Il senso di una fine

Il senso di una fine

J. Barnes, Il senso di una fine, Einaudi, 150 pagg.

La recensione

A volte è un film che suscita la voglia di leggere un libro da cui è tratto, e probabilmente è molto meglio così che il contrario quando si finisce per essere spesso delusi.

Il film in questione si chiama “l’altra metà della storia”, vedendolo mi avevano così colpito alcune riflessioni del protagonista sulla memoria che avevo deciso di scoprire chi era l’autore del libro citato nei titoli di coda. Mi sono così imbattuto in uno scrittore che non conoscevo, Julian Barnes, che proprio con questo romanzo aveva vinto nel 2011 il più importante premio letterario di lingua inglese.

Il libro si chiama “Il senso di una fine” e, lo dico subito, non mi è sembrato un capolavoro.

però mi sembra molto utile leggerlo perché, nonostante una trama pure sorprendente ma tutto sommato un po’ esile, fornisce, a noi che lavoriamo nelle professioni d’aiuto, tantissimi stimoli di riflessione sulla verosimiglianza di ciò che ascoltiamo.

Il libro comincia con il racconto della gioventù del protagonista e di alcuni eventi amorosi e luttuosi che finiranno per influenzare fortemente la sua vita. Ma è proprio su questo assunto che Barnes centra il suo pensiero: non sono gli eventi, i fatti, che influenzano la vita delle persone, ma le impressioni che ne hanno tratto, e poi le riflessioni che ne hanno tratto, e poi il ricordo che hanno conservato, il tutto passo dopo passo selezionato arbitrariamente.

E’ molto di più dello slogan “La mappa non è il territorio”, in Barnes “la mappa è il ricordo di una impressione, deformata dal tempo, di ciò che abbiamo voluto/dovuto/potuto capire relativamente a un vissuto individuale del tutto soggettivo di una fetta del territorio, pure selezionata personalmente. Ma anche fin dall’inizio, di quell’evento, quello che sappiamo è solo la fetta di ciò che abbiamo percepito noi.

Il racconto di Toni, il protagonista, comincia così: “Ma è a scuola che tutto è cominciato, perciò mi toccherà tornare brevemente su certi eventi marginali ormai assurti al rango di aneddoti, su alcuni ricordi approssimati che il tempo ha deformato in certezze”

Aneddoti, dunque, trasformati in certezze!

All’inizio del libro Toni racconta la sua prima esperienza amorosa proprio per come l’ha vissuta e interpretata lui stesso, mentre nella seconda parte, ormai anziano pensionato, il suo piatto tran tran è sconvolto dal riapparire della sua prima fiamma (Veronica) che lo riporterà in contatto con i fatti di allora, ma con informazioni del tutto diverse e per lui ovviamente sorprendenti.

Qui finisce la mia descrizione del libro per non togliere sorprese e scoperte, però aggiungo alcune frasi che possono dare un’idea della sapienza di scrittura di Julian Barnes e della profondità del suo pensiero;
“Alla fine però mi scoprii capace di lucidità. Vale a dire che compresi le ragioni di Adrian (un amico d’infanzia di grande fascino) rispettandole e ammirando lui. Il suo cervello funzionava meglio del mio e lui era più rigoroso di me; Adrian pensava in modo logico e agiva di conseguenza del pensiero logico elaborato. Là dove la maggior parte di noi, temo, tende a fare il contrario: prendiamo d’impulso una decisione e ci costruiamo sopra un’infrastruttura di ragionamento che possa giustificarla. Il risultato poi lo definiamo buonsenso”.

I ricordi e la loro arbitrarietà diventano il vero tema del libro grazie alla ricomparsa di quell’amore giovanile che porta con sé un diario che, pur restando misterioso, costringerà Tony a ripensare alla propria gioventù e agli eventi di allora:
“Mi sono messo a caccia di qualsiasi episodio, incidente, commento che potesse apparirmi meritevole di un premio o di una ricompensa. Purtroppo ogni giorno che passa la mia memoria diventa sempre di più un meccanismo capace solo di ripetere dati apparentemente veritieri, con uno scarto di variazione minimo. Ho rovistato nei ricordi, ho atteso, ho cercato con l’astuzia di portare la memoria a seguire una pista diversa. Niente da fare“.

“All’improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventù e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri”.

E ancora e forse anche con più chiarezza:

“Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi”.

“Per anni tiriamo avanti con gli stessi espedienti, gli stessi fatti, le stesse emozioni. Pigio il tasto Adrian o il tasto Veronica; il nastro si avvolge e parte la stessa bobina di sempre. I fatti confermano i sentimenti – rancore, il senso di un torto subito, sollievo – e viceversa, sembra non esserci il modo di accedere ad altro; il caso è chiuso”.

“Come aveva risposto il vecchio Joe Hunt quando con aria saccente avevo dichiarato che la storia era fatta dalle menzogne dei vincitori? – “Non dimentichi comunque che è fatta anche dalle illusioni dei vinti” – Ce ne ricordiamo abbastanza quando sono in gioco le nostre vite private?”

Verso la fine il protagonista comincia a capire che quello che aveva pensato di sé era proprio una storia e non proprio una bella storia:
“Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto né perso, ma che avevo lasciato che la vita mi succedesse …Uno i cui rimproveri a se stesso non lasciavano mai il segno? Beh, c’era tutto questo su cui riflettere, mentre sperimentavo un genere di rimorso speciale: una sofferenza inflitta a chi aveva sempre creduto di sapersi sottrarre al dolore, e inflitta, alla fine precisamente per quella ragione.”

Toni è descritto proprio come una persona qualunque e anche piuttosto passiva (un uomo cauto… credeva!) che alla fine della vita, con quelle parole, si condanna per la poca consapevolezza di sé e per le conseguenze dei suoi atti. Eppure a me pare che, proprio grazie allo sguardo di Barnes così attento ai meccanismi della percezione e della memoria, Toni non sia diverso da tutti noi che mai, come lui, sapremo veramente com’è andata la nostra storia. Noi tutti siamo convinti di conoscerci e di essere consapevoli di noi stessi (qualche volta anche grazie agli sguardi degli altri che ci sorprendono con squarci di vita inaspettati del passato e del presente), ma facciamo pur sempre narrazioni e aneddoti.

E’ per questo che dovremmo conservare sempre l’umiltà dello sguardo e del giudizio e “rassegnarci” alle nostre incertezze su di noi e il mondo, così se non proprio la verità, avremo un racconto almeno onesto e “verosimile” della nostra identità.

G.P.

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