

La recensione del Centro Berne
In guerra per amore è il secondo film di PIF che di nome fa Pierfrancesco Diliberto, un film veramente unico e bellissimo che consiglio vivamente. Mentre leggevo qua e là le critiche mi sono imbattuto nella recensione di Giuseppe Accardo che scrive nel portale PALERMOMANIA.IT, un siciliano dunque come Pif, ‘bè, mi sono detto, visto che dice esattamente quello che ho pensato io uscendo dal cinema tanto vale riportare la sua recensione in corsivo. Eccola dunque, l’ho solo un po’ tagliata per non farvi svelare tutto il film.
Saper raccontare un pezzo di storia importante per l’umanità non è da tutti, ma saperla raccontare attraverso gli occhi di diversi personaggi, e non solo quelli dei soldati, è da pochi. Il film narra lo sbarco degli americani in Sicilia, durante l’operazione con nome in codice Husky. Operazione che segnò l’inizio della campagna d’Italia e che condusse alla fine del fascismo.
Gli americani in Sicilia non segnarono soltanto la fine del fascismo ma anche l’ascesa della più potente organizzazione criminale mondiale: la mafia. È tramite il patto tra OSS (servizi segreti americani) e il boss Lucky Luciano che gli americani ottennero la collaborazione di pericolosi boss della malavita durante l’operazione, in cambio di scarcerazioni e impunità. Arturo (PIF) trapiantato ormai in America e innamorato della sua Flora, per poterla sposare deve chiedere la mano al padre. C’è solo un piccolo problema, il padre di Flora si trova in Sicilia dove è in corso la seconda guerra mondiale. Arturo decide di partire e arruolarsi nell’esercito americano, prendendo dunque parte all’operazione Husky. Quello che però desidero evidenziare non è tanto la trama del film, ma la poesia del film. Si, perché ritengo sia una poesia, e perché raramente provo orgoglio per una pellicola italiana. Occorre una sensibilità accentuata per cogliere i numerosi messaggi che il film regala. Insomma, un’opera d’arte piena di opere d’arte.
Dall’omaggio alla foto di Robert Capa, (ve la inserisco sotto la copertina del film) che vede il soldato americano accovacciato e un pastore ricurvo che gli indica la strada per Sperlinga, al Mussolini appeso a testa in giù in piazzale Loreto. In mezzo, una buona manciata di sentimenti. Sebastiano, il bambino del paese che in attesa del ritorno del padre partito per la guerra mai si separa dalla lettera consegnatagli dallo stesso. Nella lettera il padre trascrive la canzone dell’asino che vola. Il significato della canzone Sebastiano la coglierà quando assisterà alla scena dell’asino che vola, trasportato da un elicottero americano. Mutuando da Benigni, il bambino, colto da stupore, esclamerà “allora è vero!”, scoprendo che la canzone dell’asino che vola insegna che il cambiamento che ognuno spera, è subordinato esclusivamente a noi stessi, come a dire che, in barba al significato dell’impossibilità che gli asini volino, nulla è impossibile. Annina, la vecchina del paese che mai dimentica di portare con se la statua della madonnina al rifugio antibomba. Agostino, fedele fascista che anziché pregare i santi, rivolge le sue speranze alla statua di Mussolini. Il figlio di Agostino, partito per la guerra non tornerà mai a casa, e lo stesso Agostino lancerà la statua di Mussolini fuori dalla finestra. Resterà appesa a testa in giù tra i fili per stendere la biancheria. Saro e Mimmo, uno cieco, l’altro zoppo, inseparabili “vedette” che dalla costa siciliana sentono e vedono arrivare le bombe e gli aerei americani, aiuteranno Arturo a cercare il padre di Flora.
Questi due personaggi sono peraltro straordinari, una specie di “il gatto e la volpe” maestri nell’arte di arrangiarsi e di mettersi nei guai, cinici e disincantati per necessità, ma pure loro impossibilitati a liberare fino in fondo la propria umanità per quanto prigionieri di quella stessa cultura mafiosa, falsamente perbenista e dedita solo al potere dell’angheria.
Il luogotenente Catelli, che in guerra è entrato per amore del suo paese. Perché crede in valori importanti come la democrazia e la giustizia. È proprio lui a denunciare ai suoi superiori che la loro presenza in Sicilia sta favorendo l’ascesa di personaggi di spicco della malavita siciliana. Il contorno e la fotografia è resa ancora più bella dalla nostra amata Sicilia, le sue coste, gli scorci delle dominazioni greche, i borghi caratteristici di Crisafullo (Erice), la Scala dei Turchi, le saline di Trapani e le grotte di Scuraci nei pressi di Custonaci.
Il film termina con alcuni stralci del rapporto Scotten, dal nome dell’ufficiale americano che, nel valutare la situazione mafiosa in Sicilia, si accorse sin da subito della pericolosità del fenomeno. Nel rapporto le opzioni furono tre. Combattere la mafia, abbandonare la Sicilia, allearsi con la mafia in chiave anti-comunista. Prevalse quest’ultima… e come noi tutti sappiamo, il prezzo pagato e che stiamo pagando è ancora altissimo.
Insomma un grande film anche come confezione, immagini bellissime e sceneggiatura scoppiettante, piena di humor e di amarezza, con personaggi che sembrano minori e invece danno al film una notevole profondità “etnografica”, un senso corale e un significato politico importante che contorna l’evoluzione del personaggio di PIF che, come nel film precedente (la mafia uccide solo d’estate) partendo da una motivazione amorosa evolve progressivamente fino a una presa di coscienza politica onesta e tenace.
[hr]
Vuoi tornare alla scheda sintetica del film? Clicca qui
[hr_shadow]
[notify_box font_size=”13px” style=”blue”]Vuoi curiosare tra gli altri film per discutere? Clicca qui[/notify_box]