L’attesa di un bambino: amore, aspettativa, dialogo


L’amore di un bambino: amore, aspettativa, dialogo

Maricristina Caroli

“- Lo sa come si fa a riconoscere se qualcuno ti ama? Ti ama veramente, dico?

– Non ci ho mai pensato.

– Io sì.

– E ha trovato una risposta?

– Credo che sia una cosa che ha a che vedere con l’aspettare. Se è in grado di aspettarti, ti ama.”

( Alessandro Baricco)

“Dietro l’attesa c’è tutto: il permesso gratuito di evocare un bel viso o di dialogare con un’ombra.”

(Dominique Blondeau)

Il periodo della gravidanza è, per la futura mamma, un tempo pieno di cambiamenti, sia fisici che mentali. Nei nove mesi in cui il bambino si prepara al mondo, la madre si vede diversa, le sue percezioni cambiano, non riconosce più il suo fisico e le sue abitudini alimentari vengono modificate, gli odori sono più intensi e il bambino decide fin da subito cosa gli aggrada che la madre mangi o faccia e cosa no, proprio no… Fin da subito! La neuropsicologia e l’educazione prenatale, supportate da ricerche scientifiche illustrissime, parlano molto chiaro: i sistemi neurosensoriali del nascituro si sviluppano prestissimo ed iniziano ad essere attivi con i propri recettori a partire dalla 6° settimana di gestazione, eppure le nausee della mamma possono essere ancora più precoci.

Quello dell’attesa di un figlio è un tempo di cambiamenti interni ed esterni, un tempo di progetti e ristrutturazioni, un tempo di allargamento, della pancia come della casa. È un tempo lungo, mediamente nove mesi, che passa in un battito di ciglia ma sembra infinito tra ansie e preoccupazioni, difficoltà emotive e motorie, ormoni impazziti e scarpe che non si vogliono fare allacciare, ritenzione idrica e appetito, o nausea, o appetito e nausea insieme. Certo, vista così l’attesa emerge in tutte le sue inevitabili complessità e faticosità, eppure ha in sè una dimensione meravigliosamente salvifica, un’enorme opportunità per la mamma di conoscere realmente se stessa e il proprio figlio, a partire da un dialogo precocissimo fatto di sensazioni, rumoretti e calcetti, emozioni e condivisione dello spazio, fisico ma anche mentale.

Ascoltare e ascoltarsi per prepararsi all’arrivo di una creatura diversa da te, seppure parte di te, per accoglierla per ciò che già mostra di sè, per saper distinguere l’aspettare dall’aspettarsi. Non è solo un gioco di parole, piuttosto è l’opportunità che abbiamo nei nove mesi di gestazione di metterci in ascolto attivo e genuino di noi stessi e del nascituro, per saper riconoscere e separare ciò che veramente è una caratteristica del nostro piccolo da tutte le aspettative che proiettiamo su di lui, sul suo arrivo e sulla nostra vita futura.

Gino Soldera, psicologo e psicoterapeuta, fondatore e presidente dell’Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale, nel suo libro “Mamme e papà, l’attesa di un bambino”, parte dal senso profondo dell’educazione, dell’educere, del tirar fuori, che “…può emergere solo se viene considerata l’essenza vitale che alberga nell’animo del bambino e nella profondità di ogni essere umano, nel centro della sua coscienza, nel vuoto del silenzio, lontano da ogni richiamo della materia: questa è la vera essenza, l’unica capace di aprire gli spazi al futuro, dare il senso della prospettiva e il richiamo della gioia per il domani”. Mentre Soldera scrive del bambino intendendo il nascituro, fa anche accenno alla profondità di ogni essere umano, facendo risuonare contemporaneamente, dentro di me, il concetto Analitico Transazionale di Stato dell’Io Bambino, il nostro bambino interiore. È qui che facciamo esperienza delle nostre energie vitali, dei nostri bisogni più profondi, dei nostri desideri nascosti e dei vuoti emotivi in attesa di essere colmati, un po’ come il piccolo nascituro riempie il vuoto fisico del ventre materno. Di nuovo un gioco di parole, per sottolineare come l’attesa riporti all’aspettativa e come sia di fondamentale importanza per la mamma e per il proprio figlio saper riconoscere ciò che è proprio da ciò che è altrui, ciò che appartiene alle proprie visioni del mondo e ciò che in realtà il nostro bambino già manifesta di sè.

Perchè ci sia questa disponibiltà all’ascolto, di sè e del piccolo, è fondamentale vivere bene la propria gravidanza, sentirsi “nutrite” e appagate di attenzione e di energia creativa (!) un po’ come il proverbio recita: “a pancia piena si ragiona meglio”. Soldera elenca in effetti una serie di attività pratiche, che vanno dall’entrare in contatto con gli elementi della natura al dedicare spazio a se stessi, alla vita di coppia e al bambino, passando per l’aver cura della comunicazione con il proprio marito e il proprio piccolo, il partecipare ad attività artistiche e ri-creative che alimentino la dimensione interiore e la fondamentale alternanza tra momenti di attività e momenti di distensione e relax. Questi sono evidentemente consigli pratici, una buona prassi nella gravidanza che permetta alla mamma una solida scorta di energie psicofisiche utili alla creazione precocissima di un ambiente relazionale accogliente e di un dialogo con il proprio figlio reale, con le sue caratteristiche in fieri, certo, ma libere da proiezioni e aspettative materne. Ma come si fa? Cosa ci permette di ascoltarci e conoscerci? Cosa ci permette di conoscere nostro figlio, così come è già nella nostra pancia?

Qualche anno fa avevo un supervisore meraviglioso, estremamente concreto ed illuminante, che mi disse quanto fosse utile, nella risoluzione dei problemi di qualsiasi natura, chiedersi: “c’è qualche domanda che mi sfugge?”. Noi siamo spesso così attenti a ricercare soluzioni nell’immediato che dimentichiamo l’importanza del porci alcune semplici, ma fondamentali domande. Ed è proprio nel farsi domande che risiede la possibilità di conoscenza di sè e dell’altro, nel mantenere viva la curiosità per ogni piccolo aspetto della nostra vita e di quella altrui, in modo da permettere una comprensione sempre più profonda di ciò che mi caratterizza e che distingue me dall’altro. Soldera propone tantissimi “esercizi” di riflessione, tantissime domande cui dedicare qualche minuto del nostro tempo relative al nostro vissuto della gravidanza, alle nostre aspettative, alle nostre abitudini pre e post, per scendere sempre più nello specifico di ciò che siamo noi e arrivare così alla “descrizione” quanto più possibile neutrale ma coinvolta (e piena di genuino interesse verso l’altro-da-me) di quello che ci mostra di sè nostro figlio già nel pancione. Per farvi un esempio delle manifestazioni genuine e scevre di proiezioni da cogliere al volo nella rappresentazione del nostro bambino, durante la mia prima gravidanza avevo notato che ogni volta che ridevo di gusto, sistematicamente, la mia piccola iniziava a singhiozzare e continuava così a farmi sobbalzare per qualche minuto di fila. Ho scoperto poi, “conoscendola” e vivendola in questi anni, che questa abitudine le è meravigliosamente rimasta: ogni volta che ride di gusto per qualcosa prende a singhiozzare per qualche minuto senza riuscire a smettere, cosa che inesorabilmente alimenta l’ilarità generale. Questo è un chiaro esempio di carattere fisico come ce ne possono essere infiniti per ogni essere umano al mondo, ma corpo e mente vanno di pari passo e, se è possibile distinguere dei caratteri fisici già nel pancione prestando un po’ di attenzione ed ascolto, sono sempre l’attenzione e l’ascolto a far da padroni per la conoscenza psichica ed emotiva.

Quindi mamme, facciamoci tante domande, partendo anche da cose che possono sembrare banali o scontate. Non importa quante e quali risposte riusciamo a trovare: le domande alle quali non sappiamo dare risposta dicono di noi tantissimo, a volte molto più delle risposte che diamo. Voi che ne pensate?


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