“Nostalgia, storia di un sentimento” e “L’arcobaleno sul ruscello, figure della speranza”

Due libri sul tempo e i sentimenti

 

Nostalgia, storia di un sentimento

A. Prete. Nostalgia, storia di un sentimento, Raffaello Cortina Editore, 2018, 212 pagg.

La recensione

S. Agostino scrive, nelle “Confessioni”, che non è esatto parlare di tre dimensioni del tempo: presente, passato e futuro, e che è più vicino alla realtà dire: presente del presente, presente del passato,presente del futuro. Intendeva dire – se traduciamo nel nostro linguaggio – che noi siamo sempre, in realtà, nel “qui e ora” ma che, con la mente (l’anima, nel linguaggio di Agostino) ci proiettiamo verso ciò che è stato (e non è più) e verso ciò che ci aspettiamo che sarà (e non è ancora).

Sono usciti di recente due libri che si occupano proprio di queste dimensioni del nostro vivere il tempo.

Il primo è “Nostalgia”, a cura di A. Prete, e porta come sottotitolo “Storia di un sentimento”. Espressione che a prima vista può stupire: i sentimenti non appartengono alla nostra natura? Com’è che hanno una storia? Nel caso della nostalgia anche la parola ha una storia, più breve di quella che immaginavo. Pensavo che fosse una parola greca, come greche sono le due radici: algos (dolore) e nostos (ritorno). Ma i Greci, nonostante che uno dei grandi poemi della loro letteratura, l’Odissea, sia appunto la storia di un nostos, di un ritorno, non hanno fuso le due radici per farne una parola sola. Ci ha pensato un medico della fine del 1600, J.Hofer, e ha coniato la nuova parola per ragionare su una strana malattia di cui soffrivano i soldati svizzeri in giro per l’Europa  la Svizzera era allora un paese di poveri contadini e montanari : un rimpianto, un desiderio così forte di tornare al paese dove erano nati, che li rendeva a un certo punto incapaci di esercitare il loro “mestiere delle armi”.

In origine, quindi, la nostalgia è legata più allo spazio che al tempo, più al luogo che alle fasi della vita. E viene descritta come una malattia, piuttosto che un sentimento. Medici e studiosi del ‘700, compreso Rousseau, (svizzero di nascita) si sono occupati di questo “male”: è avvenuto tuttavia che, mano a mano che i villaggi svizzeri si aprivano a una vita sociale più amplia , e la vita militate diventava meno dura, il male di nostalgia si riduceva in diffusione e in gravità. E cominciava a caratterizzarsi piuttosto lungo la dimensione del tempo. Kant manifesta una apertura al mondo dei sentimenti ( che non si immaginerebbe, se si pensa alla aridità della Critica della Ragione pura), quando scrive che “non un luogo si cerca nel desiderio del ritorno, ma un tempo, il tempo della giovinezza.”( A. Prete, p. 12)

Antonio Prete è uno studioso di letteratura, e si dedica soprattutto a riflettere sulla nostalgia così come la esprimono i poeti, da Dante fino ai contemporanei, passando per Leopardi e Baudelaire. E anche se in Dante la parola nostalgia non c’è, ci sono le meravigliose terzine del Purgatorio che ne evocano il contenuto: “Era già l’ora che volge il disio / ai naviganti, e intenerisce ilcore/ lo dì ch’an detto ai dolci amici addio….” Commenta Antonio Prete: “Nella sera che sta per scendere il cuore dei naviganti è visitato dal disio. Il disio è una forma particolare di quella che avremmo chiamato nostalgia. Desiderio di quel che è assente. Affezione per le immagini di coloro che si sono lasciati sulla riva… Di quelle immagini, ora, nella navigazione che ha fatto sparire anche le linee della terra, resta come il senso di una dolcezza fatta ricordo: una presenzanel ricordo.” (p. 170). Tutta la Commedia, annota ancora Prete, è intessuta sul tema dell’ addio. “Un addio trasformato nell’esperienza altissima, irrepetibile, della poesia”( p. 171 ).

Nella psicoterapia avviene di incontrare questo “desiderio di quel che è assente”, magari nel tempo, se non nello spazio. Piuttosto che condannarlo come improduttivo, penso che sia nostro compito farne uno strumento per una comprensione più profonda di sé; un po’ sul modello della poesia, anche se non siamo poeti…


L’arcobaleno sul ruscello, figure della speranza

E. Borgna. L’arcobaleno sul ruscello, figure della speranza, Raffaello Cortina Editore, 2018, 130 pagg

La recensione

Pensavo che il libro di Borgna, intitolato alla speranza, essenzialmente dedicato al futuro. Le cose si sono rivelate più complesse. In fondo, lo scritto di Borgna è dedicato alle emozioni. Emozioni anche contrastanti,come le lacrime e il sorriso, l’angoscia e la speranza . Le emozioni di un operatore della salute (Borgna è uno psichiatra, di un orientamento fenomenologico-esistenziale) che non si nega la partecipazione coraggiosa alle tremende emozioni testimoniate dal disagio mentale. Emozioni di fronte a cui il medico continua a tener accesa la fiammella della speranza. Ed è proprio la speranza che gli permette di essere un punto di riferimento, quasi un porto sicuro, per il sofferente.

Qualche citazione ci permette di entrare meglio nel discorso di Borgna. Quanto mai lontano da una chiusura specialistica nel suo mondo professionale, Borgna ce ne offrirebbe molte, e sa perfino utilizzare ai fini del suo discorso anche le parole di chi, della speranza disillusa, è stato anche doloroso critico, come Pascal e Leopardi. “Noi speriamo sempre e in ciascun momento della nostra vita” ( Leopardi, Zibaldone). Parole che sembrano confermate dall’esperienza di una paziente, evidentemente profondamente depressa, che, dopo aver toccato l’abisso della disperazione (“l’angoscia le annullava la vita”) “sentiva improvvisamente rinascere in lei una diversa speranza: una speranza immotivata, che conteneva un sacco di cose, anche il futuro”( p.91 ). E, aggiunge il terapeuta, “il fatto che un’altra persona la comprendesse da un punto di vista umano l’aveva molto aiutata.”

L’aiuto che possiamo dare è quindi, anzitutto, l’aiuto della condivisione. “Le parole in psichiatria hanno un senso solo se riescono a dire cose che abbiano risonanze pratiche. Conoscere le ombre della malinconia, della malinconia buona e della malinconia maligna… è la condizione perché, nell’incontro con le persone che ne soffrano, si intendano i loro stati d’animo,… la loro disperazione e le loro attese di parole aperte alla speranza.”( p.92 ) Il terapeuta, quindi, è anche lui un uomo vulnerabile, conosce anche lui , per esperienza,le oscurità del vivere verso le quali si presenta come portatore di una parola positiva.

Il maggior valore del libro di Borgna è in questa sottolineatura della vicinanza umana, della condivisione. Non sembrano emergere specifiche indicazioni di tecniche. Anzi, a un certo punto Borgna riconosce l’importanza della cura farmacologica. “La cura, in psichiatria, si aggiunge alla terapia farmacologica, non la sostituisce, ma ne dilata e ne umanizza gli orizzonti, quando in particolare la sofferenza psichica abbia un andamento che si estende nel tempo. La psichiatria clinica si trasforma allora in psichiatria sociale…” Lo stesso termine usato da Berne, in un’accezione un po’ diversa, ma che esprime in ogni caso una comune intenzione.

La speranza, legata alla capacità di condivisione del terapeuta, diventa l’humus in cui può crescere qualsiasi intervento di cura.

F.R.

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