“Lo faccio per il mio bambino!”


“Lo faccio per il mio bambino!”

Diana Misaela Conti

Lo faccio per mio figlio” è una frase che si sente spesso tra genitori: fuori da scuola nella lunga ed estenuante attesa che i cancelli si aprano, alle cene tra amici, ai colloqui con gli insegnanti o esperti di ogni sorta (psicoterapeuti compresi), etc. E’ frutto dell’amore che lega indissolubilmente genitori e figli. In quel momento si vorrebbe trasmettere il messaggio “Io so chi è mio figlio, so cosa è bene per lui/lei ora e dopo”.

Ma siamo certi che sia sempre così? Perché a volte, ad un orecchio esterno, qualcosa stride: se da un lato è chiaro che si sta parlando del proprio bambino, dall’altro è altrettanto palese che quello di cui si sta parlando non è unicamente il bambino in carne ed ossa presente nella vita dei genitori. I bambini in questione, infatti, sembrano essere due: il bambino reale e il Bambino Interiore. Quella che vorrei proporre oggi è una riflessione su quello che (alle volte, per carità!) si può nascondere tra le righe di questa frase.

Ricordo il momento in cui ho pensato di scrivere questo articolo: ero in colloquio con un uomo coinvolto in una brutta separazione che, con tono fermo e deciso, affermava che non era poi così importante che la figlia di 5 anni passasse il giorno della Festa della Mamma con la ex moglie o della Festa del Papà con sé. L’importante era che non si alterassero i week end di sua pertinenza. “La Festa della Mamma e del Papà sono sciocchezze, l’importante è che nei miei week end stia con me. Lo faccio per mia figlia Clara, dottoressa, ha diritto a stare con suo padre quando le spetta!”. Un principio assolutamente corretto in linea di massima: i figli devo trascorrere il tempo con entrambi i genitori, ma si era, a mio avviso, perso di vista il vissuto della bambina. Quest’uomo non riusciva a immedesimarsi nei panni della propria figlia e comprendere cosa volesse dire per lei la festa della mamma o del papà: i lavoretti preparati a scuola, la condivisione il giorno dopo delle esperienze con i compagni e la maestra, il carico di aspettative legate a queste cose che per un adulto di quarant’anni son sciocchezze, ma per un bambino sono importantissime.

E allora cos’era successo? Era forse un padre insensibile? Assolutamente no! Un padre attento, che aveva il profondo desiderio di passare del tempo con la propria bimba, affranto da una separazione difficile e tormentata.

In questi momenti, come in altri meno dolorosi, si può rischiare di non vedere il proprio/a figlio/a come “altro da sé” con desideri, bisogni e vissuti diversi dai propri. In quel momento c’era un bambino con un bisogno molto urgente, ma non era la piccola Clara, era il Bambino Interiore del padre. Un Bambino che lottava affinché i suoi bisogni venissero ascoltati, arrabbiato e ferito da tutto quello che stava succedendo.

Eric Berne ha concettualizzato la personalità umana come composta da tre distinti Stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. A differenza di altri concetti psicoanalitici, gli Stati dell’Io si costituiscono a partire dal bagaglio delle esperienze dell’individuo. In questo senso, il Genitore è strutturato a partire dall’esperienza con i propri genitori e, in maniera analoga, il Bambino si basa sul bambino che si è stati.

Negli articoli passati si è già parlato del Bambino Interiore: “In ogni adulto c’è un bambino interiore “nascosto”, un bambino che può riattivarsi in qualsiasi momento, spesso senza che ce ne rendiamo conto, e che ci può condizionare nelle relazioni affettive importanti come quella con i nostri figli. ll Bambino interiore è una parte della nostra personalità che resta sempre bambina e che quindi mantiene in se’ le caratteristiche legate al mondo dell’infanzia.” (Nadia Rotelli in https://www.berne.it/lascolto-empatico-dei-nostri-figli-puo-aiutarci-conoscere-meglio-nostro-bambino-interiore/). Questo Bambino è una risorsa potentissima per l’individuo, ma al contempo può diventare una ostacolo che impedisce di vedere il bambino reale che è il proprio figlio, diverso e unico rispetto a sé. Riuscire a distinguere ciò che appartiene a sé e alla propria storia da ciò che appartiene ai figli è un processo molto difficile, che accompagna tutte le fasi della loro crescita.

Tra le funzioni della genitorialità ve n’è una che è stata definita proiettiva: padri e madri proiettano parti di se’ sul proprio bambino. La nascita di un bambino porta con sé una serie di fantasie che oscillano tra speranze e paure. Quando i genitori, dopo nove mesi di fantasie e piccoli contatti attraverso il corpo materno, incontrano finalmente il bambino reale, questo può diventare oggetto di proiezioni (quello che vivo/ho vissuto/sento io lo sentirà anche lui), sogni (cosa farà da grande, come sarà etc.) e paure (quello che non si vuole diventi/accada/provi).

La relazione con il figlio è sempre una relazione oggettuale con un essere diverso da sé, ma è anche una relazione narcisistica con parti di sé viste nel bambino. Questo processo di proiezione aiuta a creare quella sensazione di collegamento e unione tipica della famiglia, riassumibile con l’affermazione “io e te siamo simili, uniti”.

Ma simili non vuol dire uguali e i miei bisogni non per forza coincidono con i tuoi.

L’ effetto incontro non si conclude nei giorni successivi al parto e molte volte nel corso della vita del bambino potrebbero essergli attribuiti vissuti dei genitori e del Bambino dei genitori. Alcune attribuzioni si basano sulla fiducia che i genitori hanno in sé stessi e sulle loro esperienze positive, altri sulle proprie paure e sulle ferite che risalgono ai loro vissuti in quanto figli. La nascita di un bambino, quindi, provoca la ripetizione e una rivelazione della storia dei genitori e le differenti tappe dello sviluppo del bambino offrono l’occasione di riattivare ricordi vissuti, (dolorosi o meno) della vita dei genitori (per un ulteriore approfondimento consiglio l’articolo di Pier Luigi Spatola “Tappe Evolutive e Analisi Transazionale”).

E’ molto importante, quando si cerca di capire di cosa ha bisogno un bambino, fermarsi a riflettere se quello di cui in quel momento siamo convinti potrebbe riguardare veramente lui/lei come essere diverso da sé oppure qualche bisogno inascoltato di sé stessi.

Non deve diventare un machiavellico lavoro speleologico nelle profondità del proprio inconscio, mi raccomando!!! Semplicemente un momento in cui si ricorda a sé stessi che non è detto che nostro figlio/a viva le cose esattamente come noi, perché diventare genitori, in un certo senso, ci fa tornare bambini.

Bibliografia
  • Nathalie N. a cura di, “Manuale di Psicoterapia centrata sulla Genitorialità”, Raffaello Cortina Editore, 2016.
  • Moiso C., Novellino M. “Stati dell’Io: le basi teoriche dell’analisi transazionale integrata”, Astrolabio, 1982.
  • Spatola P.L. “Tappe Evolutive e Analisi Transazionale”, in Riflessioni 3-4.
  • Spatola P.L. “Tappe Evolutive e Analisi Transazionale” in Riflessioni 3-4.

 

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