Il cliente


La recensione del Centro Berne

 

Cerco di non perdere i film dei paesi emergenti, come si dice, perché mi aspetto da loro qualcosa di nuovo. E’ avvenuto anche con questo film dell’iraniano … “Il cliente”. (Quando sono andato a vederlo non aveva ancora vinto l’Oscar per il miglior film straniero).

Sicuramente ho trovato un racconto che mi prendeva e scorreva via senza intoppi (non sono un esperto cinefilo, ma questo mi diceva che il regista sa bene il suo mestiere, e ha lavorato con ottimi attori).

Ma, soprattutto, mi sono sentito trascinato dentro l’incontro e scontro di modelli culturali e i vita, dove i personaggi si muovono come meglio possono. Siamo in una caotica Teheran dove i due protagonisti, lui e lei, portano avanti un’esperienza teatrale, in uno spazio costruito piuttosto avventurosamente, e mettono in scena “Morte di un commesso viaggiatore” di A. Miller, dramma americano quant’altri mai (s’intende, di un’America che critica se stessa). Il rapporto tra i due è di amore, attenzione reciproca, parità (in una scena è il marito che va a fare la spesa…) Insomma, appartengono a un’élite culturale , anche se non economica, che sembra avere un suo spazio nel mondo della metropoli.

Ma nella nuova casa dove da poco si sono trasferiti, la moglie subisce una tentata violenza da parte di uno sconosciuto. Violenza tentata perché, alla grida della donna, l’aggressore si spaventa, perde la testa e fugge, abbandonando perfino le chiavi della propria auto. Ciò non toglie che la donna cada e si ferisca seriamente alla testa.

Da qui comincia la diversa reazione del marito e della moglie di fronte all’accaduto. Lei cerca di uscire dall’angoscia e dalla paura, vorrebbe riprendere al più presto a recitare, ma la sua liberazione è più lenta di quello che forse si immaginava  (durante la prima recita dopo l’incidente deve a un certo punto lasciare la scena, perché gli occhi di uno spettatore che la guarda le sembrano gli occhi del suo aggressore). Lui le propone di andare a denunciare l’aggressione, ma lei si rifiuta all’idea di raccontare alle guardie che cosa è accaduto, e ancor meno accetta la prospettiva di un processo.

Forse proprio la chiusura di questa strada, che sarebbe per il marito la più realistica e la più “moderna”, lascia lo spazio perché emerga il desiderio di vendetta. Vendetta ricercata con intelligenza da detective, e realizzata, alla fine, in una forma sicuramente diversa da un cruento copione di tragedia greca, ma comunque vissuta e agita come vendetta. (Non dico di più; non si devono raccontare i film per non togliere i desiderio di conoscere a chi il film non l’ha ancora visto…). E’ comunque la donna, che pure è stata la vittima, che più si sente lontana dal senso e dalla “passione” della vendetta.

Quindi tutta la seconda parte del film si può vedere come una riflessione sulla difficoltà del perdono che pure sarebbe possibile, come dimostrano le parole della moglie. Possibile se non agisse con grande forza uno schema più antico e più elementare: l’uomo deve difendere la sua donna, e se non ci è riuscito, deve vendicarla. Uno schema più forte anche della cultura aperta e moderna del protagonista.

F.R.

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