Gratitudine

Gratitudine

O. Sacks, Gratitudine, Adelphi, 72 pagg.

La recensione

“L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte: e la sua saggezza è una meditazione della vita, non della morte”. Così scrive Spinoza nella sua Etica.

Parole molto belle: ma come può metterle in pratica chi, come Oliver Sacks, è stato informato di una diagnosi che toglie la morte dall’indeterminato, e la colloca in un tempo molto vicino ? Eppure in questo libro, breve come numero di pagine ma ricchissimo come contenuto, si può dire che O. Sacks – famoso neurologo e autore di libri a buon motivo molto letti, come, fra i tanti, “Risvegli” e “L’uomo che scambiò la moglie per un cappello “ – abbia vinto questa difficile scommessa.

Quest’ultimo lavoro di Oliver è composto di tre scritti: il primo, elaborato quando godeva ancora di buona salute, è una sorta di elogio della vecchiaia, soprattutto dal punto di vista della conoscenza offerta dalla memoria. “Uno – l’impersonale qui è dovuto al fatto che Oliver si confronta con il padre, che aveva vissuto fino a novantaquattro anni – ha avuto una lunga esperienza della vita, non solo di quella propria ,ma anche di quella altrui. Ha assistito a trionfi e tragedie, espansioni e contrazioni, grandi affermazioni e profonde ambiguità. Ha assistito all’ascesa di splendide teorie, solo per vederle cadere sotto il peso di inesorabili dati di fatto. Vi è una maggior consapevolezza della transitorietà e, forse, della bellezza. A ottant’anni si può guardare lontano e avere un senso della storia, intenso e vissuto, impossibile quando si è più giovani. Adesso riesco ad immaginare che cosa sia un secolo, riesco a sentirmelo nelle ossa….”( p. 22 ).

La malattia, però, si presenta nella vita di Oliver, con una diagnosi ben precisa. “Sta a me, adesso, scegliere come vivere i mesi che mi restano. Devo vivere nel modo più ricco, più intenso e più produttivo possibile.”( p.26 ). La parte forse più bella del libro, quella in cui la meditazione sulla vita vince, nonostante tutto, la presenza della morte, è proprio la pagina finale di questa seconda parte: “Non posso fingere di non avere paura. A dominare, però,è un sentimento di gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho ricevuto molto, e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto…..Più di tutto, sono stato un essere senziente, un animale pensante,su questo pianeta bellissimo, il che rappresenta di per sé un immenso privilegio e una grandissima avventura.” ( p.29 ). Mi sembra che ciò che impressiona di più, in queste ultime pagine, sia la capacità di Sacks di non concentrarsi su di sé ma di vedersi come una parte del tutto; qualcosa come quel “sentirsi una docile fibra dell’universo” di cui parla Ungaretti in una sua poesia.

Oliver apparteneva a una famiglia ebraica osservante. Nell’ultima parte del libro ricorda quando, a tredici anni “cantai la parte che mi competeva nel mio bar mitzvah”, cerimonia ebraica che corrisponde in qualche modo alla cresima della liturgia cristiana. Dopo di allora però si staccò gradualmente dai riti e dalla fede della sua tradizione costruendo una propria visione del mondo rigorosamente scientifica, e riducendo al minimo i suoi contatti con il mondo ebraico. Quando però la cugina Marjorie lo invita a Gerusalemme per festeggiare il suo centesimo compleanno (!) risponde subito di sì. “In pochi secondi avevo ribaltato una decisione a cui mi ero attenuto per quasi sessantanni.” ( p.52). Proprio questo contatto con la tradizione della sua infanzia conduce Oliver alla riflessione finale. “Scopro che i miei pensieri… si appuntano sempre più spesso su cosa si intenda quando si parla di vivere una vita buona e degna, di raggiungere la pace dentro di sé. Scopro che i miei pensieri vanno allo Shabbat (il sabato), il giorno del riposo, il settimo giorno della settimana e forse anche della propria vita, quando uno sente di aver fatto la sua parte e può, in coscienza, abbandonarsi al riposo.”

F.R.

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