
La recensione del Centro Berne
Un uomo anziano vive da solo in una grande casa assediato da una Napoli incombente e rumorosa, sopravvive da solo, letteralmente, dopo un infarto, si fa da mangiare, lava la sua biancheria tutti i giorni, si stira le camicie, qualche volta fa il nonno con il nipotino. Un avvocato di piccole cause contro le assicurazioni, ormai in pensione, quasi si vergogna della targhetta fuori dalla porta che ancora gli ricorda un passato di cui non sembra proprio andare fiero.
Sappiamo subito che ha due figli adulti, un maschio, che si fa mantenere da sua sorella, e una femmina che fa la traduttrice dall’arabo nei tribunali. Giovanna Mezzogiorno interpreta quest’ultima indossando una maschera dura e impenetrabile, è in effetti una madre sola con un figlio avuto in un passato e un compagno arabo da dimenticare.
Tra i figli e il padre c’è una freddezza antica che nessuno sembra intenzionato a scalfire, gli incontri sono solo formali e pervasi da un misto di rassegnazione e ostilità. Si capisce che nel recente passato è successo qualcosa che ha allontanato il padre dopo la morte della moglie. Il film per buona parte, seguendo il riavvicinamento della figlia, ci racconterà di fratture e dolori mai chiariti del tutto, di un passato fosco e drammatico che solo in parte darà ragione di tanta lontananza.
Poi d’improvviso accade qualcosa di nuovo. Una famiglia si installa nella casa adiacente a quella del vecchio signore, la coppia, ma soprattutto la giovane donna, madre dei due bambini, interpretata da Micaela Ramazzotti, riscalda progressivamente il cuore inaridito del vicino riattivando una sopita affettività. Il vecchio diventa un nonno premuroso e sorpreso del suo stesso nuovo attaccamento finché un altro evento che certo non dirò arriverà a scompigliare nuovamente, e questa volta drammaticamente, questo nuovo e alternativo assetto familiare.
Il film cambia improvvisamente registro, il mondo degli affetti si ricombina svelando come tutti i personaggi siano cresciuti senza padri. Tutto sommato è proprio questo il tema più profondo del film: il rapporto fra figli e genitori e come i genitori, spesso per i più diversi motivi e con le più disparate conseguenze, possano lasciare i figli privi di un amore e di una riconoscenza che per entrambi dovrebbe essere incondizionata. E’ questa la tragica e insostenibile mancanza che solo la figlia tenta di colmare. E’ lei a cercare diversamente l’anziano padre, scoprendo e noi con lei, il suo dramma coniugale. Scoprirà una figura molto più complessa e per niente arida, tutta diversa da ciò che di lui aveva sempre pensato da ragazza e che lui stesso aveva lasciato trasparire.
Lo cercherà e lo ritroverà “è sempre mio padre” esclamerà alla fine in faccia all’incredulo e sprezzante fratello.
La tenerezza tornerà a sovrastare il dolore, gli errori e i fraintendimenti, la tenerezza andrà a risuscitare da un passato ancora più remoto quegli sguardi che un tempo non potevano essere che amorevoli.
Amelio, va detto, fa un film duro e drammatico, per niente consolatorio nonostante un finale solo parzialmente positivo, i rapporti scorrono tutti al limite fra rinuncia ed egoismo, le persone, e Napoli certo ne è parzialmente un emblema, sono spesso ambigue e sospese fra generosità e disinteresse, fra un gran bisogno di normalità e affetto e l’incapacità di superare i traumi del passato.
Un film importante per molti aspetti, da vedere senz’altro come grande esempio di cinema italiano impegnato (e impegnativo), ma che ripaga con una regia controllata e incisiva, con interpretazioni tutte straordinarie, con alcune inquadrature di volti in trasformazione sotto i nostri occhi di grande profondità espressiva. Attori grandi al servizio di una storia d’amore familiare che rovescia il senso dei rapporti fra genitori e figli, qui è un padre che non si vuol far trovare e una figlia che pian piano lo rintraccia e lo ritrova silenziosamente, in una anonima panchina.
Grandi attori dicevo, Renato Carpentieri, l’anziano padre, è un viso che non si dimentica, così pure straordinaria è la giovane coppia, Micaela Ramazzotti fa sempre magistralmente la stessa donna semplice, ma dal cuore d’oro, i suoi occhi spalancati e il suo sorriso stupefatto sono una boccata d’aria fresca per il mondo, mentre al contrario Elio Germano, film dopo film, non smette di sorprendere con personaggi diversissimi e tutti credibilissimi. La sua piccola parte è percorsa da emozioni e scatti dolorosi che lasciano senza fiato. Alcune scene sono memorabili davvero, non dimenticherò mai le teste dell’extracomunitario e del giovane uomo, chine una di fronte all’altra, con le fronti quasi a toccarsi in un silenzio di intima frustrazione e colpa: un tocco di umanità fra mondi di dolori lontani.
Un film da vedere certamente “La tenerezza”, perché ci aiuta a ricordare che, come ha scritto un poeta arabo citato nel film, “felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa a cui tornare. Tornare… non andare! “ Quella casa è il luogo dove la primaria affettività ha trovato i suoi primi oggetti di attaccamento, i primi cuori con cui consonare. Qualcuno dice nel film che i padri non sanno amare i propri figli quando diventano grandi perché hanno una gran paura che si facciano del male una volta lasciato il nido, è una strana argomentazione per distacchi che sembrano derivare, anche nel film stesso, da ben altre e più profonde motivazioni psicologiche.
Ma insomma i rapporti far genitori e figli sono pur sempre difficili, ma sono anche i soli a resistere a tutto, ai tradimenti, alle fughe, alle incomprensioni, alle intolleranze e alle diversità più radicali.
Ma certo senza tenerezza non si saprebbe come fare.
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