Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile.

Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile.

I. Guanzini, Tenerezza. L’arte di essere fragili., Ponte alle Grazie, 165 pagg.

La recensione

 

Mi dicono che nel mondo non si è mai meditato tanto, sembra proprio che l’invito alla gentilezza, alla compassione, al sentire profondo e al distacco dal materiale di tradizione buddista stia penetrando profondamente anche in occidente. La pratica della mindfulness poi, sperando che non sia solo una moda, sta dando a moltissime persone l’occasione di provare cos’è la consapevolezza e l’accettazione senza giudizio del momento presente. E ora, come questo libro di una giovane teologa sembra esemplificare, sta riaffiorando anche nel pensiero cattolico, certamente ben supportato dal nuovo Papa, un filone molto critico verso l’attuale sistema di valori materialistico, consumistico e competitivo. Un invito forte a coltivare capacità relazionali orientate all’accoglienza e a quella che l’autrice chiama, in un suo ultimo capitolo, “tenerezza mediterranea”.

Isabella Guanzini, l’autrice di questo libro è appunto una teologa, come Raimon Panikkar, come Leonardo Boff, come Ivan Illich, come Hans Kung e Matthew Fox (scomunicato per il suo bellissimo “In principio era la gioia”), tanto per citare qualcuno che ho letto io, ma ce ne sono stati tantissimi che hanno cercato di portare la chiesa a rivalutare il suo umanesimo di base, fatto di fraternità, di comunione, di uguaglianza e amore . Non so se si sentirebbe a proprio agio in questa prestigiosissima compagnia, ma credo di sì visto che osa scrivere: ”La patologia fondamentale di tale società della prestazione, dell’iniziativa, della distanza di sicurezza e dell’eccitazione è alla fine un’infinita stanchezza. E’ l’effetto di un soggetto iperattivo entro una costellazione sociale in cui un ideale di libertà immunitaria, concepita come liberazione dai vincoli gravosi della società tradizionale, si lega all’imperativo della prestazione, lasciando i soggetti in balia delle proprie forze.” (pag 52)

E poche pagine prima: “Ci troviamo infatti in uno stato paradossale: l’iper sollecitazione e il sovraccarico emotivo della vita sensibile urbana ha come effetto sistematico l’ottundimento dell’intensità degli affetti e l’indebolimento della forza dei legami.” (pag 49)

La prima parte di questo libro, che ho letto proprio di gusto, analizza con precisione chirurgica questi comportamenti depersonalizzanti della società contemporanea, gli imperativi prevalenti sembrano tutti orientati a evitare di entrare in contatto con le nostre debolezze e finitezze, come un tentativo di farci rendere inutili gli uni agli altri. Viene da pensare a come tutte le Spinte, così ben descritte dall’Analisi Transazionale, abbiano in effetti sempre lo stesso scopo: un dover essere spasmodico volto a farci dimenticare i nostri bisogni fondamentali e soprattutto la necessità di sentire profondamente la nostra umanità e la delicatezza (dunque anche la tenerezza) dei nostri cuori.

Essere Forti e nascondere le nostre emozioni e incertezze, Essere sempre di fretta e nascondere il bisogno d’intimità e di tempo per noi, Sforzarsi di essere all’altezza di progetti e richieste altrui dimenticandoci di noi, Compiacere gli altri conformandoci ai loro desideri e pensieri nascondendo la paura di veri e profondi legami, Essere Perfetti come massima aspirazione all’efficienza nascondendo ogni debolezza e umanità, sono imperativi che ci fanno credere di ottenere accettazione e lodi e che invece ci condannano a comportamenti che non sono nostri e che dunque non hanno nulla a che fare con il procurarci la gioia, la sicurezza e l’autostima di cui tanto necessitiamo.

Guanzini sa ben descrivere quanto la tenerezza per sé e per gli altri significhi prima di tutto accettazione e condivisione della propria condizione umana.

E’ partendo da questa tenerezza, che si può benissimo chiamare compassione, che noi tutti possiamo cambiare (almeno) il nostro mondo e attuare la rivoluzione del potere gentile, come spiega il sottotitolo del libro stesso.

Comincia così: “Per quanto difficile sia stato il nostro venire nel mondo, almeno un gesto di tenerezza ci ha impedito di uscirne” e poi prosegue citando le poetesse Mariangela Gualtieri: “ … E quanta nostalgia avremo dell’umano … Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti.” e Wislawa Szymmborska : “Ieri mi sono comportata male nel cosmo…” e il magnifico Foster Wallace: “ Che cavolo è l’acqua?… Nella normale modalità predefinita, nel naturale egocentrismo o nella disattenzione sostanziale in cui nuotiamo, perdiamo di vista ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti.”

Progressivamente, pagina dopo pagina, siamo portati a riflettere anche su aspetti eminentemente psicologici che a volta restano sullo sfondo, per esempio nel capitolo relativo al nervosismo metropolitano in cui l’autrice scrive:

“ Il tipo metropolitano reagisce dunque a tale sovraccarico emotivo con un atteggiamento psichico intellettualistico e distaccato, grazie al quale riesce a porre una distanza fra sé e il mondo, a filtrare e a neutralizzare ciò che non appare emotivamente elaborabile.” Proprio la combinazione delle Spinte Sii Perfetto e Sbrigati.

Senza accorgercene ci stiamo disumanizzando, accettiamo il vivere metropolitano come l’unico possibile, ci sguazziamo annaspando in un’acqua (nel senso di Foster Wallace) priva dell’ossigeno necessario alla felicità, l’ossigeno che darebbe una vita affettiva capace di riconoscimenti reali e individualizzati.

Mi viene solo da aggiungere che la patologia non è solo stanchezza, è anche aridità, individualismo, solitudine, e mancanza di direzione, di scopo e di senso. Che veniamo al mondo a fare?

Per fortuna alla fine Isabella Guanzini ci indica anche un po’ la strada per uscirne: “Nelle infinite combinazioni che possiamo sperimentare nei nostri incontri quotidiani, occorre dunque farsi attenti a valorizzare eventi aggreganti e non disgreganti, a promuovere corrispondenze gioiose o prevenire vicoli ciechi di tristezze certe …”

Fra le molte illuminanti citazioni contenute in questo libro scelgo anche questa inaspettata di Gilles Deleuze a pag 90: “Noi che sproloquiamo sull’anima e sullo spirito non sappiamo per niente cosa può un corpo. Il corpo è definito dall’insieme dei rapporti che lo compongono, o, stessa cosa, dal suo potere di essere affetto. Finchè non conosceremo il potere di essere affetto del nostro corpo, finchè questo sapere sarà alla ventura della casualità degli incontri, non potremo vivere una vita saggia, non raggiungeremo la saggezza.”

Una frase “il potere di essere affetto” che vorrei incorniciare per non dimenticare mai.

Come la seguente della stessa Guanzini che sottolinea uno dei temi che mi sono più cari:

“E’ proprio nei momenti di stanchezza che si frantumano le barriere, si gettano a terra le maschere e si depone la corazza dell’Io, insieme all’illusione della sua onnipotenza. In questo modo si entra in contatto con la propria realtà indifesa, con i propri limiti e idiosincrasie. E’ precisamente qui che percepiamo la nostra vulnerabilità infinita la nostra struggente esposizione al mondo, che ci porta a invocare silenziosamente o a gran voce, la presenza amica dell’altro.” Non di Dio dunque, o non solo o non tanto, ma proprio dell’Altro.

Ma non è quello che facciamo nella terapia di gruppo?

E non è quello che accade tutti i giorni a Lampedusa?

Insomma proprio un bel libro che contrappunta anche, potere degli eventi sincronici, l’uscita del bel film di D’Amelio “La tenerezza” e la lettura di un’altra meraviglia di Mariangela Gualtieri, un’altra luce da mantenere accesa nel nostro cuore, con cui il libro poeticamente si conclude:

“Ma tu non credere a chi dipinge l’umano come una bestia zoppa

e questo mondo come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e di sangue.

Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.

Ma sentiamo. Sentiamo ancora.

Siamo ancora capaci di amare qualcosa. Ancora proviamo pietà.

C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto.

Io ora lo vedo di più.

C’è splendore. Non avere paura.

G.P.

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