L’eterno viaggiare tra paura e coraggio

L’eterno viaggiare tra paura e coraggio.
La bussola di don Abbondio e il cavallo di don Chisciotte.

M. Novellino, L’eterno viaggiare tra paura e coraggio, Franco Angeli Editore, 144 pagg.

La recensionecopj170

Certo questo è un saggio molto utile e stimolante per una riflessione sul tema del coraggio e della paura, e ne parlerò successivamente, ma a me quello che ha colpito di più dell’ultimo lavoro di Michele Novellino è l’affettuoso e prezioso pensiero alla formazione dei giovani psicoterapeuti.

Raccontando della propria esperienza personale Michele ricostruisce le sue letture partendo dalle sue primissime passioni adolescenziali e giovanili e poi, come a ritrovare la direzione, ex post, della propria crescita ne valorizza i doni ricevuti in termini di sensibilità e conoscenza, di allargamento dei propri orizzonti, di comprensione del cammino dell’uomo. Volando altissimo da Salgari e Pinocchio, passando attraverso Manzoni e Cervantes, e poi i filosofi greci studiati a scuola, e poi Stephen King e Michael Emde, Conrad, Oscar Wilde, Stevenson, il terribile Golding de“ Il signore delle mosche”, e poi i più ottimisti De Saint-Exupéry, Tolkien, Dickens, Hesse, e tanti altri, per arrivare ad autori più recenti come il teologo Paul Tillich, il Seldom Kopp di “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo” e la Hannah Arendt di “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme”.

Il messaggio più forte di questo libro mi sembra questo, ed è proprio rivolto ai giovani psicoterapeuti:

“Vi siete attrezzati per i momenti duri? Pensate che avere fatto quattro anni che lo stato ha deciso necessari per acquisire l’abilitazione siano sufficienti non solo per lavorare efficacemente, ma anche per attraversare con la barra ferma i marosi che raggiungono le fiancate della nave che si chiama psicoterapia?”

Leggere apre la mente, ascoltare storie, entrarci dentro emozionalmente per capire profondamente la pluralità e la ricchezza dei destini umani prepara più di qualsiasi corso, anzi rende comprensibile e concreta la teoria, la spiega e soprattutto vaccina ogni allievo dal considerare validanti e di qualche valore superiore le proprie opinioni e le proprie esperienze.

Non dimentichiamo che la gran parte degli psicoterapeuti a neanche trent’anni si trovano a condividere vite di cui non possono spesso nemmeno né immaginare la drammaticità né il valore che sempre alberga sotto i Copioni più distruttivi.

Michele in questo libro “unisce i puntini” delle sue esperienze non con i pazienti, e sappiamo quali e quante storie avrebbe potuto utilizzare, ma con le sue letture e ci invita a fare altrettanto: a spaziare, a curiosare, a trovare stimoli e incontri significativi ovunque: nella letteratura certo, ma anche nel cinema, nella poesia, nell’arte, nei viaggi.

Il coraggio è soprattutto questo:

“Non smettete mai di cercare, curiosare, mettere in discussione quello che già sapete e vi è dato come assoluto: quindi leggete, viaggiate, parlate con chi è diverso, e lontano, troverete sempre qualcosa che vi appartiene e ancora non sapete di avere.”

Questo è, mi sia permessa l’autocitazione, il motivo per cui al Centro Berne organizziamo un cineforum per gli allievi: proponiamo storie con cui difficilmente si entra in contatto, allarghiamo l’esperienza, ci sensibilizziamo e poi recensiamo romanzi e film da inserire nel nostro sito.

Gli psicoterapeuti, e certamente ne converrà Michele tanto più gli analisti transazionali, sono professionisti che devono saper andare oltre le apparenze, devono non solo capire che ogni essere umano è il prodotto delle sue origini e delle sue storie, ma che dietro ogni sofferenza c’è un bambino da accogliere e amare sinceramente, autenticamente.

Sappiamo bene che è la relazione che aiuta ad evolvere.

In tanti anni di convegni e collaborazioni ho conosciuto troppi terapeuti incapaci di empatia, troppe menti brillantissime distanti, troppi studiosi eccellenti nel pensiero e, seppure interessati all’altro, piuttosto restii, diciamo così, alla vicinanza. Personalmente da analista transazionale pensando anche alle nostre psicoterapie di gruppo mi immagino psicoterapeuti/persone che nella vita non si tirano indietro, uomini e donne che molto hanno vissuto e condiviso con i propri simili e così hanno potuto conoscere la poliedricità degli esseri umani.

Il coraggio per Michele è proprio questo andare oltre il conosciuto, essere il meno possibile turisti nella vita e il più possibile viaggiatori.

“La costruzione dell’identità di uno psicoterapeuta è molto più legata allo sviluppo della sua personalità complessiva: quindi correlata alla sua maturazione in termini di assunzioni culturali e valoriali.”

Per tornare alla parte dedicata a paura e coraggio credo debba essere sottolineata particolarmente la cura di Michele nel descrivere aspetti non sempre sufficientemente valorizzati nella letteratura psicologica, provo, per darne un’idea, a citare qualche passo:

“Il dramma, l’irreversibilità del climax di Gregor (sta parlando di Gregor Samsa il protagonista de La metamorfosi di Kafka) deriva dall’emergere casuale e improvviso del cogliersi alieno, incredibilmente lontano dal suo io quotidiano. Ecco allora la paura di perdere all’improvviso la nostra identità, il nostro locus sociale, i nostri legami, il nostro posto nel mondo… la paura di perdere noi stessi: ma quale noi stessi? Quell’essere inseriti e accettati, oppure quell’essere presenti alla nostra interiorità nascosta?… Jung ha dato la speranza che questa scoperta possa risultare addirittura arricchente: la creatività come normale, come dimensione riservata non solo ai bambini e agli artisti.”

Quanto sarebbe importante dare anche all’esterno questa immagine della psicoterapia come percorso arricchente e creativo volto a ripristinare un’identità più corrispondente all’essenza di un essere umano. Un viaggio in cui, siccome siamo ben accompagnati, la paura non diventa terrore, ma il gradevole avviso di un cambiamento a cui stiamo arrivando. E’ l’emozione che ci avverte che siamo di fronte all’inconsueto e dunque a qualcosa che può sciogliere i lacci di un copione, un frangente in cui il coraggio sta nel saper verificare se siamo veramente attrezzati e motivati a fare, proprio in quel momento, quel tuffo da quel trampolino.

“Di certo ci vuole coraggio per affrontare la paura di dipendere dagli altri, di essere influenzati dall’ambiente… il coraggio è quello di riconoscere la presenza di una duplice e contemporanea paura, sia quella di rimanere privi di legami significativi, sia quella di diventare (in realtà tornare ad essere) dipendenti da qualcuno.”

Un equilibrio variamente sperimentato nel tempo e sempre da ritrovare, dopo ogni fluttuazione della vita, fra la pulsione di sopravvivenza e quella di autoaffermazione.

“L’accezione più comune del coraggio è quella di avere la forza di superare la paura, tuttavia in una visione ontologica sarebbe più corretto parlare di angoscia. Da un punto di vista esistenziale coraggio e angoscia sono interdipendenti: l’angoscia come consapevolezza della dimensione del non essere, il coraggio come sforzo di vederla e affrontarla: l’angoscia del non essere come percezione della nostra limitatezza e finitezza, del nostro destino di morte:”

Il coraggio dunque come accettazione da parte di ciascuno della condizione umana, che è ben più che duplice (dottor Jekill e mister Hide), è molteplice, e poi contraddittoria, cagionevole e mortale, alla costante ricerca di un equilibrio fra conservazione e innovazione fra individualismo e appartenenza.

“La nevrosi, in un’ottica esistenzialista, consiste nell’affrontare l’angoscia esistenziale evitando il contatto con il non essere, penalizzando tutta via l’essere, escludendo delle potenzialità di autorealizzazione: ne deriva un Io ridotto.”

Una tendenza, mi permetto di aggiungere, che sta caratterizzando sempre più buona parte delle persone, nel mondo occidentale ovviamente, deviate nella loro esistenza verso il semplice godimento sensoriale, verso il possesso per accumulo di oggetti, verso il lusso esclusivo e l’ingordigia, verso la ripetizione di gesti e comportamenti anche sessuali. Ne consegue una riduzione e una distorsione della propria umanità che, seppure spesso non del tutto patologica, certo mortificante.

Cosi aggiunge in questa stessa direzione Michele:

“Esistono anche, e forse soprattutto, forme di coraggio che definirei di tipo “psicosociale”, ossia riferito alla capacità di rimanere se stessi di fronte alle pressioni dell’ambiente nel quale si nasce… il coraggio di essere laici”

Laici, voglio aggiungere, nel senso di non necessariamente allineati con la cultura dominante, laici nel senso di non ideologici, nel senso di attenti a quanto avviene anche fuori dai nostri orientamenti teorici, laici nel senso non solo di aperti a ciò che ci viene proposto, ma di più: curiosi della diversità e del non ancora evidente.

Mi auguro, per concludere, che anche questo stimolo possa essere inserito, come già gli altri più teorici di Michele, nella bibliografia di tutte le nostre scuole e in questo senso spero di averne dato un’idea abbastanza fedele seppure parziale. Anche per recuperare, com’è successo a me con Tillich e Kopp, autori amati e dimenticati un po’ troppo in fretta o per colmare gli inevitabili vuoti della nostra formazione.

G.P.

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