Noi, perchè due sono meglio di uno

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M. Ammaniti, Noi, perchè due sono meglio di uno, Il Mulino, 137 pagg.

La recensione del Centro Berne

Questo libro mi sembra quasi la continuazione del libro “La nascita della intersoggettività” e anche la sua conseguenza pratica. Più agile e anche meno impegnativo da leggere, questo lavoro ci sintetizza alcune considerazioni del precedente applicandole soprattutto al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza di cui Ammaniti è grande esperto.

Ricordo, fra l’altro, che quarant’anni fa (oddio!) visitai a Roma per la mia tesi di laurea il primo asilo nido italiano che integrava agli altri i bambini handicappati ed era diretto proprio da quello che allora era un giovane e pionieristico psichiatra.

Partendo dalle più recenti scoperte dell’evoluzionismo, Ammaniti ci spiega quando e come gli esseri umani hanno iniziato a capirsi, com’è nata la cooperazione e la gruppalità e come si sta evolvendo anche grazie (a causa, sarebbe più corretto dire, dati i risultati) all’uso delle nuove tecnologie. Pur se l’autore lascia aperti alcuni interrogativi sembra chiara la sua propensione a superare il pessimismo di Freud, della Klein e di Sartre (solo per citarne alcuni) domandandosi come sia possibile che “l’uomo nella sua storia evoluzionistica sia riuscito a sopravvivere alle proprie pulsioni personali profondamente asociali, che si basano su un patrimonio genetico che sarebbe in contrasto con la sopravvivenza.”

Come è possibile che i neonati “in base all’originaria pulsione di morte, sperimentino fantasie paranoidee nei confronti del seno materno, che al contrario dovrebbe essere per il bambino l’origine della vita. Questa concezione apocalittica dell’origine della vita è stata smentita dalla teoria dell’attaccamento che ha dimostrato come il lattante si rivolga con fiducia alle figure di attaccamento per essere protetto dai pericoli.” Com’è possibile una madre minacciosa?

Lo stesso vale per ovviamente per la gruppalità: “la cooperazione è nata per limitare le pulsioni (distruttive) dei singoli o piuttosto per la necessità di affrontare i pericoli dell’ambiente primordiale e trovare strategie di sopravvivenza che potessero amplificare le risorse individuali di ogni singolo uomo?”

La mente impara, perché deve, a risuonare con gli altri e la scoperta dei neuroni specchio e il loro funzionamento stanno mettendo sotto nuova luce la formazione precoce di un lessico affettivo che sarà determinante nella formazione della nostra identità. Scrive ancora Ammaniti: “Troppo spesso l’Io è stato concettualizzato come un’entità rigida e unitaria, nettamente distinta e differenziata dalle rappresentazioni mentali degli altri. Come ha messo in luce la psicoanalisi più recente, unità e molteplicità dell’Io coesistono. Per lo psicoanalista americano Philip Bromberg il Sé si caratterizza per esperienze e modalità relazionali diverse che si sono sedimentate nel corso della vita e che possono riemergere se vengono sollecitate dal contesto e dagli scambi attuali. L’immagine proposta da Bromberg per descrivere il Sé è quella dello “standing in the spaces”, ossia il muoversi in spazi diversi in cui incontrare se stessi e gli altri…”

Come non pensare a questo punto alla pluralità e alla plasticità degli Stati dell’Io e al concetto di Copione?
“La salute si può identificare con questo funzionamento fluido del proprio Sé, mentre rischioso è l’irrigidimento del Sé, che non è più in grado di muoversi fra spazi mentali diversi, rimanendo prigioniero di comportamenti e rituali ripetitivi e autorassicuranti.”

L’intersoggettività che abbiamo interiorizzato è certo frutto delle nostre prime relazioni, ma così come abbiamo imparato chi siamo dallo sguardo accogliente o distaccato di nostra madre e abbiamo imparato ad amare dai primi e fondanti scambi affettivi (Piccinino- Casalegno 2010), così per tutta la vita la nostra immagine di noi e allo stesso tempo la nostra intersoggettività potrà essere influenzata dai nostri incontri e da chi frequentiamo.

A questo proposito Ammaniti cita il bellissimo film “Le vite degli altri” per evidenziare come, a un cuore sufficientemente aperto, perfino di un agente della polizia segreta comunista, può accadere di essere contagiato dall’umanità della coppia che deve spiare: “l’empatia e la comprensione umana possono sconfiggere la delazione, l’ostilità, la sopraffazione e ilo tradimento.”

Sarà mica che vincono il bene e i buoni?

Questo libro alla fin fine mi sembra anche fornire degli ottimi motivi per fare terapia di gruppo.
Ma anche per scegliere bene chi frequentiamo.

G.P.

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