Diventare se stessi

Diventare se stessi

I. D. Yalom, Neri Pozza Editore, 2018, 352 pagg.

La recensione

 

Ecco finalmente l’ultimo lavoro del grande Irvin, scritto a ottantacinque anni. L’autore ci dice che sarà proprio l’ultimo. Speriamo si sbagli.

Sulla copertina della traduzione italiana compare una sua recente foto che nella composta serietà non concede nulla alla compiacenza così come la sua opera, anche se sempre percorsa da bonaria ironia.

L’impressione complessiva conferma quanto ho provato durante la lettura degli altri suoi lavori. La pratica “esistenzialista” del manifestare se stesso è per Yalom non solo il punto di svolta della sua maturazione di psichiatra e costante del suo insegnamento, ma è anche coerente scelta di vita e scelta letteraria.

L’andamento del volume non sempre è cronologico come ci potremmo aspettare da un’autobiografia. E’, come altre sue opere, inframezzato da inserti di sogni e da considerazioni attuali. Al passato si sovrappone il presente in un intreccio avvincente e continuo.

E’ la storia di un self-made man senza alcuna americana compiacenza. Un’infanzia difficile e un corso di studi caparbio e costante. Laurea in medicina ed esperienza in tutti i settori ospedalieri. L’incontro con la psichiatria prima, e poi, negli anni delle grandi trasformazioni della psicoanalisi, l’incontro con le opere di Harry Sullivan, di Karen Horney, di Eric Fromm e di Rollo May del quale diviene intimo amico. E’ il momento in cui la psicoanalisi “culturalista” si sta trasformando in un approccio “relazionale”. E’ la scoperta della filosofia e dei princìpi che sono alla base dell’esistenzialismo.

Yalom è un lettore curioso e vorace. La sua cultura universitaria è decisamente scientifica. Scopre la psicologia e poi la filosofia come autodidatta. E’ impressionante una delle sue prime ricerche che partendo da Existence di R.May procede a ritroso toccando Binswanger, Straus, Minkowsky, scivola indietro a Nietzsche, Kierkegaard, Locke, Montaigne, e poi ancora Marc’Aurelio ed Epicuro.

La California degli anni ’60 è un laboratorio di esperimenti psicologici soprattutto di gruppo. Yalom vi si immerge totalmente e presto il gruppo diventerà il suo campo elettivo. E’ molto interessato ai T-group proposti da Kurt Lewin: la teoria esistenzialista del qui e ora comincia a saldarsi con la pratica sperimentale. Già in quegli anni afferma:

“…. il gruppo è un microcosmo sociale e le questioni che vengono sollevate nella terapia di gruppo replicano le tipologie di questioni interpersonali che avevano portato ciascuno a intraprendere la terapia.” [in corsivo nel testo]

Negli anni ’60 frequenta assiduamente i grandi nomi della nuova psicologia/psicoterapia: Gregory Bateson, Don Jackson, Paul Watzlawick, Jay Haley, Virginia Satir. Ma non è solo studio: tenera è la descrizione dell’incontro con Bob Dylan e Joan Baetz.

Sono questi anche gli anni in cui nasce l’analisi transazionale. Yalom, pur avendo conosciuto di persona Berne, non sembra particolarmente interessato al suo lavoro e i riferimenti sono praticamente nulli se si esclude un breve riconoscimento all’intelligenza di Berne in una sua precedente opera. Yalom è interessato a tutto ciò che si muove in ambito psicologico, ma sempre meno a ciò che sa di comportamentismo, di diagnosi psichiatrica e di rigidità di protocollo.

Probabilmente questo disinteresse nasce dal percorso inverso che sta compiendo rispetto a Berne. Quest’ultimo negli anni sessanta sta lasciando la psicoanalisi con la sua ampiezza, discrezionalità d’intervento e durata indefinita per una metodologia possibilmente breve, che sia facilmente applicabile e comprensibile anche ai pazienti. Berne trae uno dei suoi punti di forza dalla sintesi (penso per esempio ai concetti di stato dell’Io, di transazione, di triangolo drammatico, di posizione esistenziale ecc.) che permette di riassumere in un numero limitato di concetti “forti” una varietà molto grande di fenomeni psicologici. Purtroppo tale sintesi, nel momento in cui si vogliano rappresentare fedelmente i fenomeni che l’esperienza ci offre sia nel campo intrapsichico che in quello psicosociale, necessita di ulteriori distinzioni, approfondimenti, precisazioni concettuali che vanificano spesso l’efficacia icastica iniziale.

Mentre Berne si muove da un approccio più culturale a uno più “scientifico” e dunque più deterministico (si pensi per esempio alla “formula del Gioco”), Yalom si sposta dalla “certezza” della psichiatria e delle sue diagnosi all’incertezza del senso della vita e della costruzione di sé, verso l’esistenzialismo.

Anche la concezione del gruppo di terapia berniano è sostanzialmente diversa da quella di Yalom per il quale la forza propulsiva del cambiamento viene dalla ben guidata interazione tra i membri di un gruppo “caldo”.

Nascono nel corso degli anni ‘70 il manuale Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo e Psicoterapia esistenziale. Il primo, trattandosi di un libro adottato negli studi universitari, viene spesso rivisitato e aggiornato ed è giunto oggi alla quinta edizione con ventitrè ristampe e l’incredibile numero di un milione e quattrocentomila copie vendute.

L’autobiografia prosegue con le esperienze di viaggio dell’autore in tutto il mondo a cominciare da quelle meditative in India. Esperienze che sono spesso in qualche modo collegate col lavoro psicologico.

Altro grande interesse di Yalom sono le condizioni del fine vita e il senso della morte (ovvero della vita). Ha condotto gruppi di malati terminali e fatto molte ricerche al riguardo. Ne sono frutto i suoi libri: Fissando il sole, Il senso della vita, Creature di un giorno e anche La cura Schopenhauer.

Dice Rollo May: “Yalom scrive come un angelo dei demoni che ci tormentano.”

L’amicizia tra Yalom e Rollo May dura tutta la vita. Trovo commoventi le parole che l’autore scrive sulla fine di May (e anche sulla propria):

“All’inizio degli anni ‘90, quando stava per compiere ottant’anni, Rollo soffrì di attacchi ischemici transitori (TIA) e a volte, anche per due o tre giorni di seguito, si sentiva confuso e angosciato. Capitava che Georgia [la moglie] mi telefonasse quando gli episodi erano più gravi: allora passavo trovarli e trascorrevo del tempo con Rollo, parlando e passeggiando sulle colline dietro la loro casa.

Solo adesso all’età di ottantacinque anni, capisco appieno la sua angoscia. Ho passeggeri momenti di confusione e mi capita di dimenticare per un attimo dove sono e cosa sto facendo. Era questo che Rollo provava, e non per pochi istanti, ma per ore e giorni. Tuttavia in qualche modo continuò a lavorare quasi fino la fine. Verso la fine della sua vita assistetti a una sua conferenza. La comunicazione era potente come sempre, la voce sonora e rassicurante, ma verso la conclusione dell’intervento ripetè la stessa storia che aveva raccontato pochi minuti prima. Mi sentii gelare quando me ne accorsi, mi sentii gelare per lui, e spesso ricordo ai miei amici di essere onesti con me e di avvertirmi quando arriverà il momento che io mi fermi”.

Negli anni ’80 Yalom sceglie di dedicare tempo ed energie all’attività di romanziere senza rinunciare all’intento didattico: nascono i suoi quattro romanzi a seguito di appassionati studi storico/filosofici. Tra questi La cura Schopenhauer è quello che maggiormente cerca di mostrare la vita del gruppo terapeutico.

Negli anni ’90 è la volta de Il dono della terapia (Ottantaquattro consigli per i terapeuti) sul quale oggi afferma:

“Scrissi il libro contrapponendomi all’approccio comportamentale-cognitivo alla psicoterapia, che proponeva testi brevi da manuale e utilizzava il problem-solving, un approccio derivato dalle condizioni economiche generali. Contestavo anche l’eccessiva dipendenza della psichiatria dai farmaci. Questa battaglia continua ancora oggi, nonostante esistano prove schiaccianti che i buoni risultati dipendono dall’intensità, dal calore, dalla genuinità e dall’empatia della relazione terapeutica.

A questo scopo, ho fatto ricorso intenzionalmente a un linguaggio provocatorio, con digressioni in cui dico agli studenti esattamente l’opposto di quanti molto di loro si sono sentiti raccontare nei programmi di addestramento di orientamento comportamentale. <Evitate la diagnosi>, <Create una nuova terapia per ciascun paziente>, <Lasciate che il paziente sia importante per voi>, <Uno schermo vuoto? Scordatevelo. Siate reali>, <Controllate il qui-e-ora nel corso di ciascuna seduta>”.

Per dare un’idea del suo impegno nel lavoro cito le sue parole di ottantacinquenne:

“Fin dalla pensione anticipata dalla Stanford nel 1994, il mio programma quotidiano e rimasto invariato: scrivo tre o quattro ore ogni mattina, di solito per sei o sette giorni alla settimana, e cinque volte alla settimana incontro dei pazienti nel resto della giornata.“

L’ultimo capitolo del libro ha per titolo: “Un principiante dell’invecchiamento”. Nonostante il tema dell’invecchiamento sia stato da lui professionalmente molto frequentato e ancora oggi aiuti le persone a lasciare andare e a vivere al meglio gli ultimi anni della loro vita Yalom scrive di essere molto preoccupato (e chi non lo sarebbe?) nel giungere all’ultimo paragrafo (dell’autobiografia).

Conclude però ottimisticamente con le parole dello Zarathustra di Nietsche:

“Era questa la vita? Avanti, ancora una volta”.

Giacomo Magrograssi

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