La lezione di Enea

A. Marcolongo, Laterza Editore, 2020

La recensione

 

Andrea è una scrittrice unica, qualche anno fa ha pubblicato un libro che ha avuto un successo straordinario in tutto il mondo sul greco antico “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco” e da poco è in libreria con questo “La lezione di Enea” che mi è stato regalato da un amico. Dico subito che è stata una lettura sorprendente anche perché ho scoperto che l’eroe troiano è stato una delle figure fra le più mal raccontate della storia.
Nel libro però non si parla soltanto di Enea, ma anche di Virgilio e del suo tempo, delle vicende del periodo Augusteo alla cui gloria lo stesso Virgilio avrebbe dovuto contribuire con il suo capolavoro. L’autrice veleggia continuamente fra la storia dell’eroe, i suoi viaggi per arrivare nel Lazio e diventarne re e appunto il tempo in cui lo stesso Virgilio viveva. Intanto si imparano un sacco di cose sulla figura di Virgilio, sul suo stile particolare e soprattutto sulla sua scelta di scrivere di un uomo molto meno guerriero ed eroico di quanto noi ci aspettiamo, ma anche che si sarebbero aspettati i suoi primi lettori romani, che immaginavano di leggere una versione romana dell’Iliade e dell’Odissea. Infatti, dopo aver conosciuto quei testi può e poteva sembrare persino deludente leggere una storia piena di dubbi, di lacrime e incertezze. E’ come se si andasse a vedere un film di Rambo e ci si trovasse di fronte a un on the road lento e riflessivo.
Enea si rivela un uomo che deve, per il Fato deciso dagli dei, arrivare a fondare, da greco com’era e perfino suo malgrado, un regno in un paese lontano che solo dopo diverse generazioni sarebbe potuto diventare la Roma città eterna e imperiale.
Si può tranquillamente parlare di un Copione che inevitabilmente Enea deve portare a compimento, è duro e faticoso per lui, ma lo vuole fare con tutto se stesso perché sa di esprimere con esso il suo valore. Sa pure che se l’obiettivo è inevitabilmente quello è il modo in cui lo perseguirà a essere nelle sue mani.
La Marcolongo così ce lo fa interpretare e in un certo senso è così per tutti noi: durante tutta la vita portiamo a compimento il progetto di un essere umano per molti versi già scritto, ma è il modo con cui lo faremo a descriverne il valore, il senso e il significato.
Enea è un uomo resiliente e sofferente, molto umano, per nulla un simbolo di quello che a Roma allora tutti si sarebbero aspettati come personificazione dell’imperatore Ottaviano Augusto. L’Eneide doveva essere qualcosa di eroico, ma Virgilio ha finito per sorprendere tutti e descrivere invece il dramma di un uomo fragile, pieno di dubbi, che pure quando deve proprio combattere lo fa controvoglia e se uccide, come nel finale, lo fa in uno scatto improvviso, per un grande dolore.
Scrive l’autrice: “I versi di Virgilio sono stati una liberazione. La liberazione di riconoscere che il male fa male e perciò è uno scandalo, che la paura non se ne va urlandole contro, che la fatica ha un peso indicibile di cui si farebbe volentieri a meno, che non andrà sempre tutto bene e che nessuno sano di mente aspira a fare l’eroe se non gli è forzatamente imposto – e che c’è ben poco di didattico in una tragedia, se non goduta a teatro.” E poi aggiunge: “L’Eneide racconta come, da tutto questo spargimento di vivere, non ci si può tirare fuori mai. Bisogna resistere invece, e ancora, fino alla fine.”
Leggendo questo libro si viene a sapere che Virgilio lasciò incompiuta la sua opera, rimasta pure raffazzonata e piena di incongruenze. L’avrebbe voluta distruggere se i suoi allievi non l’avessero salvata contro le sue ultime volontà.
Deluso dall’imperatore Ottaviano Augusto che, per la propria gloria, gli aveva commissionato di cantare le lodi passate e future di Roma, Virgilio finì per descrivere delicatamente e affettuosamente la storia di un personaggio del tutto diverso.
Ho trovato in questo libro, al di là di una sana iniezione di cultura, anche notevoli suggestioni attuali: “ci si dimena una vita intera alla ricerca del COSA. Scomposti, al COME quasi non si bada. Ingenui crediamo che il corso dell’esistere sia determinato dalla sconfinata gamma delle scelte a noi sottoposte. COSA fare di noi, degli altri dello studio, dell’amore, della politica, del mondo fino alle stelle e oltre. Il QUANDO e il DOVE e il CHI e il PERCHÉ moltiplicano la parvenza delle possibilità offerte, che appaiono infinite ogni giorno.”… “L’interrogativo da porsi è COME far fronte alla casualità per non arrendersi e per non stramazzare.” Bellissimo!
E poi Enea è un eroe del dopoguerra, è alla ricerca di un luogo da chiamare patria dopo la caduta di Troia. Questo è il suo scopo, lui, il devoto agli dei, il paziente, il resiliente, con un grande senso del dovere (così si traduce pietas, pensate un po’), un uomo che testimonia la raffinatezza dei greci, la conservazione delle tradizioni e della propria cultura, viaggia per poter costruire una nuova civiltà e vuole farlo bene.
Ma poi, al di là delle osservazioni sul valore e sul significato di questo “viaggio dell’eroe” alternativo, peraltro ben comprensibili visto che di Enea si era pure appropriato il fascismo descrivendolo come un bellicoso conquistatore, espansionista e dunque colonialista, emergono alcune perle proprio di scrittura che mi hanno affascinato.
Leggete cosa scrive sul suicidio di Didone: “In sintesi, la questione femminile che pone l’Eneide è molto più urgente del logoro stereotipo dell’eroe maschile che infrange il sogno romantico della principessa indifesa… Enea non fa quasi niente a Didone per meritare di essere crocifisso per secoli … fin da subito è molto chiaro nel comunicare a Didone la sua volontà di fondare Roma … E allora, se Enea è tanto innocente, perché alla fine Didone si suicida? … non è da Enea che è stata abbandonata, ma da se stessa … Didone è come svuotata, vivere le è venuto a noia. E dunque per tedium vitae, per disgusto della vita stessa, che sceglie di morire… Ma nelle ossa ha la follia, aggiunge Virgilio, anticipando il presentimento per cui quella di Didone non sarebbe passione, ma squilibrio, non innamoramento, ma crollo.”
Insomma è l’amore per sé che a Didone difetta. E’ l’illusione che sia Enea a fornirle il senso e il significato della sua vita a mortificare, letteralmente, la sua identità, a uccidere la sua autonomia. Conclude la Marcolongo che evidentemente di amore deluso se ne intende: “Spero che nessuno vi abbia mai guardato come Enea guarda Didone mentre dà di matto, a me purtroppo è successo.”
E poi più in là: “Se Virgilio credette nel progetto di Augusto non fu perchè costretto o minacciato, ma perché aveva bisogno di credere in qualcosa, e in qualcuno. Come tutti. Quando smise di prestare fiducia non prese però a rinnegare o a insultare colui nel quale aveva creduto. Preferì invece cristallizzare il ricordo laddove aveva potuto dirsi felice, in modo che nessuno potesse sporcarlo.”
Ecco, così dovremmo imparare a fare quando finisce un amore, una fede politica, un’amicizia, un progetto comune.
E infine, vi siete mai chiesti perché Dante si fa accompagnare proprio da Virgilio all’Inferno?
Dante chiama Virgilio “lo mio maestro e ’l mio autore … onore e lume”, e dunque lo sceglie certo per lo stile di scrittura o perché da lui aveva ripreso l’idea della discesa dello stesso Enea agli inferi, ma forse, ci evidenzia l’autrice, c’è ben altro. Dante si fa accompagnare da Virgilio soprattutto per quella pietas che si diceva, quel senso del dovere che spinge a fare un viaggio di esplorazione della condizione umana più sfortunata (il COSA) con compassione e dolore e partecipazione (il COME) verso quei peccatori inconsapevoli e dannati.
Ci voleva lo sguardo misericordioso di un maestro per affrontare tanta sofferenza!
Che bella storia.
Anche per noi, per molti versi, terapeutica.

 

Giorgio Piccinino

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