L’infanzia di un capo

La recensione del Centro Berne

Raramente si vede al cinema, e di solito si tratta di capolavori, una corrispondenza artistica fra la forma e il contenuto. Capita quando un autore riesce a rendere coerente reciprocamente il messaggio del film con la modalità con cui è presentato. Mi vengono in mente alcuni film di Fellini, Kubrick, Kurosawa, Altman, ma anche Virzì e Sorrentino, solo per citare alcuni fra i più noti. Durante la proiezione di “America oggi” di Altman, per esempio, ricordo che alcuni ragazzi seduti dietro di me commentavano fra loro dicendo che il film non gli stava piacendo perché era ansiogeno e pur non capendo perché si stavano innervosendo. Altman l’avrebbe certo preso come un complimento perché quella era proprio la sua intenzione: voleva trasmettere quel senso di precarietà e di tragedia imminente, molto tipica di un certo contesto statunitense, nascosto fra le pieghe di vite che potevano sembrare comuni. Il mezzo diventa anche il messaggio e lo supporta proprio per comunicare con più forza, emozionalmente, ciò che si vuole far rimanere nella mente e nel cuore (appunto) dello spettatore. L’infanzia di un capo ti colpisce fin dall’inizio con una musica straordinaria, stridente e allarmante, esplosiva e fosca, le luci sono quelle che provengono dalle lampade a olio di quegli anni (siamo nei primi del 900), uno scuro/chiaro mai del tutto luminoso, così gli interni della grande casa dove si svolge parte del film sono fotografati con una certa aura di cupezza da cui emergono stupefacenti figure umane.

Il tema prevalente del film è scandito da capitoli che mostrano le progressive espressioni di rabbia di questo bambino. Sembrano capricci, piccoli dispetti, infantili opposizioni le sue, ma man mano che il racconto prosegue ci accorgiamo che siamo di fronte alla vera e propria nascita di un copione da Bambino Ribelle, ben più drammatico e pervasivo.

Non ricordo altri film così “scientifici”, diciamo così, nel descrivere e farci penetrare nel mondo di un bambino che si prepara a diventare, a sua volta, un tiranno.

Ha scritto un critico (Badtaste.it) che in questa famiglia: “… c’è poco da ribellarsi perché non esiste margine per l’insubordinazione, subito repressa, subito spenta nella violenza. Prescott (il bambino) però è furbo e nonostante non abbia più di 12 anni più volte risponde a questa repressione con strategie, tradimenti e atti clamorosi, è un bambino che non cede alla repressione, anzi la combatte.”

Ma, come sappiamo, così a sua volta si indurisce, si incattivisce e di questa violenza ne diverrà inevitabilmente parte.

Potrebbe essere anche un altro il titolo del film, si potrebbe chiamare: “vizi privati e pubbliche virtù”. Gli episodi che illustrano una vera e propria guerra fra i grandi (purtroppo sono proprio papà e mamma) e un bambino, accadono, infatti, proprio mentre il padre, un alto diplomatico americano di stanza in Francia per l’occasione, sta preparando con altri politici importanti la strategia per il prossimo trattato di Versailles, quello che riassetterà i confini delle nazioni alla fine alla prima guerra mondiale. All’altissimo compito a cui si sta dedicando (sembrerebbe anche con una sua lungimiranza esemplare e con un rispetto raro per gli sconfitti) corrisponde al contrario un atteggiamento paterno autoritario, inflessibile, sadico, inappellabile.

A volte ce lo dimentichiamo, ma questa mancanza di riconoscimento per i bisogni dei bambini, questa distanza siderale che impedisce ogni comprensione dell’altro, ha caratterizzato buona parte della nostra cultura europea.

Scrive ancora lo stesso critico: La parte più succosa allora è … la maniera in cui Corbet (il regista al suo notevole debutto con questo film) rende ampia una ricostruzione più che altro domestica, il piacere che il film stesso riceve dal suo essere calcato sui dipinti d’epoca, sulla luce tenue dei quadri, su interni rovinati e su una mestizia generale che contrasta magnificamente con la furia del protagonista. Quei colori e quella messa in scena solitamente acquietanti e versati nella direzione del delicato affresco qui sono un’alcova di violenza.”

Direi anche un film da molti punti di vista didattico, “l’infanzia di un capo” è un’opera prima di una forza e di una delicatezza unica, c’è da prepararsi nell’andarlo a vedere, perché non è certo un film “piacevole”, ma per noi credo da non mancare.

Sono uscito dal cinema con una compassione “Adulta” verso le sorti di questo bambino, e ne sono stato contento, mi sembra che il regista non abbia voluto far scattare empatia nello spettatore. Anche se alcune scene di tenerezza fra le persone di servizio, le uniche amorevoli e protettive verso questo bambino, ci hanno fatto sperare in un diverso epilogo, non si è portati a una commossa partecipazione, ma piuttosto a una comprensione irritata e combattiva verso l’ingiustizia, verso l’egoismo, verso l’ipocrisia. E anche verso il narcisismo pur involontario di questi e di tanti genitori troppo attenti a se stessi, “contaminati” dai propri dolori (la madre) o del tutto dediti alle proprie magnifiche imprese (il padre).

E’ un film che ci fa bene, fa bene a noi che dobbiamo imparare ad accogliere i Bambini Ribelli (e tutti gli altri bambini defraudati da un’infanzia amorevole) con l’attenzione che meritano, anche quando si presentano oggi con la maschera feroce e incazzata che hanno dovuto indossare.

Per dire che se un anche un Hitler in erba venisse in terapia… lo potremmo anche curare!

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