Mio figlio adolescente va male a scuola: come genitore, come posso aiutarlo?


Mio Figlio* adolescente va male a scuola: come genitore, come posso aiutarlo?

Silvia Polin

L’età dell’adolescenza è molto delicata perché permeata di vissuti e pensieri confusi riguardo alla propria identità non solo psicoemotiva ma corporea.

In questa fase trasformativa che dall’infanzia porta all’età adulta, si accentuano i conflitti generazionali alimentati dal bisogno emancipativo del Ragazzo il quale entra in contrasto con le aspettative dei genitori e con la loro idea di come il Figlio sia e/o debba essere. Se a livello relazionale l’Adolescente è impegnato a differenziarsi dai genitori, a livello cognitivo sta consolidando la capacità di ragionamento in astratto da confermare o smentire attraverso l’esperienza. Ecco perché l’Adolescente in questa fase rifiuta i no categorici e le regole dettate in modo impositivo, desiderando il confronto riflessivo in cui possa essere tenuto in considerazione ciò che anche Lui pensa e sente; tutto questo nell’ambito di uno spazio relazionale caratterizzato dalla negoziazione con il genitore che in modo autorevole (non autoritario) deve continuare ad essere una guida contenitiva capace di rigore, ascolto e flessibilità.

E’ proprio in relazione ad una “corrispondenza non più lineare” tra i comportamenti del Ragazzo prima e durante l’età adolescenziale, che il genitore deve essere pronto ad accogliere senza giudizio il “Figlio in trasformazione”. Può capitare infatti che di fronte ai nuovi atteggiamenti, ai bisogni, ai desideri e alle reazioni del Figlio, il genitore possa veicolargli messaggi di delusione e di disapprovazione che spesso si traducono nell’espressione: “Non ti riconosco più”. Frase che non aiuta il Giovane nel suo conflitto interno alimentandone il malessere.

In una fase maturativa deputata evolutivamente a scegliere come e chi diventare, chiedere al Figlio di rimanere uguale a come è stato nell’infanzia vuol dire bloccare questo processo di crescita. Un genitore dovrebbe ricordarsi della propria adolescenza per comprendere e aiutare il Ragazzo nel suo processo maturativo. Dovrebbe anche tener presente che il Figlio è una persona diversa e non deve percorrere le orme genitoriali e tantomeno riscattarne i desideri irrealizzati.

Si deve partire dalla considerazione che l’adolescenza, come tempo del diventare grandi, implica dei profondi cambiamenti che richiedono molta energia assorbita da emozioni intense e da molteplici dubbi legati alla domanda più importante: “Chi sono io?”.

E’ bene considerare che una certa distraibilità e un certo calo del rendimento possono essere ricondotti al fatto che il giovane sta canalizzando la sua energia esplorativa per capire la sua identità e per risolvere i suoi turbamenti spesso legati ai primi amori ed alle prime delusioni sentimentali. Ma quando i problemi di apprendimento e di rendimento iniziano a ripercuotersi negativamente sull’immagine di sé, portando il Ragazzo verso uno stato di scoraggiamento e di sfiducia, la strada della punizione e del rimprovero non è la via da percorrere. In questi casi il genitore dovrebbe interrogarsi (aprendo il dialogo con il Figlio) su cosa stia succedendo, non solo nella vita del Ragazzo ma anche nell’ambito dei rapporti familiari. Quando il Giovane vive in un ambiente familiare connotato da tensioni, problemi, incomprensioni e attriti perde la serenità e ciò si ripercuote inevitabilmente sulle capacità attentive e di concentrazione e quindi anche sul rendimento scolastico.

Ogni comportamento del Ragazzo deve essere colto come un segnale comunicativo in un’età in cui raccontare a parole il proprio disagio non è facile, a fronte della turbolenza emotiva che caratterizza l’adolescenza.

Andare male a scuola non deve essere ridotto ad una mera questione prestazionale ma deve essere letto come un sintomo di qualcosa da comprendere. Dietro uno scarso rendimento può esserci una richieste di attenzione e di aiuto rispetto ad un disagio emotivo a fronte di dinamiche relazionali e situazionali che stanno creando dei problemi al Giovane. Per questo è necessario chiedersi cosa c’è dietro al comportamento del Figlio che va a male a scuola. E per avere la risposta, occorre predisporsi al confronto con un reale interesse per capire il pensiero e in questo caso il malessere del Ragazzo. Infatti il semplice rimprovero è una reazione genitoriale non costruttiva.

Perfino perdere un anno scolastico può essere un’esperienza di crescita se affrontata evitando sterili giudizi, insegnando al figlio che nella vita si possono fare degli errori ma la cosa importante è comprendere cosa non ha funzionato, per non reiterare lo sbaglio.

La scuola rappresenta l’ambito in cui il Ragazzo si confronta con valutazioni, prestazioni, richieste, scadenze e problemi, e per questo è una palestra di vita che aiuta a finalizzare le proprie risorse mettendosi alla prova.

Il messaggio da veicolare è che per ottenere un obiettivo occorre anche impegnarsi, senza procrastinare nella speranza che il problema si risolva spontaneamente magari ricercando la via più facile (ritirarsi dagli studi, copiare, saltare le verifiche o perdere l’anno di scuola come reazione alla rassegnazione o come trasgressione ai diktat genitoriali). E’ importante insegnare che se non ci si attiva la conseguenza sarà un esito negativo di cui si è chiamati a rispondere personalmente, non in termini di colpa ma di assunzione di responsabilità come frutto di una scelta.

Il contesto socio-culturale odierno facilita la fuga dagli impegni e dalla fatica e quindi dalla dedizione allo studio. In questo scenario, lungo un continuum di possibili comportamenti genitoriali, troviamo due condotte disfunzionali che il genitore può adottare: giudicare il Figlio per i suoi errori o insuccessi (attraverso critiche e rimproveri svalutanti), arrivando ad usare l’arma improduttiva del ricatto “se non studi allora…”; oppure tendere a giustificarlo (trovando sempre cause esterne per il comportamento del Ragazzo). Pensiamo a quelle situazioni in cui un genitore nella speranza di creare una alleanza, diventa l’amico del Figlio arrivando a schierarsi con Lui alimentandone il vissuto di ingiustizia e di vittimismo rispetto al giudizio espresso da un insegnante a cui si addossa la responsabilità dell’insuccesso del Ragazzo. La condotta genitoriale più costruttiva è responsabilizzare il Giovane insegnando che “ogni azione genera un risultato del quale sei chiamato a rispondere” e che “se non studi non fai qualcosa contro di me-genitore, ma contro te stesso e il tuo futuro”.

Il genitore deve aiutare il Giovane a credere nei suoi sogni mettendolo di fronte al fatto che per ottenere le cose che si desiderano occorre dedicare tempo, energie e risorse, superando le inevitabili difficoltà che si incontrano; un passo dopo l’altro lungo un cammino in cui non è importante stare sempre in piedi o sempre sulla cresta dell’onda, ma trovare la forza di rialzarsi dopo una caduta. Lo scopo infatti non è non sbagliare mai, ma imparare dalle esperienze.

Mettere in conto che si può cadere è importante perché come disse Sandro Pertini: “Chi cammina talvolta cade, solo chi sta seduto non cade mai”. Ma rimanere fermi equivale a una vita vuota.

Solo accettando le prove e rispondendo alle richieste della vita, il Giovane può scoprire “Chi è”, potenziando la sua autostima e formando la sua consapevolezza.

Studiare non può essere ricondotto solo ad un dovere ma è un mezzo che il Giovane ha per emanciparsi e affermarsi come individuo nella società. Troppe volte la scuola diventa il teatro in cui esprimere la propria ribellione alle richieste del genitore, che cerca di imporre la modalità e il tipo di studio innescando una sfida in cui chi ci rimette è inevitabilmente il Giovane il quale per non compiacere le attese e le aspettative familiari può arrivare a boicottare il suo percorso formativo.

Un Figlio che fatica nello studio non deve essere umiliato ed etichettato con epiteti che creano un marchio nella fragile autostima del Giovane adolescente. Occorre invece insegnargli che di fronte ad una difficoltà si può chiedere aiuto magari ai compagni con cui può studiare per imparare il loro metodo di studi. Talvolta il Ragazzo ha bisogno di individuare delle strategie per organizzare lo studio per esempio non accumulando all’ultimo momento la materia da preparare evitando così di andare in ansia. Ci sono Ragazzi che sono così preoccupati all’idea di prendere un brutto voto, che entrano in una spirale d’ansia prestazionale non riuscendo a dare il meglio di sé durante le prove scolastiche nonostante l’impegno nello studio. Ecco perché un genitore di fronte ad un Figlio che sta andando male a scuola deve interrogarsi sui messaggi educativi che gli sta veicolando. Può succedere infatti che un Giovane sovraccaricato di richieste orientate a perseguire modelli e ideali perfezionistici si senta sotto pressione o impotente rinunciando in partenza a mettersi in gioco. Al contempo è importante che il genitore insegni, attraverso l’esempio, il significato della passione e non solo del sacrificio e che ogni errore è un’esperienza di crescita e non un fallimento.

Un genitore non aiuta il Figlio a crescere quando tende a sostituirsi a Lui nel trovare le soluzioni ai problemi cadendo nella trappola del: “Non ti preoccupare ci pensano la mamma e il papà”; oppure quando il genitore, spaventandosi del disagio del Figlio, nell’illusione di fargli del bene, adotta uno stile educativo accondiscendente appagando tutte le richieste, scusandolo senza fargli comprendere le proprie responsabilità. La via che facilita la crescita e che rafforza il legame affettivo è quella di affiancare il Figlio, incoraggiandolo a trovare Lui stesso la soluzione alle difficoltà che incontra, sostenendolo nell’espressione della sua personalità offrendogli stimoli di riflessione. Il fatto che un Adolescente possa non avere le idee chiare sul suo futuro e sulle scelte da intraprendere, è assolutamente legittimo e non è sostituendosi a Lui nel processo di scelta che lo si aiuta.

A volte la difficoltà del Giovane riflette il suo sforzo di cercare di compiacere il genitore rispetto ad un percorso di studi che non ha scelto in base alle sue inclinazioni ma in risposta alle attese più o meno esplicite dei genitori. È molto importante interrogarsi su questa eventualità che accade più spesso di quanto si immagini.

Studiare non deve essere la via per diventare ciò che il genitore vuole, ma è il mezzo per prepararsi alla vita. Ecco perché il genitore nel suo ruolo educativo deve aiutare il Figlio a individuare gli obiettivi verso cui tendere stimolandolo a perseguire le sue passioni senza sminuirle, ridefinirle o stabilendo a priori cosa sia “giusto” per il Ragazzo.

Come genitori è necessario quindi farsi delle domande sul tipo di richieste che si fanno al Figlio, soffermandosi anche a valutare la qualità degli incoraggiamenti e dei riconoscimenti che si danno. Le critiche infatti sono utili se non umiliano, se motivano al miglioramento e se sono affiancate anche dalla valorizzazione delle cose positive fatte dal Giovane. Ricordiamoci che i messaggi verbali e non verbali che passiamo sono quelli con cui nostro Figlio convivrà per il resto della sua vita, dialogando con se stesso nel modo analogo in cui ci siamo relazionati con Lui.

Nella relazione con nostro Figlio c’è rispetto? Fiducia? Incoraggiamento? Crediamo in Lui e nel fatto che ce la possa fare? Lo stiamo davvero aiutando a credere in se stesso? Questi sono solo alcuni stimoli di riflessione per arricchire il proprio modo di essere un genitore migliore.


Includendo con i sostantivi e i pronomi scritti in maiuscolo, sia le femmine che i maschi.


 

Discussione

  1. Massimo  Febbraio 28, 2019

    Mi sento proprio male. Le ho provate tutte ma mio figlio continua ad andare male a scuola. Ho cercato di creare un ambiente sereno a casa. Lo accompagno a destra e sinistra. Esce sempre con gli amici il sabato sera. Non gli faccio mancare niente. E lui mi risponde che la priorità per lui è la palestra e non lo studio, che la palestra lo fa stare bene emotivamente. Ieri mi ha detto che a maggio deciderà cosa fare: se ritirarsi o meno da scuola in base al numero delle materie che deve recuperare (il primo quadrimestre aveva 6 debiti formativi), che se le materie sono troppe non ha voglia di studiare questa estate per rovinarsi le vacanze. Aiuto sono disperato. Massimo

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    • Centro Berne  Marzo 5, 2019

      Buongiorno Massimo,
      comprendo il senso di impotenza e la sofferenza che sta vivendo come genitore.La difficoltà di suo figlio potrebbe essere evolutiva (correlata cioè alla fase adolescenziale in cui c’è molta confusione), oppure potrebbe essere un segnale di qualcosa che sta succedendo nella vita familiare, scolastica, amicale o nel rapporto genitore-figlio, che magari sta togliendo serenità a suo figlio. La difficoltà scolastica può essere un sintomo di un malessere o di una difficoltà emotiva di cui il ragazzo potrebbe non saper o non poter esprimere con le parole. L ‘andar male a scuola può essere un segnale di un conflitto che può parlare di ribellione, di non senso, di svalutazione, di ricerca di attenzione e di tanto altro ancora.
      La sua richiesta d’aiuto come padre è molto importante. Così come è importante andare oltre la questione della promozione/bocciatura focalizzandosi maggiormente al bisogno emotivo che c’è sotto al comportamento manifesto del ragazzo. Per questo mi sento ti suggerirle di allargare la sua richiesta di aiuto, con un colloquio insieme ad uno psicoterapeuta che la possa aiutare a comprendere in modo più approfondito ciò che sta accadendo, per poter ridare a sé e di riflesso a suo figlio più serenità.

      Un saluto cordiale
      Silvia Polin

      (reply)
  2. Lucy  Marzo 6, 2019

    Salve,,,mio figlio e bravissimo a casa ,quasi perfetto,mentre a scuola un disastro,,,,ieri un bell 6 in matematica,,,,ha sbagliato,,ha scambiato i risultati,,un disastro,,,,veramente per me e angosciante.

    (reply)
    • Centro Berne  Marzo 11, 2019

      Buongiorno Lucia
      Insegnare a nostro figlio a relativizzare è molto importante. Essere sempre in un modo e non poter mai essere altro, crea dei forti condizionamenti che a lungo andare definiscono il Sé con delle etichette faticose e dolorose che non aiutano a crescere e a star bene.

      Se un figlio prende un 6 in un compito non è da biasimare. Magari la disattenzione del momento è legata a qualche preoccupazione che toglie energie al ragazzo. Magari il figlio sente il bisogno di testare le reazioni di un genitore difronte ad una prestazione non eccellente ma semplicemente sufficiente (per sentirsi accettato comunque).
      Educare i nostri figli all’impegno e a fare il meglio che possono in quello specifico momento, è importante ma non é funzionale chiedergli di essere sempre al top. Il voto non è tutto.
      Insegniamo a migliorare ma anche a godere dei risultati positivi (anche se non sono perfetti.. E un 6 è un voto positivo). Altrimenti la capacità di impegnarsi si svuota di passione e diventa puro sforzo in cui ogni risultato ottenuto non è mai abbastanza e da questo possono nascere disagi e sofferenze che minano l’autostima del giovane. Attenzione quindi alle richieste e alle aspettative che riversiamo sui figli.

      Un cordiale saluto
      Silvia Polin

      (reply)

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