L’arte di essere fragili

L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita.

A. D’Avenia, L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita., Mondadori, 216 pagg.

La recensione

Questo è un libro che proprio non si può non leggere e avere.

All’inizio sono rimasto incuriosito dal titolo “L’arte di essere fragili” e dal fatto che fosse tra i primi nelle classifiche di vendita (molto strano, no?), poi aprendolo mi sono accorto che il sottotitolo recitava “Come Leopardi può salvarti la vita” e mi sono demotivato un po’. Confesso che, come molti, di Leopardi avevo un pessimo ricordo, al liceo passava per un pessimista un po’ infelice, solitario, dal fisico minato e per di più morto giovane. Qualche sua poesia letta male e insegnanti non certo appassionati non “me” lo avevano certo risollevato da quel gruppo di poeti e scrittori che si studiano per forza.

E qui viene il bello, non è vero niente, perché il Giacomo è proprio diverso e molto molto più interessante.

Dico subito che mi è anche difficile recensire un libro così perché l’accoppiata D’Avenia/Leopardi mi ha veramente entusiasmato e che quasi ogni pagina avrebbe qualche riga meritevole di essere citata: la mia copia è adesso tutta sottolineata, piena di punti esclamativi, di asterischi, di commenti e dunque riassumerne la bellezza in poco spazio mi sarà certo difficile.

Certo non riuscirò a rendere meglio di così la poeticità con cui è affrontato il tema del titolo:

“Così hai riparato la malinconia, facendomi capire che troppo aveva da darmi per affidarla a solo a categorie psicologiche e riduttive come il pessimismo; hai riparato la luna, insegnandomi che la sua manifestazione fa dell’oscurità non un termine negativo, ma il vivo contraltare della luce, perché l’una non si dà senza l’altra; hai riparato la giovinezza, ricordandomi che è l’età della vita più votata al dolore proprio perché la più aperta alla speranza; hai riparato il cuore, proprio quando, intimandogli di smettere di battere, ne svelavi la paradossale fibra muscolare che non smette di cercare l’infinito anche se nulla di terreno è capace di soddisfarne la sete; hai riparato la solitudine, facendomene sperimentare la gioia e la necessità; hai riparato la bellezza, facendomi scorgere la sua perenne incompiutezza e quindi la necessità di servirla perché si compia; hai riparato l’immaginazione, ricordandole che è la casa dell’infinito calato nel limite; hai riparato anche la noia, opponendoti a essa creando, anziché distruggendo.”

Questo scrive Alessandro D’Avenia e sembrano parole adatte anche a noi, ai lavoratori delle professioni d’aiuto, a tutti coloro che non si rassegnano a lasciare questo mondo senza averlo almeno un po’ reso migliore di come l’hanno trovato.

D’Avenia è l’insegnante di lettere che tutti avremmo meritato di incontrare per soddisfare la nostra iniziale sete di conoscenza e di bellezza, è al suo quarto libro, e gira spesso l’Italia, invitato in molti scuole a parlare ai ragazzi per dargli un po’ di stimolo sano alla lettura e forse anche qualche pillola di felicità. E ha quarant’anni.

In questo libro scrive lettere a Leopardi cominciando ogni capitolo con “Caro Giacomo…” come fosse un amico con cui condividere giorno dopo giorno i temi esistenziali della vita a cominciare dall’adolescenza e via via fino alla morte.

E il lettore sta lì, a leggere le riflessioni che scaturiscono da quella intimità che nulla nasconde, tantomeno la fragilità, appunto, condizione così cruciale per gli esseri umani e cosi volgarmente considerata nel nostro mondo come debolezza.

Inizia con l’adolescenza, l’età difficile della speranza “ … perché richiede consapevolezza di sé, apertura e tanti fallimenti. Sperare non è il vizio dell’ottimista, ma il vigoroso realismo del fragile seme che accetta il buio del sottosuolo per farsi bosco. Insegnaci, Giacomo, quest’arte di sperare”… “Un seme nascosto nel cuore di una mela è un frutteto invisibile”.

Un capitolo successivo, poi, sembra scritto per noi Analisti Transazionali: “Conservare l’infanzia senza essere infantili” dove citando un brano di una lettera di Leopardi a Pietro Giordani scrive: “Non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita” D’Avenia prosegue alludendo alle poesie di quel periodo della vita di Leopardi: “ Una luna, un passero, un gregge, una ragazza, una siepe, un cespuglio di ginestra ti bastavano, Giacomo, per farvi risuonare il canto dell’universo intero, come solo i bambini sanno fare quando le loro scope sono cavalli, i loro cappelli elmi, le loro matite spade”.

E poi ancora:” Grazie Giacomo per avermi ricordato che l’immaginazione non è cosa da poeti, ma da uomini che fanno di ogni azione poesia, cioè compimento: è poesia un amore fedele, è poesia un piatto gustoso, è poesia una spiegazione appassionata. Questa lezione mi serve tutti i giorni in classe …”.

Il dolore, “la pena” che vale sempre la pena patire, è ovviamente al centro dei dialoghi fra poeta e professore – la vita di Leopardi lo ricordo è stata per molto tempo quasi da recluso (una condanna di un padre iperprotettivo cui solo alla fine gli fu possibile sfuggire) e per di più funestata da dolori fisici, cecità progressiva e amori rifiutati – ma l’entusiasmo, il “rapimento” per la bellezza intorno a lui, la gioia di stare al mondo li ha resi accettabili.

Così come gioia e dolore fanno sgorgare lacrime uguali, così nella vita abbiamo da tenere insieme tensione e fragilità, delusioni e ardimento, fallimenti e successi.

In fondo noi tutti siamo fatti nascere e saremo fatti morire a prescindere dalla nostra volontà e a nostra insaputa e solo in mezzo a questi due “accadimenti” che certo non dipendono da noi abbiamo l’opportunità di creare qualcosa di buono e di trasformare “un destino in destinazione”.

“ Libero è l’uomo che assume la propria sorte come dono e compito, e rimane fedele a se stesso, perché ne va della possibilità di offrire agli altri la sua essenza, contrastando la vile prudenza che ci rende simili ad animali che hanno come unico obiettivo la conservazione della specie: allora sì che saremmo fatti solo per la morte. Tu, Giacomo, riflettendo sulla natura umana, avevi capito che è sì animale, ma anche altro, è capace di sollevarsi su quell’animale e superarlo: è un embrione di infinito, un “qui” in cerca di un “oltre” “.

Come non sentire riecheggiare in queste magnifiche parole di D’Avenia l’invito di Raimon Panikkar “noi siamo il dono donato alla vita”.

Scrive più avanti D’Avenia: “un giorno assolato … una studentessa mi chiese per cosa spendo la mia vita. Io le risposi … “per difendere la bellezza delle cose fragili”.

E anche Leopardi trovò difesa e sostegno dagli amici che lo accompagnarono negli ultimi quattro anni della sua vita, ripararono i suoi dolori per l’amore deluso e per una salute sempre in peggioramento. Per questo non smise mai, proprio lui già così malridotto, di amare la vita.

E così si può anche dalla sua fine imparare con D’Avenia che “L’amicizia è la strada principale perché un destino diventi destinazione, ma sono pochissimi gli amici che sanno salvare il nostro rapimento, confermarci nella nostra vocazione, perché a volte devono amarci più di quanto noi amiamo noi stessi…. essere fragili costringe ad affidarsi a qualcuno e ci libera dall’illusione di poter fare da soli, perché la felicità si raggiunge sempre almeno in due”.

Così Leopardi non ha mai rinunciato a portare bellezza in mezzo al suo deserto così come fa, in una delle sue poesie più famose, la ginestra nel deserto lavico creato dal Vesuvio: “fiore consapevole del limite ma nato proprio dalla vittoria su questo limite. Fiore lento, cioè fragile e flessibile, rispettoso dei tempi naturali, che non va a salti, che non vuole tutto e subito, ma che paziente cerca e dà tutta la vita che ha e che può, per compiersi”:

Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola.

Ecco, concluderei così, con questo riconoscimento anche per noi che abbiamo la fortuna di fare un lavoro che un po’ ripara i destini e a volte diventa poesia, per noi che proprio perché conosciamo le tenebre amiamo e ameremo sempre la luce e chi ce l’ha data, per noi che non pieghiamo il capo ma nemmeno ci vantiamo con forsennato orgoglio del nostro piccolo e breve contributo.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

E adesso cercherò anche il film “Il giovane favoloso”.

G.P.

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