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Mia madre

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La recensione a cura di Silvia Pagani

In questo film si narrano delicati e allo stesso tempo inesorabili percorsi di avvicinamento e di vicinanza. L’avvicinamento più evidente è quello dei due fratelli alla morte della madre. E’ l’evento ineluttabile, la morte futura, non negabile, ma solo accettabile, che innesca una catena di altri percorsi di avvicinamento e di vicinanza sempre più intima e trasformativa, sia in Margherita (Margherita Buy) che in Giovanni (Nanni Moretti) e inevitabilmente anche nelle persone accanto a loro. La principale protagonista di questa lenta progressione verso la scoperta dell’intimità con se stessa e gli altri, è tuttavia Margherita, che al contrario del fratello affettivamente ricco e tranquillo, mostra inizialmente un sottile, quanto pervasivo disagio relazionale ed emotivo, apparentemente innocuo e poco importante. Sotto la patina della sua spigolosità caratteriale, la sua maschera protettiva fatta di fastidi, insofferenze, ruvidità, rigidità ideologiche e di pensiero, comportamenti distanzianti e sfiduciati, si cela infatti una confusione e una incompleta alfabetizzazione alla relazione intima. Ciò la rende insicura e in perenne lotta contro la propria inadeguatezza e la cronica sensazione di essere incapace di andare bene al mondo degli umani intorno, a partire dalla madre.
Sono a mio avviso magistrali, le due scene iniziali dell’incontro con la madre in ospedale. L’incomprensione tra madre e figlia è quasi toccabile dallo spettatore, è concreta, piena, incorporata nei gesti e nelle espressioni di fastidio della madre (Giulia Lazzarini), che nonostante tenti di interessarsi ai discorsi della figlia, non riesce a sintonizzarsi con ciò che le sta raccontando del suo nuovo film. A Margherita non resta che ritirarsi dalla conversazione educatamente arrabbiata. (Inizialmente potrà esprimere la sua rabbia e impotenza solo attraverso i personaggi del suo film, gli operai di una fabbrica che lottano per il posto di lavoro contro la nuova proprietà americana, ma anche qui senza troppa convinzione). Si ritirerà di nuovo sconfortata e rassegnata, quando nasconderà nella borsa il pacchetto del pranzo per la madre comperato in rosticceria, vergognosamente improponibile di fronte al cibo preparato amorevolmente dal fratello, che conosce il segreto, a lei ancora sconosciuto, della creazione di quel clima di vicinanza e intimità che allevia l’angoscia della malattia e persino della morte. Di fronte al figlio che nutre la madre e le si dedica totalmente lo spettatore si sente scivolare nella lievità dei gesti. La tensione e l’insofferenza precedenti sono passate. E’ il momento del dolce lasciarsi andare alla cura reciproca del figlio verso la madre e della madre alle mani accudenti del figlio. Margherita assiste al dialogo di gesti tra madre e fratello, spettatrice distante e ammutolita sotto il peso della sua incapacità di prossimità con l’Altro.
Questo è l’inizio del film e del tragitto di fuoriuscita del soffio vitale dell’umanità soffocata della protagonista. E’ un percorso costellato di piccole trasformazioni quotidiane, scandite dalle visite alla madre malata, sempre più veri momenti d’incontro e di riconoscimento reciproco che la porteranno ad avvicinarsi agli altri e a farsi avvicinare. Finalmente riuscirà a guardare con orgoglio e tenerezza la figlia mentre impara ad andare in motorino, riuscirà perfino a entrare in intimità con l’egocentrico protagonista del suo film, che le confiderà un problema che qui non voglio anticipare e infine ascolterà fino in fondo, nonostante la fatica del mettersi in discussione, l’amante mentre le rivela la sua distaccata inavvicinabilità. Anche la fine è scandita da una scena di pura bellezza emotiva. Su una panchina dell’ospedale i due fratelli parlano dell’imminenza della morte della mamma. Ed è Margherita, questa volta, a trovare le parole giuste, a leggere così bene il desiderio della madre di morire nell’intimità della sua casa. Quelle parole dette a Giovanni “Portiamola a casa” segnano la sua liberazione dalla sfiducia e dalla paura di non essere accolta, il vero e profondo motivo della sua freddezza. Nonostante il dolore e la tristezza per la morte ormai prossima, la casa della mamma viene aperta e spalancata con vigore e la luce può entrare di nuovo a illuminare e a riscaldare quel luogo che cullerà gli ultimi giorni della madre, ma anche i primi giorni di vita davvero vissuta della protagonista. La citazione di Caos calmo è evidente, ma la panchina non è più il contenitore e il testimone dell’inquietudine e del dolore congelato del protagonista, del suo caos apparentemente calmo, bensì è il luogo dell’incontro intimo di Margherita con se stessa e con il fratello. Dopo il caos calmo la tranquillità dell’intimità.

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