Genitorialità e femminicidio


Genitorialità e femminicidio

Giorgio Piccinino

Cosa sta accadendo ad alcuni uomini si domanda Michela Marzano, in un articolo del 2 agosto su La Repubblica, a proposito di un ennesimo femminicidio. La sua risposta, naturalmente è molto giusta: “non sanno accettare un rifiuto, una perdita”. Non sanno accettare queste frustrazioni perché il loro equilibrio di uomo dipende (questa, voglio sottolineare, è la parola chiave) da queste donne, senza le quali la loro vita non ha più senso. Non hanno imparato che “le persone – conclude la Marzano – non sono semplici cose di cui disporre come ci pare.”

Sacrosanto, ma perché questo può accadere?

Credete che sia facile uccidere la propria compagna? E, quando capita, persino i propri figli?

Quale abisso di disperazione invade e ingoia totalmente un uomo per fargli credere che la propria vita sia finita?

In quei momenti, ciò che accade è che un’emozione di disperazione contamina tutta la persona, invade la sfera razionale (o quel poco che c’era), non resiste nessun pensiero che non sia un impulso distruttivo per farla finita con una vita che, non dimentichiamolo, da allora si immagina essere terribilmente infelice. Insopportabilmente infelice. In quei momenti si perde la capacità di pensare alle conseguenze, che sono sempre anche per l’assassino, non lo dobbiamo dimenticare, terribilmente funeste, anche quando subito dopo non si suicida. Non sono omicidi questi in cui si pensa di farla franca.

Non si tratta di un raptus, si tratta di una disperazione covata da sempre.

E’ la stessa inconscia sofferenza per un vuoto da colmare che porta questi uomini a legarsi totalmente a una donna, che è, fin dal primo innamoramento, il puntello della loro angoscia da solitudine. Sono uomini che dipendono per il loro equilibrio totalmente dalla donna cui si appoggiano indissolubilmente.

Non bastano le spiegazioni sociologiche, l’ovvia emancipazione delle donne che finalmente possono anche andarsene e cambiare idea è solo l’occasione perché questi vuoti interiori da solitudine incombente vengano a galla. Non è molto diversa la dipendenza da lavoro, anche se in quel caso, spesso non essendo a tiro chi ha determinato il licenziamento, si passa direttamente al suicidio.

Ma anche in quei frangenti si immagina la propria vita e la propria identità distrutta, irrimediabilmente.

Devo essere breve e dunque la domanda è purtroppo scioccante e può sembrare crudele, ma tocca farla: “ma che genitori hanno avuto uomini così? Che madri e che padri?”

La dipendenza affettiva è tipica del neonato, nasciamo tutti così, dipendenti in tutto, ma poi non tutti, grazie proprio alle mamme “sufficientemente buone”, restiamo dipendenti.

Sarebbe molto utile fare una ricerca seria su questi uomini, sono mai usciti da questo legame totale, da questa simbiosi così necessaria, dalla dipendenza dei primi anni? Ed era una simbiosi sana? Cosa può essere successo di così terribile allora per rendere prima un bambino e poi un adulto così dipendente dalla persona che lo ama e a cui si “deve” aggrappare “disperatamente” per sopravvivere?

E’ stata una madre affettivamente assente, per cui crescendo ogni attaccamento possibile diventa un’ossessiva ricerca di quell’amore totale mai ricevuto?

Oppure è stata una madre super affettiva e devota in tutto, tanto che quel figlio crescendo pretende sempre la stessa dedizione totale?

E’ stata una madre ambivalente, con vicinanze e assenze discontinue, imprevedibili e odiose per un bambino, ma capaci di creare una rabbia inconscia e sorda pronta a esplodere quando finalmente si ha il potere di manifestarla? Oppure ancora c’è stato un trauma da abbandono, magari inspiegabile a quell’età e dunque per nulla superato, e dunque ora insopportabile come allora? E i padri che esempi hanno dato e che ruolo hanno avuto nella progressiva autonomia del figlio? Come hanno partecipato a questi disastri affettivi?

Gli omicidi dei propri simili sono una cosa profondamente innaturale e drammatica e se sono di persone amate ci sembrano anche più terribili e inspiegabili. Solo che in questi casi non dovremmo parlare mai di persone amate e di amore, perché questi sono legami di uomini-bambini profondamente disperati che individuano non una donna, ma una madre sostitutiva, che credono possa soddisfare il loro bisogno di sopravvivenza.

L’istinto di sopravvivenza è più forte, più violento, arcaico e autocentrato della pulsione amorosa, che nella sua forma pura e semplice è pur sempre altruistica e generosa. Dovremmo allora parlare di legami malati, di dipendenza ossessiva.

Questi uomini si “attaccano” quasi sempre in modo del tutto eccessivo, sono adoranti, pieni di sollecitudine, si annullano perfino. All’inizio.

Sono vittime predestinate che alla fine sempre si uccidono, vittime che cercano solo il loro salvatore.

Ma prima non possono, dibattendosi nel terrore della solitudine, che diventare Persecutori.

Ed è anche per questa loro formidabile dedizione che molte donne, all’inizio, restano affascinate e non si accorgono della pericolosità di tali relazioni.

C’è sempre da diffidare del “folle amore” e del “colpo di fulmine”!

Quante donne, a loro volta molto bisognose, si ritrovano innamorate di un uomo prima completamente dedito e protettivo e poi progressivamente sempre più soffocante e possessivo?

Cosa sono quei folli amori così agognati se non folli dipendenze? Le donne dovrebbero sempre diffidare dei legami appiccicosi, dei “per sempre”, dei “sei tutto per me”, di quelle agghiaccianti dichiarazioni “non cambiare mai”, “senza di te la mia vita è vuota”.

Gli adulti amano diversamente: l’amore adulto è fra persone libere di scegliere, che si incontrano amorevolmente, non perché hanno bisogno dell’altro per sopravvivere, ma perché capiscono che la loro vita insieme può integrare una bellezza che già c’è, in ciascuno. Una bellezza per cui nessun distacco potrà mai diventare un tragico abbandono, solo una strada che si divide.

Chi ha paura di affogare, chi annaspa e si sente perduto si aggrappa invece disperatamente a un salvagente.

E sarà la prima che passa, tutta contenta e gratificata dall’essere così tanto “indispensabile”.


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