American Pastoral

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La recensione del Centro Berne

Sotto la copertina del film abbiamo inserito quella del del libro. Come si vede l’America brucia, e forse mai come in questi giorni, dopo l’elezione di Trump, si può immaginare di nuovo un futuro autodistruttivo come svelato dal libro di Philip Roth e ripreso dal film. Ci sarebbe molto da dire sul libro, premio Pulitzer nel 1998, considerato uno dei capolavori della letteratura americana, ma mi limito a ricordare che spiegò prima di tutto ai propri concittadini come il “sogno americano” orientato soprattutto al successo economico, alla bellezza esteriore, alle belle case, ai party familiari formali e rituali, si lasciasse dietro con tutta la sua superficialità un mondo fatto di conflitti affettivi, incomprensioni e distacco emotivo tanto più nel rapporto genitori e figli, ma certo anche nelle relazioni di coppia. Negli anni dei nostri boom economici le relazioni affettive non si sono certo evolute assieme alla tecnologia e all’indubbio progresso, sono invece semplicemente rimaste troppo spesso fuori dalla consapevolezza e dunque dalla capacità di vederle e affrontarle adeguatamente. Devo anche dire che quando lessi il libro molti anni fa ne rimasi deluso, Philip Roth non mi è mai piaciuto e anche altri suoi libri che mi ero, data la sua fama, cocciutamente letto mi avevano perfino irritato. E però ora vedendo il film mi sono dovuto ricredere almeno dal punto di vista della sensibilità e dell’attenzione a sgonfiare il pallone gonfiato di quel capitalismo consumistico e vanesio. A dire il vero non so se esiste un capitalismo diverso da questo, ma insomma, torniamo al film.

I due protagonisti sono proprio l’emblema del “sogno americano”: lui è un primo della classe in tutti i sensi, studente modello, grande sportivo, imprenditore di successo, bello come (per gli americani immagino) uno svedese, da cui il soprannome; lei, la moglie, una è donna bellissima, algida e per bene, elegante e raffinata, una ex reginetta di bellezza, dedita all’amore per la campagna.

E poi nasce la figlia.

L’andamento della storia è veramente ben costruito e con molta misura, solo a poco a poco s’intravvede l’incrinatura, la piccola fiammella che alla fine incendierà tutta la casa.

Già perché la bambina balbetta.

Mostra sempre più un legame fortemente edipico col padre che, ovviamente incapace di affrontarlo, si limita a imbarazzarsi e lasciar perdere. Così la madre che, sempre più irritata con questa figlia, non sapendo proprio riconoscere la propria distanza affettiva non sa farsene una ragione.

E tutto precipita, come anticipato nella trama la figlia diventa una terrorista, una specie di Patricia Hearst, la figlia del miliardario americano che a sua volta fece scandalo in America negli anni 70. Rapita da un sedicente Esercito di liberazione Simbionese, ne divenne parte attiva partecipando a rapine e uccisioni. Tra l’altro apprendiamo nel film che in quegli anni furono migliaia i morti per terrorismo negli Stati Uniti.

La scoperta della rivolta della figlia ovviamente scatena nei genitori reazioni molto diverse rivelando chiaramente le loro personalità e i loro limiti e, tutto sommato, anche l’impossibilità a colmare quel distacco affettivo creato nell’infanzia. Del resto in quegli anni nel baratro e nell’incendio, come capitò pure da noi, non si bruciarono solo i genitori: le prime vittime non furono soprattutto quei ragazzi finiti fra droga e terrorismo a rovinarsi la vita?

Non direi di più su quello che capita dopo per non compromettere quel tanto di immedesimazione che ci consente al cinema di far emergere le nostre emozioni e le nostre reazioni. Niente di particolarmente tragico però, se non lo sguardo disincantato di Roth e del regista su un mondo che non si sa capire.

Speriamo di farcela noi.

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