energia emotiva repressa che non potendo essere diretta verso i propri obiettivi, si trasforma in ribellione rabbiosa che diventa autodistruttiva. Occorre avere ben chiaro che il figlio che si orienta verso una dieta cronicizzata o su condotte sportive esasperate finalizzate al consumo di calorie, nasconde una grande paura: quello di essere rifiutato dagli altri e al sintomo alimentare (anche se in modo distorto) affida il bisogno di essere preso in considerazione e valorizzato nel suo sentire e nel suo pensare come soggetto altro dalla volontà genitoriale.

E’ importante capire che il figlio attraverso il proprio corpo e il suo dimagrimento esprime una richiesta d’aiuto che nella sua essenza è una richiesta di amore che potrebbe avere la voce: Guardami, non sto bene ho bisogno di altro rispetto a ciò che mi stai dando”.

Non si dubita che ogni genitore tenta di fare il meglio che può nello svolgimento del proprio ruolo. Ma quello che il figlio (e ognuno di noi) ricerca nelle relazioni affettive, è di essere riconosciuto in modo incondizionato ovvero rispetatto nel proprio esistere, con le proprie differenze, le specifiche peculiarità e i desideri personali.

Ciò di cui un figlio ha bisogno è accoglienza, rinforzo alla consapevolezza dei suoi talenti, comprensione e incoraggiamento; un contesto familiare stabile in cui il rigore non è confuso con la rigidità, le regole sono protettive, non umilianti e prevaricanti; l’affettività è rispettosa non soffocante; i confini generazionali sono chiari non caotici.

L’inversione di ruoli fra genitori e figli e la confusione di ruolo che si verifica quando un genitore chiede più o meno esplicitamente al figlio di diventare il suo confidente, sono due situazioni pericolose e tossiche.

L’invito al genitore è di farsi delle domande non per flagellarsi in critiche improduttive ma per vivere la difficoltà del figlio come un segnale che l’ambiente e la vita familiare necessita di essere modificato nelle dinamiche di scambio affettivo in modo da ritrovare un clima di vicinanza rispettosa in cui è possibile coesistere nelle rispettive diversità.

Nella fiducia che possa esistere una via d’uscita, è necessario sapere che il percorso per raggiungerla passa prima dentro di sé per poi essere imboccata assieme al figlio, e se necessario chiedendo aiuto ad un esperto.


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