La gioia di vivere. A piccoli passi verso la saggezza.

La gioia di vivere. A piccoli passi verso la saggezza.

V. Andreoli, La gioia di vivere. A piccoli passi verso la saggezza, Rizzoli Editore, 282 pagg.

La recensione del Centro Berne

 

Vittorino Andreoli è molto conosciuto, appare spesso in televisione, su Youtube, poi, si possono ascoltare diverse sue conferenze. Credo che una certa parte della sua popolarità derivi anche da quelle sue sopracciglione folte, da quei suoi capelli imbizzarriti e da quel suo focoso affabulare che ne fanno (un po’ come Ferrarotti per la sociologia) un’icona della psichiatria. Appare un po’ spettacolare e buffo anche se poi i temi su cui viene intervistato hanno spesso a che fare con fatti di cronaca piuttosto funesti. Ed è un peccato perché poi si rischia di non cogliere la profondità e l’acutezza del suo pensiero che, come in tanti altri suoi testi e romanzi, va ben oltre il commento della cronaca psichiatrica. Mi giravano in mente questi pensieri mentre leggevo il suo ultimo libro “La gioia di vivere. A piccoli passi verso la saggezza”. In effetti più che da psichiatra Andreoli affronta questo tema come filosofo e come persona, ricordandoci come degli esseri umani se ne siano occupati i filosofi molto prima (e anche forse più utilmente) degli psicologi, degli psicoterapeuti e degli psichiatri.

“ Si delinea un nuovo campo “terapeutico” che non ha nulla a che fare né con la medicina del corpo né con le psicologie che si occupano della mente. La concezione che emerge è che la gioia o il dolore non sono legati alla guarigione di un disturbo, ma dipendono fortemente dalla visione che ciascuno ha di sé e del mondo in cui si trova a vivere, più precisamente di sé-nel-mondo”.

Anche per questo il libro è nella sua prima parte una divulgazione molto interessante di quanto hanno lasciato su questo tema Epicuro, Cicerone, Seneca, Schopenhauer, e poi scrittori come Zola e Dominique Lapierre, un modo per parlare di due visioni del mondo sempre esistite e che poco hanno a che fare con la psicopatologia (se non nel loro deterioramento): “la fatica di vivere” contrapposta alla “gioia di vivere”. Stiamo parlando di due weltanschauung, due stili di vita, due posizioni esistenziali (potremmo dire “io NON sono OK” e “Io sono OK”) che inducono colorazioni molto diverse alle esperienze, ai comportamenti, agli obiettivi di vita di ciascuno di noi e che sfuggono “ il livello di conoscenze scientifiche che abbiamo del comportamento”. Andreoli ne parla anche personalmente, e a me piace molto questo suo mettersi in gioco quando dichiara il desiderio, alla sua età, di uscire finalmente dal suo “copione” di uomo del tragico e del dolore (frequentato per tanti anni accanto ai malati di mente, tanto da diventare nella sua città, Verona, sinonimo di manicomio: “ti mando da Andreoli”) per accedere finalmente a una visione gioiosa di sé e della vita.

“Non faccio parte della weltanschauung della gioia … sono un esempio straordinario di quella del dolore e della fatica. E voglio in questi ultimi anni vivere di gioia e, per questo, non devo pensarla o leggerla, ma devo farla, costruirla… non aspetto nessun pacco che mi consegni in dono la gioia, perché la mia gioia non può che essere costruita con le mie mani. Ed è possibile poiché la dimensione personale è sempre in fieri, e anche la gioia avrà nuovi capitoli finché c’è vita”.

Si legge con grande piacere questo che si potrebbe definire un vero e proprio inno alla gioia di vivere e alle potenzialità degli esseri umani se non fosse anche un canto di guerra contro le sublimazioni e le distorsioni che la nostra cultura colpevolmente ci induce per orientarci piuttosto verso il piacere, il lusso e le comodità, mettendo in secondo piano proprio la gioia. La battaglia è fatta a colpi di chiarezza del linguaggio, di smascheramento della vacuità di certe vite, di approfondimento delle due visioni del mondo. E poi temi quali la coscienza, l’inconscio, il mondo, la speranza, la fragilità umana, le regole del vivere, ecc. sono sviluppati in modo tale da darci diverse chiavi di lettura del comportamento umano per raggiungere quello che è un obiettivo unico fra tutti gli esseri viventi, vivere, appunto, per quanto è possibile con la gioia di vivere.

Così leggiamo: ” La prima condizione è di non essere mai soli … da questo deriva che il mondo (cioè soprattutto gli altri) non è un accidens per l’uomo, non è un nemico, ma la condizione per esistere … l’uomo ha bisogno del mondo, che va non solo preservato ma, se possibile, reso ancora più bello e nello stesso tempo più misterioso, più affascinante.”

Fra i tanti stimoli che ho raccolto durante la lettura metterei in rilievo questi:

“Non ho mai capito perché il Cristianesimo non si sia trasformato nella religione della gioia. Perché la croce non sia stata messa come anticipazione della gloria per la Resurrezione, perché si sia fermata all’immagine del dolore e non a quella della metamorfosi che, dal dolore, genera la gioia per l’Eterno. Questa religione non ha mai consolato, anzi ha reso ancor più difficile l’esistenza dell’uomo costretto a vivere nel timore di Dio”.

E poi :

“ Se si guarda ai compromessi necessari per poter avere tanto denaro, ci si accorge che il meccanismo dell’identificazione in questo oggetto di potere porta alla negazione, se non alla distruzione del proprio io. Ed è a questo punto che si inserisce la formulazione dell’io sopraffatto e distrutto dall’oggetto, che è alla base della coartazione e della negazione di sé. Risulta evidente che l’atmosfera sociale dominata dal mercato favorisce l’identificazione con l’oggetto, fino alla soffocazione dell’io.”

Dunque, con un gioco di parole: se sei ciò che hai non hai più ciò che sei.

E ancora:

“ Sono affascinato dalle composizioni di Alexander Calder, lo scultore dell’equilibrio, fatte di fili, di palline che si muovono e, se un visitatore si avvicina e sposta appena l’aria, l’equilibrio si fa incerto, ma poi riprende quella delicata stabilità, che l’artista gli ha dato … Mi piace il termine equilibrio, poiché dimostra la fragilità della condizione umana, dove tu vivi perché altri vivono con te, anzi sembra che la tua vita siano loro. Il lutto prova che è proprio così: morendo l’altro, sei morto tu, perché eri incorporato (interiorizzato) in chi ora è morto. E tu che eri dentro di lui, sei morto …”

Ed equilibrio anche fra il Sé e il Noi, fra individuo e comunità, fra conservazione ed evoluzione, fra base sicura e scoperta.

Naturalmente Andreoli non manca di criticare quanto la psicologia dell’io e dell’identità abbia relegato la gioia ad una esperienza individuale “dentro il singolo” che ci allontana da quell’umanesimo possibile fatto di alleanza nel dono, nell’amore, nella pietas, nell’onestà, nell’accettazione del mondo con i suoi dolori e le sue imperfezioni e soprattutto della magnifica diversità di ciascuno di noi: “Il saggio è interessato all’altro da sé, agli altri, e per dedicarsi a loro non può che stare nel presente. Nel passato c’è spazio solo per chi non c’è più, nelle fantasie del futuro c’è posto solo per persone inesistenti, fatte come noi vorremmo fossero fatte: solo comprendendo il presente, si può vivere con gli altri, rispettando il come sono fatti e non come erano o come li vorremmo.”

“Il saggio (l’uomo della gioia) vive di sé in relazione con l’altro, l’uomo della fatica vive sempre di sé, da solo, circondato di spettri.” E di illusioni e delusioni, mi permetto di aggiungere.

Mi fermo qui per non togliere al lettore il gusto di scoprire di questo ricco libro cosa più risuona in lui, aggiungo solo questa citazione che, come molti sanno echeggia una delle mie convinzioni più profonde, cioè che “nutre la gioia il dolore”. Andreoli scrive: “Nella gioia persino il dolore finisce per essere trasformato in desiderio di vita” mentre “…nella fatica di vivere persino il piacere viene considerato un segnale di morte.”

Per concludere vorrei dire che se proprio dovessi trovare un limite a questo libro, che come si sarà capito consiglio però vivamente, direi che ho sentito un po’ mancare il significato evolutivo della gioia per la nostra specie, il suo essere il nutrimento per l’energia vitale e il premio per i comportamenti più essenziali e necessari del genere umano. In fondo la gioia premia il saggio che sa soddisfare assieme agli altri le propensioni innate di evolvere, crescere, amare e dare un significato al proprio passaggio sulla terra. È questa anche la responsabilità e la lotta di chiunque eserciti una professione d’aiuto: accettare il mondo così com’è non deve farci comunque dimenticare di dare testimonianza giorno per giorno, nel presente di ogni gesto, di cosa conti veramente nella vita.

G.P.

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