Carezze: un nutrimento irrinunciabile
Di Giacomo Magrograssi
Se, come ad Aladino, il Genio ci offrisse di strofinare la lampada per ottenere qualsiasi cosa si desideri – anche se limitata dalla condizione che nessuno venga a conoscenza di ciò che otterremmo – ci sembrerebbe questa un’offerta vantaggiosa.
Ben presto, appena realizzassimo cosa significhi veramente “che nessuno ne venga a conoscenza” resteremmo probabilmente delusi. Qualsiasi desiderio realizzato in questa condizione di indicibilità perderebbe ai nostri occhi, dopo un’ebbrezza iniziale, ogni interesse. Da questa condizione resterebbe infatti esclusa ogni nostra realizzazione che comporti il rapporto con altre persone perché sarebbero informate di ciò che stiamo facendo. A che scopo possedere beni materiali se nessuno li vede e nessuno ne può godere con noi? Che motivazione si può avere nel fare viaggi o visitare nuovi luoghi in solitudine se le nostre scoperte e la nostra esperienza non potranno essere comunicate? A che scopo fare nuove acquisizioni di conoscenza se essa non potrà essere condivisa con alcuno?
Queste considerazioni ci fanno comprendere quanto, una volta soddisfatte le condizioni minime e fisiologiche dell’esistenza, il significato del nostro agire nel mondo più che legato alla scelta in sé sia legato al contesto sociale nel quale essa si esprime o nel quale noi ci figuriamo di portarlo. Poiché le nostre scelte si muovono nel perimetro di evitare un “dolore”¹ o di conquistare un “piacere”² la nostra guida inconsapevole nello scegliere è sempre l’altro, sia negli atti più generosi che in quelli più efferati³.
Considerazioni di questo genere, ovvero il risalire al sociale per trovare la motivazione dell’agire, le troviamo variamente disseminate in tutta la storia della letteratura e della filosofia.
Una sistemazione interessante sul tema della motivazione è stata fatta da Abraham Maslow⁴ con la sua “piramide dei bisogni”, una rappresentazione a forma triangolare con una larga base dove quest’ultima rappresenta la spinta verso il soddisfacimento dei bisogni fisiologici primari (respirazione, alimentazione, sesso, sonno, ecc.). Una volta soddisfatti essi permetterebbero l’accesso a forme di soddisfazione “più elevate” come il bisogno di sicurezza, di appartenenza, di accettazione e riconoscimento, fino al vertice della piramide che rappresenta il bisogno di autorealizzazione in una tensione verso il miglioramento delle condizioni del mondo.
La visione di Maslow, pur fondamentale per aver affrontato in modo sistematico il tema del bisogno/motivazione, è stata in seguito criticata per essere troppo semplificativa rispetto alla complessità e all’importanza dei bisogni psicologici. Vediamo perchè.
René Spitz condusse negli anni ’50 una serie di studi basati sull’osservazione dei neonati⁵.
Uno di questi è stato effettuato all’interno di un brefotrofio su circa 90 lattanti scelti tra coloro che erano stati nutriti al seno dalle madri nei primi tre mesi di vita e in seguito, per varie ragioni, abbandonati. Durante questo primo periodo i bambini si erano sviluppati normalmente secondo la media dei coetanei della stessa regione in cui si trovava l’istituto. Dopo il terzo mese, dopo esser stati svezzati, furono affidati alle cure di una nurse che si occupava in media di una decina di loro. Dal punto di vista fisico, del cibo e dell’igiene ricevevano cure adeguate, ma nessuna attenzione materna (erano cioè trattati come oggetti di cui aver cura).
Dopo la separazione dalla madre questi bambini attraversarono vari stadi di deperimento, passività, sensibilità alle malattie, insonnia, perdita di peso, ritardo motorio, rigidità dell’espressione del viso, scatti di aggressività fisica anche verso se stessi. Il deterioramento era in costante progressione e alla fine del secondo anno 34 bambini (cioè il 37%) erano morti. Il livello evolutivo dei superstiti, valutato con appropriati test, arrivava a circa il 43% di quanto avrebbe dovuto essere: è il livello dell’idiozia.
Contemporaneamente Spitz poteva constatare che in un altro istituto dove i bambini venivano allevati dalle loro madri nessuno dei 220 bambini osservati per un periodo di quattro anni morì.
All’incirca nello stesso periodo e indipendentemente da Spitz, John Bowlby si interessò allo studio del rapporto tra mamma e bambino a partire dai primi istanti di vita extrauterina⁶. Egli utilizzò ampiamente metodi sperimentali e di osservazione diretta che gli permisero di produrre nel 1952 un breve filmato che documentava l’angoscia di una bambina di due anni mentre veniva separata dai genitori per entrare in ospedale. Ponendosi in contrasto con le idee prevalenti tra gli psicoanalisti del suo tempo, Bowlby riuscì a dimostrare su base sperimentale l’importanza decisiva di un caregiver per il futuro equilibrio e l’adeguato sviluppo psichico dei bambini sottolineando in particolare l’importanza della continuità di una buona relazione con l’ambiente famigliare.
Un ulteriore tassello nella conoscenza del mondo neonatale ci viene da Daniel Stern⁷ che, con rigorosi studi a partire da videoregistrazioni del rapporto madre-bambino, ha provato in modo certo l’esistenza di momenti di relazione interpersonale che emergono, e in seguito si consolidano, già nelle prime operazioni di allattamento, accudimento, pulizia.
Dunque alla base della piramide delle motivazioni di Maslow non stanno solamente i bisogni di natura fisiologica e non è sufficiente una quantità adeguata di cibo, aria, protezione dal freddo, ecc. ma già dall’inizio si manifesta un bisogno di stimolazioni sensoriali senza le quali il processo di sviluppo non si mette in moto o, se già iniziato, si blocca. Questo ci ha mostrato Spitz. Le sue conclusioni hanno fornito a Eric Berne⁸ riscontro per ipotizzare un bisogno umano fondamentale, una vera e propria fame il cui cibo, la stimolazione attraverso i sensi, alimenta e consente la vita. Essere preso in braccio, cullato e toccato, sentire parlare, poter esplorare col proprio corpo il corpo di chi gli è vicino e l’ambiente, è per il bambino piccolo un nutrimento indispensabile al pari del soddisfacimento della sua fame di cibo.
Salimbene de Adam, l’impietoso biografo dell’imperatore Federico II di Svevia (XIV Sec.), racconta nella sua Chronica come esso, spinto da insaziabile curiosità, abbia favorito un esperimento per scoprire quale fosse la lingua originaria del genere umano e dunque quale lingua avrebbero parlato i bambini se non avessero avuto alcun contatto. La raccomandazione ferrea alle balie fu di non pronunciare mai alcuna parola. Salimbene conclude che tutti i bambini morirono e commenta che in quanto deprivati non poteva che essere così.
Bowlby e Stern ci hanno insegnato che la fame di stimoli non è per nulla disgiunta da una fame di riconoscimento, ovvero dal bisogno di essere riconosciuti come esistenti e oggetto d’amore da parte di che si prende cura. Viceversa gli adulti che si prendono cura soddisfano la loro fame di stimolo e di riconoscimento attraverso colui che viene preso in cura. E’ la nascita e il progredire di una relazione, base e mantenimento dell’identità stessa.
Afferma Lacan: “Il bisogno è sempre bisogno dell’altro”. Ciò nel suo duplice significato: bisogno che ci sia l’altro per me, ma contemporaneamente bisogno che l’altro senta bisogno di me.
Man mano che la crescita procede, la fame di stimoli, che si esprime soprattutto nell’intimità fisica con la madre, cede gradualmente il passo a forme di soddisfazione più simboliche e meno corporee. Questo avviene in accordo con quanto è permesso dalla cultura sociale e famigliare del bambino. Lo svezzamento porterà a un minore contatto fisico diretto col corpo materno, la pratica della deambulazione ridurrà la guida e il sostegno fisico, l’apprendimento del linguaggio permetterà di comunicare a distanza e quindi di evitare molti dei gesti significanti di contatto fisico sino a prima necessari. I sensi di tatto, gusto e olfatto, che permettono il rapporto col mondo esterno a distanza ravvicinata, perderanno man mano importanza nei confronti di udito e vista che favoriscono invece un rapporto con le cose e le persone a distanze maggiori e senza la necessità di un contatto diretto. Assistiamo quindi a un graduale trasformarsi della fame di stimoli in generale e in particolare di quella tattile. Quando il bimbo, invece che essere accarezzato, sentirà una parola di approvazione, sarà stato gratificato non tanto dallo stimolo uditivo in sé (significante) bensì dal significato che avrà cominciato ad associare a quel particolare suono.
Si tratta di un passaggio molto importante perché, pur permanendo il bisogno di stimoli diretti a questi comincia ad affiancarsi una modalità di soddisfazione simbolica che è tipicamente umana (e in misura minore di alcuni animali superiori). Ciò può costituire un problema perchè in alcune culture (e microculture familiari) il contatto diretto, fisico, viene quasi completamente sostituito da quello simbolico col sacrificio di un’esigenza di base talvolta nemmeno più percepita.
Vediamo dunque che al bisogno di stimolo si affianca come nutrimento irrinunciabile quello di riconoscimento. Ovvero che i nostri simili ci diano segno del fatto che esistiamo per loro. Siamo disposti ad accettare molti disagi e sacrifici pur di evitare il terrore, la non vita, dell’isolamento. Questo bisogno è così forte perché dal riconoscimento degli altri dipende l’immagine che abbiamo di noi e il valore stesso della nostra esistenza nel mondo.
Se il nutrimento di cui parliamo è incoercibile così com’è irrinunciabile quello di cibo possiamo comprendere quanto il timore di perdere (e il desiderio di ottenere) un bene indispensabile alla vita condizioni e plasmi inevitabilmente, col contributo di caratteristiche congenite, la personalità del bambino intorno alla relazione con l’ambiente umano circostante.
La quantità e la qualità di questo nutrimento indispensabile ottenuto in epoca di formazione evolutiva può divenire chiave di lettura della maggiore o minore capacità che ciascuno ha di procurarsi una vita felice e realizzata.
Vedendo quante persone non sentano il bisogno di contatto fisico o diffidino di riconoscimenti sinceri e quante altre siano gratuitamente aggressive e spiacevoli si potrebbe pensare che il nutrimento di cui si parla non sia poi così irrinunciabile. Non è così. Sgradevoli esperienze pregresse possono nascondere il bisogno naturale dietro una cortina di diffidenza posta a protezione della sensibilità ferita. A sua volta la prudenza agìta produrrà caute risposte dall’ambiente in un circolo perverso di distorsioni relazionali che una volta messo in moto si rinforza da sé giustificando al soggetto l’appropriatezza della prudenza iniziale.
In altri casi vediamo persone che al contrario delle prime sono immotivatamente sfrontate e sgradevoli: sembrerebbe che a loro non necessiti l’altrui riconoscimento. Si tratta di individui che hanno perso, o mai acquisito, la capacità di essere cortesi e attenti verso gli altri. Il bisogno di riconoscimento è però così forte e incoercibile che la cattiva relazione e un’immagine negativa (unico risultato dei poveri strumenti a loro disposizione o dei tentativi in precedenza falliti) sono pur sempre preferibili a una non-esistenza di fronte agli altri. Queste persone vengono ben rappresentate dal detto che recita: “Non importa che si parli male di me, purchè si parli”.
Descrivevo poc’anzi come la personalità stessa di un individuo, fondamentale per la sua futura felicità⁹, si formi intorno al rapporto che da bambino tesse con le persone del suo ambiente. Dunque la relazione primaria, col suo specifico contenuto di contatto fisico e riconoscimento, costituisce la matrice di una modalità tipica e ripetitiva di approccio agli altri che caratterizza diversamente ciascuna persona adulta. L’esperienza di buon “cibo” fa esigenti e porta alla ricerca di “cibo” di qualità. La cattiva esperienza porta alla paura di essere “avvelenati” o alla provocazione intossicante. Naturalmente rimangono ampi margini che in condizioni fortunate possono favorire anche nell’adulto uno sviluppo positivo che corregge le distorsioni e fa progressivamente preferire una più attenta e nutriente cura di sé e degli altri.
In conclusione, e senza sottrarre nessun merito a Maslow, possiamo comprendere quanto la base della sua piramide sia molto più ampia e costituita oltre che dai bisogni fisiologici già elencati dall’autore anche dal nutrimento irrinunciabile di tante amorose “carezze” ricambiate. Laddove per “carezze” intendiamo estensivamente tutto ciò che di relazionalmente genuino è percepito in modo gradevole.
¹ Con dolore intendo qualsiasi genere di percezione sgradevole, anche emotiva, indipendentemente dall’intensità.
² Con piacere intendo qualsiasi genere di percezione piacevole, anche emotiva, indipendentemente dall’intensità. Aggiungo che può essere motivante e quindi “piacere” fare qualcosa, anche se ciò è sgradevole, quando si percepisce una soddisfazione superiore alla sgradevolezza.
³ Penso, per esempio ai delitti d’onore o alle guerre, dove il riferimento sociale è da vedersi nel gruppo a cui ci si sente appartenenti: approvati o giudicati.
⁴ Motivazione e personalità (1954)
⁵ Il primo anno di vita del bambino (1958). Parliamo ovviamente di ricerche sul campo di pura osservazione. Cosa ben diversa dall’esperimento attribuito a Federico II al quale accenno fra poco.
⁶ Una base sicura (1988)
⁷ Le interazioni madre-bambino (1998)
⁸ A che gioco giochiamo (1964)
⁹ “Felice” come stato d’animo positivo, di prevalente serenità e appagamento. Da non confondersi con l’emozione della gioia.