
La recensione del Centro Berne
Non so quanto sia conosciuto David Foster Wallace da chi legge queste righe, ma per me che ho letto diversi suoi libri è uno degli sguardi più profondi, laterali, critici e divertenti sugli Stati Uniti di oggi, ma forse di più, sul mondo occidentale.
Non sono riuscito a finire quello che dicono sia il suo capolavoro (affermano così anche nel film) “Infinite gest” perché dopo 250 pagine di divagazioni e deviazioni sul mondo giovanile e le sue ossessioni, descritte in modo coerentemente ossessivo e particolareggiato, mi sono arreso. Però dopo questo film mi sa che quest’estate lo riprenderò.
Comunque ne parlo perché intanto il film è molto bello, ed è la descrizione di come la genialità non solo non è detto che dia la felicità, ma che al contrario possa addirittura portare alla morte. Ma David non rientra nella schiera dei poeti e degli scrittori maledetti, anzi era un uomo allegro e vitale, furbo e stimolante, da una parte. David Foster Wallace si è suicidato a 46 anni nel 2008, sei mesi dopo aver smesso di prendere gli antidepressivi che, diceva, non avevano effetti positivi. Nel film la sua genialità è raccontata seguendo l’intervista che gli fa un altro scrittore, più giovane, che, in modo un po’ ambivalente, lo guarda come un genio, ma con cui si trova sottilmente in competizione. Ne esce una figura complessa e molto interessante, di una intelligenza puntigliosa e acuta che gli consente di esprimersi sempre in modo inusuale, con lui ogni colloquio diventa un brano di un saggio sulla vita e sui rapporti umani. Eppure se si guarda bene si capisce la distanza incolmabile fra lui e gli altri. Non solo David vive da solo con due cani in mezzo a una campagna disabitata, ma è anche solo interiormente. All’uscita del film ci domandavamo come dovevano essere i suoi genitori, nel film si viene a sapere solo che il padre era un professore di filosofia e la madre una docente di inglese. Per essere diventato così, un ragazzone così sportivo e vivace d’ingegno, secondo noi doveva aver avuto due genitori certo coltissimi, ma gelidi! Molto disordinati, per nulla protettivi e probabilmente incapaci di dare una base sicura sufficiente per fregarsene di quello che poteva pensare la gente. Chissà. Ho avuto diversi pazienti così.
Di certo era ossessionato dal non essere preso sul serio, era terrorizzato dal fatto che il suo tour promozionale del libro (che noi seguiamo nel film) risultasse un modo per farsi qualche ragazza e guadagnare popolarità.
Diceva di scrivere per aiutare le persone a combattere la solitudine, ma certo non c’è riuscito con la sua. Con tutta la sua intelligenza David non riusciva ad essere intimo quasi mai, parlava sì di sé, ma come un libro stampato, diremmo noi, si sarebbe dovuto tradurre.
Nel film con il suo interlocutore riesce a essere vero solo in un paio di occasioni, sempre sbottando o litigando, mostrando un turbamento profondo, ma mai espresso fino in fondo con nessuno.
Che peccato sia finito impiccandosi.
In “Oblio”, in uno dei racconti si definisce così: “La mia vita è stata tutta un imbroglio. Non sto esagerando. Moltissimo di tutto ciò che fatto è stato di cercare di creare tutto il tempo una certa impressione di me nella gente. Quasi sempre per piacere agli altri o essere ammirato”.
Sarà stato proprio così, allora? Aborriva ciò che in effetti faceva? E se anche fosse, non sono così tutti gli scrittori?
Jonathan Franzen gli ha dedicato “Farther Away”, un racconto apparso sul New Yorker, in cui scrive: “è stato prigioniero per tutta la vita sull’isola di se stesso”.
Insomma un grande scrittore, ma forse di più una persona per cui provare una grande compassione. Tutti questi tentativi di spiegazione della sua fine si dovrebbero forse arrendere di fronte a un turbamento e a una sofferenza così grande da fargli preferire la morte.
Da leggere assolutamente “Questa è l’acqua”, “La ragazza dai capelli strani”, “Una cosa divertente che non farò mai più”. Ma sprazzi di genio ci sono in tutte le sue raccolte di saggi o di racconti, gironzolare non fa male.
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