Cafarnao – caos e miracoli

La recensione del Centro Berne

Probabilmente quando leggerete questa recensione il film sarà già uscito dalla programmazione delle sale, ma lo troverete di sicuro poi in DVD, oppure nei tanti modi che la rete consente, in ogni caso non perdetelo.

Si tratta di Cafarnao un film veramente magnifico che, per tanti motivi, consiglio caldamente, d’altra parte non è un caso che abbia vinto a Cannes il premio della Giuria e sia candidato all’Oscar come miglior film straniero. Speriamo che vinca così lo riprogrammeranno, come sempre accade coi vincitori, nelle sale.

Prima di tutto va detto che Cafarnao non c’entra con i luoghi santi della Galilea dove Gesù fece alcuni miracoli, non fatevi ingannare, non è un film religioso anche se pervaso da una sguardo umanissimo e compassionevole verso l’ignoranza, i pregiudizi, perfino verso una cattiveria che è, tutto sommato, l’arte di arrangiarsi senza guardare più in faccia nessuno.

Ma forse sono proprio questi ultimi i “peccati” di oggi: i pregiudizi, l’ignoranza, l’arte di arrangiarsi, non solo in una baraccopoli di Beirut, dove si svolge il racconto.

La regista (giovane e bella libanese già autrice del delizioso, ma leggerino Caramel), ha saputo girare magnificamente una storia difficile e bellissima di bambini, di genitori disgraziati (letteralmente), di umanità ferita e indomita, di sfruttamento e bontà, di cattiveria e degradazione, di ignoranza e di assurde decisioni, di immigrazione e di abbruttimento, di fughe e ritrovamenti, di paura e di speranza, di disperazione e di gioia irrefrenabile.

La storia è complessa e con notevoli rivoli narrativi, ma tutto gira attorno a un ragazzino di dodici anni indomito e coraggioso che si ribella alla sua famiglia e che si ritrova perfino a doversi occupare da solo di un bimbo piccolissimo.

Inutile raccontare la trama, sappiate solo che tutto sommato se ci si commuove un po’ è perchè ancora (quasi) tutti abbiamo un cuore che trepida per le sorti di un’infanzia che può perfino maledire di essere nata.

Naturalmente ho letto che alcuni critici (indovinate di che versante) hanno detto che il film fa leva sui buoni sentimenti e che sfrutta i bambini per suscitare compassione, ecc. ecc. La solita accusa di buonismo, una parola che andrebbe eliminata dal vocabolario, se pure c’è mai entrata.
Come se si potesse descrivere un dramma senza suscitare emozioni coerenti con quanto accade.

Non è comunque un film militante, nè triste, nè noioso, non temete, anzi ha un ritmo serrato, situazioni tenere e divertenti, è un film bellissimo, girato con grande professionalità registica, con musiche adeguate e una sceneggiatura perfetta. Non c’è una parola superflua o fuori posto, nessun personaggio inutile, nè, nonostante il tema, quel manicheismo superficiale che mette tutti i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. E di questi tempi è pure un film utilissimo per come ci fa vedere di cosa parliamo quando parliamo (o sparliamo) di emigrazione, di degrado e di figli messi al mondo scriteratamente.

Personalmente sono uscito dalla sala cambiato ed emozionato, credo che tutti noi da qui, dai nostri ambienti privilegiati e lussuosi, dalle nostre condizioni di vita garantite e felici, se proprio non possiamo fare molto per quella gente, almeno dovremmo essere consapevoli di quanto siamo fortunati e non dimenticare mai cosa conta veramente nella vita, a Milano, a Roma a Palermo come a Beirut o a Lampedusa o nelle baraccopoli del sud d’Italia dove vivono i nostri nuovi schiavi.

Qualche lacrima val bene una storia così. Fin che ci sono autori e film così si può essere ottimisti.

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