La vita davanti a sé

La vita davanti a sé

R. Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza Editore, 214 pagg.

La recensione

Non ne avevo mai sentito parlare, non lo conoscevo (in effetti la letteratura francese non è mai stata il mio forte) poi quest’estate approfittando di un viaggio in auto e grazie alla mia compagna che ne aveva sentito parlare e voleva provare gli audiolibri, ho scoperto un libro che sarà per me indimenticabile.

Non crediate che stia esagerando.

Sto parlando di “La vita davanti a sé” di Roman Gary.

A parte il fascino di sentir leggere benissimo una scrittura straordinaria dalla voce dell’attore Marco D’Amore che favorisce un ascolto lento e molto incisivo, il libro è veramente una scoperta.

Siamo a Belleville, non quella di Pennac, ma proprio quella di Gary che ne ha scritto per primo (il libro è del 1975) dove viene ambientata la vita di una comunità di figli di puttana.

Sì avete letto bene, diversi bambini vengono infatti affidati a una donna, a sua volta ex prostituta, dalle madri prostitute impossibilitate a tenerli con sé per diverse ragioni, burocratiche, umanitarie, egoistiche. La donna è l’anziana e obesa Madame Rosà e la voce narrante è quella di un ragazzino Muhamed (detto Momò) e la meraviglia del libro è proprio questa. Abbiamo sempre sentito parlare negli ambienti Transazionali dello sguardo marziano, ma se finora era per me poco più che un modo di auspicare un ascolto e una riflessione “innocente”, in questo libro l’ho trovato bell’e fatto e raccontato. Momò, infatti, che ha per un bel po’ 11 anni e poi da un giorno all’altro 14 (non posso raccontare perché senza rovinarvi la sorpresa) ha un modo tutto suo per affrontare la vita mentre incontra un’umanità del tutto particolare di immigrati e di francesi poveri e incasinati. Le riflessioni di questo ragazzino, proprio quando commentano i comportamenti spesso incomprensibili dei grandi, risultano a seconda dei casi buffe, poetiche, tragiche, e, mentre si legge (nel mio caso si ascolta) si viene coinvolti in punti di vista del tutto nuovi e creativi come possono essere i tentativi di comprensione appunto di un ragazzino. Anche il linguaggio è meraviglioso, un misto invenzioni linguistiche e termini usati in modo distorto e originale con effetti comici spesso esilaranti.

Un libro che mette di buon umore mentre affronta temi serissimi e delicati.

Momò non sa perché è lì, perché la mamma lo ha abbandonato, nè chi era suo padre, a volte sospetta intrighi e sfruttamenti, a volte teme di avere una malattia ereditaria. E poi perché mai il dottor Katz, una figura di medico meravigliosa, parla di nascosto a Madame Rosà?

Il mistero si infittisce… mentre sempre più si evidenzia un rapporto di vero amore fra lui e l’ormai anziana “tenutaria”.

I poveri e malandati abitanti di Belleville (nome all’apparenza paradossale ma forse invece proprio giusto per quella bella gente) vivacchia in mille modi, ma la sua umanità resta solidale e gentile al di là delle differenze di religione, razza, sesso, cultura e perfino di classe. Agli occhi di Momò sono tutti un po’ strani e diversi e proprio la diversità diventa in parte la protagonista tematica del racconto. Come dicevo lo sguardo marziano consente all’autore di descrivere questo mondo strano e cosmopolita senza pregiudizi, ma anche di rivelarne la bellezza, la bontà, la generosità. Sì perché proprio fra questi ultimi risiede la capacità di aiutarsi in mille modi, a volte grotteschi, altre folli e altre ancora geniali, mentre la miseria e la morte incombono.

Sì perché Momò e la sua grande seconda madre ebrea, sopravvissuta ad Aushwitz (mentre lui è fieramente mussulmano), si devono confrontare con i grandi temi della vita, non solo l’emigrazione e l’integrazione fra diverse fedi, ma anche l’eutanasia, la morte, la droga, il deterioramento del corpo, la vecchiaia, la transessulaità.

Si ride, ci si commuove, si pensa, si riflette soprattutto sul valore dell’amicizia e dell’amore e su come un ragazzino incameri e rielabori in modi del tutto inaspettati ciò che gli accade. Devo dire che questo libro mi ha suscitato un rispetto profondo per il pensiero e le emozioni dei bambini, qui veri e propri cuori nella tempesta. E intanto si capisce benissimo come nascono i giochi psicologici, come si struttura un copione, cos’è la fame di riconoscimenti, come ci si inventano personaggi immaginari protettivi, ecc. e come un ragazzino può essere capace di privarsi di ciò che ha più caro al mondo proprio per amore. I diversi temi transazionali sono così ben evidenziati che certamente farò leggere alcune pagine agli allievi delle scuole, tanto sono esemplari e descritti in modo originale e inconsueto. Veramente.

Si è capito che è un libro raro e bellissimo e il mio entusiasmo?

Anche l’autore è un personaggio particolare: Roman Gary, ebreo lituano, ha combattuto per la liberazione della Francia dai nazisti, è stato decorato con la Legion d’onore, è stato diplomatico in USA, scrittore e regista pure, ha sposato in seconde nozze la bellissima e indimenticabile (per la mia generazione) Jean Seberg. E poi si è suicidato, pare per non essere riuscito a tollerare il suo invecchiamento. Che storia per uno che ha scritto un libro così!

Dimenticavo di dire che questo libro ha avuto a suo tempo un notevole successo, ha vinto il premio Goncourt e vi è stato anche tratto un film, che certamente vedrò. Ci sarebbero tante cose da dire su questo incredibile scrittore, ma lascio il resto alla curiosità di chi vorrà approfondire. Tanto si trova molto di lui su internet.

G.P.

[hr_shadow]

[notify_box font_size=”13px”]Vuoi curiosare tra gli altri suggerimenti letterari? Clicca qui[/notify_box]

Centro Berne – Scuola di formazione S.r.l.

Unica sede in Piazza Vesuvio 19 – 20144 Milano
tel. 02.4987357
fax 02.48003643
berne@berne.it
cod. fiscale 05830730965
Part. IVA 05830730965
Orario di segreteria: lun-ven dalle 14,30 alle 18,30