La pazza gioia

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La recensione del Centro Berne

Le prime parole che mi sono venute in mente uscendo commosso da questo bellissimo film sono state “italiani brava gente”. Brava gente Virzì e Archibugi che hanno scritto la sceneggiatura, Virzì che l’ha girato, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti che l’hanno interpretato in modo magnifico e credibile e poi tutti gli operatori psichiatrici alle cui vicende gli autori si sono ispirati e dalla cui consulenza sono stati evidentemente supportati per disegnare i caratteri delle protagoniste e descrivere gli interventi più volte necessari per rincorrere le due fuggitive, due vere e proprie Thelma e Louise “de noantri”.

Brava gente sono anche molti personaggi minori: un tassista generoso e protettivo, due genitori adottivi altruisti e comprensivi, un ex marito ancora innamorato e nostalgico e perfino quegli stessi padri e madri, fatui, confusi, irresponsabili, miserabili o falliti, del tutto inconsapevoli del loro tragico ruolo nella follia delle figlie.

Anche con loro Virzì mantiene uno sguardo compassionevole, quasi affettuoso. Un film che ci riconcilia un po’ con noi stessi.

Per questo adoro Virzì e depreco il Tarantino di una mia precedente recensione.

La trama del film è presto detta: si tratta della fuga di due persone disturbate da una casa protetta dove sono ricoverate e a loro volta, come vedremo, “protette”.  Il film segue quella che all’inizio sembra una scappatella innocente e che invece progressivamente diventa il tentativo di riannodare i fili della propria vita e un ritorno a una impossibile precedente normalità. Le loro disavventure, a volte comiche altre grottesche, consentono allo stesso tempo allo spettatore di ricostruire man mano la loro storia e le loro patologie, di conoscere i loro genitori e i loro drammi più o meno terribili.

Virzì affianca nel viaggio due persone che più diverse non potrebbero essere: una garrula miliardaria berlusconiana e una tragica “coatta” sbiellata, come a mostrarci da una parte che il disturbo mentale non risparmia proprio nessuno quando le condizioni psicologiche di partenza sono patogene e dall’altra che proprio fra persone così “borderline” può nascere anche qualcosa di più di una complice amicizia: una solidarietà umana amorevole e alleata dalla sofferenza.

Eppure è un film anche molto divertente perchè il personaggio interpretato da una sorprendente Bruni Tedeschi, furba, tagliente e ironica, come ci si può aspettare da una intelligentissima quanto arcaica dama della destra più inconsapevole e impunita italiana, permette improvvisi spostamenti di senso e fulminee battute, che tagliano di netto un film che intanto percorre, direi inesorabilmente, la sua strada di grande sensibilità e amorevolezza. Ha scritto benissimo un critico: La “pazza gioia” è semplicemente la gioia di vivere appieno la vita che ci è stata donata, malgrado le sofferenze, i disagi interiori e gli impervi ostacoli che ci si parano davanti nel corso della nostra intera esistenza. Una felicità che la si può trovare in chi ci sta sinceramente accanto (senza volere nulla in cambio); in chi ha il piacere di avere la nostra compagnia; in piccoli, però significativi gesti di complicità, ma soprattutto in preziosi e fuggevoli attimi di spensieratezza, oppure di calda intimità. In pratica, uno stato di serenità a cui possiamo assurgere, anche se va ricercato e fatto solamente di brevi momenti.”

Mi piacerebbe tanto che questo film fosse visto nelle scuole perché tutti dovrebbero imparare prestissimo come dietro i comportamenti ossessivi e maniacali, ma anche in quelli crudeli e autodistruttivi, c’è sempre un deterioramento innocente di un’umanità ferita. Tutti dovrebbero imparare a guardare queste vite “da dentro”, immaginando proprio che disastro deve accadere in quelle menti ferite per diventare “alienate”. E come basta poco, nel bene e nel male, per accoglierle e consolarle piuttosto che ricacciarle in una solitudine allucinata dove anche il gesto più insano può sembrare una liberazione e una salvezza dal dolore.

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