L’ordine del tempo

L’ordine del tempo

C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 207 pagg.

La recensione

Perché recensire sul sito del Berne un libro di Fisica, e perché farlo io, che di fisica non mi intendo? Anzitutto perché l’argomento – il tempo – riguarda tutti, e poi perché Rovelli non è solo un ricercatore, ma anche un divulgatore di alto livello – anzi perfino un po’ poeta – e l’idea di confrontarmi che le sue tesi, anche dal mio punto di vista, di chi ha lasciato la fisica sui banchi del liceo, è troppo seducente.

Si potrebbero scegliere diversi filoni di lettura all’interno di questo libro, appassionante anche per chi non è scienziato. Mi sembra utile scegliere come traccia la differenza tra la esperienza comune del mondo ( in questo caso quella del tempo) e quello che la scienza ci dice sulla natura delle cose. Argomento che Rovelli ha già affrontato nel testo più impegnativo, scritto qualche anno fa, “La realtà non è come ci appare” ( 2014) e che , nella nostra storia di uomini, è diventato importante da quando Copernico, e poi Galilei e Keplero, ci hanno spiegato che non è il sole – e la “volta celeste” –a girare intorno a noi, ma noi girare intorno a loro. E che quando contempliamo un tramonto, non è il sole che se ne va, ma siamo noi che ci muoviamo rispetto a lui. Siamo cioè entrati in un certa area di relatività, quella del movimento, che sperimentiamo tutti, senza particolare inquietudine, quando ci troviamo a fiancheggiare un altro treno in Metropolitana, e ci sembra di essere noi a muoverci, ma poco dopo ci accorgiamo che è lui.

Rovelli ci accompagna da maestro nella storia della fisica, ricordandoci come Newton era molto sensibile all’esigenza di un punto di riferimento assoluto, costruendo così l’idea di un tempo universale, uguale per qualsiasi parte dell’universo, e ben diverso dal tempo quotidiano, che ciascuno sperimenta nella propria vita, giorno per giorno.

Ma anche questo tempo universale e obiettivo va in crisi con la relatività einsteiniana, dove scompare la stessa distinzione tra spazio e tempo, a favore di un continuo spazio-temporale che si modifica in rapporto alla presenza di masse più o meno grandi e più o meno vicine, per cui immaginando che un mio amico viva su “Proxima B” ( la più vicina tra le stelle ) , tra me e lui non è possibile definire un tempo comune. Ma nemmeno tra chi vive a Milano, in pianura, e chi vive in un rifugio sul Monte Bianco, a 3500 m. di quota! In questo caso la differenza tra i due tempi è assai meno consistente, ma esiste comunque. E mentre il mondo newtoniano va in fondo d’accordo con la nostra esperienza: ( se traduciamo un’escursione in montagna, o una bella discesa in bicicletta, nei termini di “forza di gravità”, tutto torna ) l’idea di una modificazione del continuo spazio-tempo non ci dice proprio nulla. La prospettiva relativistica e la nostra esperienza non si incontrano più.

Qualcosa di ancora più complesso in relazione al tempo succede se ci addentriamo nella fisica quantistica: cosa che non mi azzardo di fare, lasciando il lettore interessato a cimentarsi con le pagine di Rovelli.

La discrepanza tra il tempo della fisica e quello dell’esperienza comune diventa ancora più forte se seguiamo Rovelli in una considerazione forse più radicale. La caratteristica del tempo è quella di essere una freccia che va in avanti, o un fiume che scorre; insomma una corrente irreversibile. Viceversa, le leggi della fisica, e le equazioni che le esprimono, non contengono nulla di irreversibile. La terra attrae la luna, e la luna attrae la terra, a prescindere dal tempo. Mentre se un bicchiere cade a terra e si rompe, possiamo sì immaginare –ma non si verifica – che i frammenti si rimettano assieme e il bicchiere torni là dove era prima; una frazione di tempo è trascorsa, ed è avvenuto qualcosa di irreversibile.

Ma siccome le leggi fondamentali della fisica non contemplano una cosa del genere, ecco emergere la tesi radicale, secondo cui il tempo non esisterebbe in realtà, ma sarebbe soltanto un’illusione umana. Tesi che sembra essere stata anche di Einstein, o almeno così il grande scienziato si espresse in una lettera di condoglianze per la morte di un altro scienziato suo amico, Michele Besso.” Per quelli di noi che credono nella fisica – scrive Einstein – la distinzione fra passato, presente e futuro è solo un’ostinata persistente illusione…”

A questo punto ci possono prendere le vertigini, ma questa tesi, detta “eternalismo” non è quella seguita da Rovelli.

Effettivamente, c’è almeno una legge fisica che parla di una relazione non reversibile: è la seconda legge della termodinamica, che afferma che l’entropia dell’universo tende inevitabilmente ad accrescersi. Ossia che “L’energia ( meccanica, chimica, elettrica o potenziale),si trasforma in energia termica, cioè in calore, va nelle cose fredde, e di lì non c’è più modo di riportarla indietro gratuitamente e riusarla di nuovo per far crescere una pianta o girare un motore” (p. 137 -38)

Non sono sicuro di aver capito tutte le riflessioni successive di Rovelli. Quello che ho capito è che la presenza di una direzione entropica nel mondo è quella che in ultima analisi dà un fondamento oggettivo alla nostra esperienza del tempo. Che poi ci sia nel nostro universo questa particolarità entropica, che sembra fare eccezione in mezzo alla reversibilità di tutte le altre relazioni tra i fenomeni, sarebbe dovuto a una specie di “sfocatura”, qualcosa che non corrisponde fino in fondo, tra il pezzo di universo in cui esistiamo noi e l’universo nella sua totalità. Ma Rovelli stesso riconosce il carattere ipotetico di questa speculazione.

Tornando al punto accennato prima – cioè l’esistenza di un fondamento oggettivo, esterno, alla nostra esperienza del tempo – questo permette a Rovelli di recuperare e dare un valore a ciò che è stato scritto su questa esperienza da filosofi come Agostino, Husserl, Heidegger, che sicuramente non erano dei fisici. E di concludere con il calore poetico di queste parole: “Possiamo tornare a immergerci serenamente nel tempo, nel nostro tempo che è finito, ed assaporare l’intensità chiara di ogni fuggevole e prezioso momento di questo breve cerchio”(p. 171)

F.R.

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