Cinque inviti

Cinque inviti

C. Ostaseski. Cinque inviti, Mondadori, 2017, 320 pagg.

La recensione

Frank Ostaseski è una persona eccezionale. Nato e cresciuto in una famiglia americana di etilisti, vittima di abusi da ragazzo, con una vita ferita in diversi modi, compresa un’operazione al cuore piuttosto pesante, è diventato quello potremmo definire un santo.
E’ la dimostrazione che non necessariamente un’origine disgraziata diventa una vita priva di grazia. Come accade qualche volta, proprio la sofferenza patita, e ne sanno qualcosa molti nostri pazienti, se riconosciuta e affrontata con determinazione e speranza, ci può insegnare non solo a riscattare noi stessi, ma perfino a porci come portatori di redenzione e testimoni di bontà. Insomma capaci di sopravvivere e di aiutare chi come noi si è trovato in situazioni difficili.
Mi accorgo di usare molte parole religiose, ma non ne trovo altre che possano descrivere queste trasformazioni, queste svolte, queste rinascite, questo lavoro di Ostaseski.
Del resto stato di grazia, redenzione, riscatto, testimonianza e santità sono esperienze comuni a molti, e parole bellissime.
Ostaseski è stato volontario in centro America per aiutare profughi in Messico e Guatemala, è stato assistente domiciliare a San Francisco con i malati di AIDS e poi nel 1987 ha fondato con un’amica il primo Zen Hospice Project, una fusione di spiritualità buddista e di pratica sociale, per accompagnare degnamente e serenamente le persone alla morte.
I suoi Ospice sono ormai presenti in tutto il mondo e lui stesso è invitato ovunque (spesso anche in Italia) per insegnare non solo ad affrontare la morte, ma soprattutto a vivere.
In Italia era già uscito un suo libro “Saper accompagnare. Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte”, Mondadori 2004, ed ora è stato pubblicato quest’ultimo “Cinque inviti”.
Eppure non è un libro sulla morte e tanto meno un libro triste, è invece un libro che insegna a non sprecare la vita, a viverla intensamente, a essere solidali e gentili, ad accettare ciò che accade nella vita e noi stessi come parte di un tutto, “ad arrendersi alla realtà della non separazione” (p. 289) perché una radicale connettività con tutti gli esseri viventi apre le porte alla compassione.
Si parla ovviamente della tendenza del cuore-mente ad aprirsi, di un “sentimento di amore basato sul profondo riconoscimento che ciò che chiamiamo “Sé” e ciò che chiamiamo “Altri” sono nozioni, concetti, abitudini mentali, non realtà del mondo.
Il vero altruismo non è sacrificio di sé a favore degli altri… perché ciò sorgerebbe da un senso di colpa e dall’idea che dovremmo essere simpatici, che dovremmo essere gentili e soccorrevoli.
E’ invece un profondo riconoscimento che il sé e gli altri non sono fondamentalmente differenti, ma sono solo apparentemente differenti.” (p. 185)
Un’esperienza che certo molti di noi hanno fatto condividendo situazioni dolorose, momenti in cui abbiamo percepito profondamente l’uguaglianza di una condizione umana dubbiosa, cagionevole, spaventata, impermanente e dunque drammaticamente effimera.
Proprio il contrario della tendenza attuale di rafforzare i nostri Ego cercando ciò che ci differenzia, in più o in meglio s’intende, dagli altri.
Ed eccoli i 5 inviti così come sono ben sintetizzati nel risvolto di copertina.

NON ASPETTARE: non sprecare il tempo, non rinunciare a vivere ogni momento della vita in maniera consapevole.

ACCOGLI TUTTO NON RESPINGERE NULLA: sii aperto e ricettivo al mondo esterno, con la mente e con il cuore.

PORTA NELLE ESPERIENZE TUTTO TE STESSO: accetta ogni tua parte interiore, sii completo anche se imperfetto

IMPARA A RIPOSARE NEL PIENO DELL’ATTIVITA’: in ogni situazione quotidiana cerca di ritagliarti momenti di pausa, di silenzio, distacco, per poterti incontrare con te stesso.

COLTIVA LA MENTE CHE NON SA: sii curioso, e affina la tua capacità di sorprenderti e meravigliarti.

Devo aggiungere che, benchè il buddismo sia molto presente nella filosofia degli stessi Hospice, l’impostazione di Ostaseski (e anche la sua battaglia) è assolutamente non ideologica o di per sé confessionale, anzi le tantissime testimonianze degli interventi sono improntate al principio che non c’è un modo giusto né di morire né di accompagnare alla morte.
Nei tanti e stupendi esempi riportati risulta chiarissimo come ogni persona richiede una vicinanza e un accudimento del tutto personale, ogni vita che finisce ha il suo percorso da concludere, ha le sue parole da dire, ha le sue emozioni da esprimere. Stare accanto alla sofferenza è dunque allo stesso modo un’esperienza unica e irripetibile e richiede anche a noi, che per professione aiutiamo a vivere, un rispetto totale per ogni essere umano.
Questo è un libro che non possiamo non leggere, è un libro pieno di vite, di storie felici, dolorose, commoventi che nel momento del loro concludersi diventano sacre ed esemplari.
E’ un libro che a me dà fiducia e speranza, ma anche moltissimi strumenti per aiutare prima di tutto me ad essere in pace con me stesso e gli altri, e di conseguenza capace di accettare il mondo così com’è, compresi i più infelici deterioramenti della mente umana.
Questo è un libro che insegna il perdono, ma “il perdono non ci chiede di riaccogliere nella nostra vita le persone che ci hanno offeso. Nessuno ci vieta di dire a chi ci ha fatto del male: – No, non voglio vederti mai più – Ma il perdono ci dà la forza di liberarci da un peso – Non voglio continuare a trascinarmi dietro l’oppressione, la rabbia, l’ira e il dolore. – ”
Insegna la differenza fra distacco e non attaccamento: “Il distacco implica prendere le distanze da un oggetto o da un’esperienza particolari: io mi ritiro o mi allontano. Invece il non attaccamento significa semplicemente non attaccarsi, non afferrarsi, non farsi impigliare: non è necessario prendere le distanze.”
Insegna che quando entriamo, e dovremmo dire finalmente, in contatto con la natura precaria dell’esistenza apprezziamo tutto il suo valore, perché come scrisse Safran Foer “ogni cosa è illuminata” e ogni istante uno sprazzo di vita da assaporare.
Insegna che la vita è sacra e può suscitare in noi riconoscenza, meraviglia, reverenza, gioia, estasi e poi quiete, silenzio e pace.
Insegna la sottile differenza fra permettere che le cose accadano e accettarle.
Insegna in poche, ma precise parole quali sono i veleni dell’anima, le cause ultime della sofferenza: il desiderio quando diventa avidità, l’avversione quando diventa odio, l’ignoranza quando è illusione di sapere.
E potrei andare avanti così per ore riportando le tantissime sottolineature (in matita per rispetto al libro) che ho fatto leggendo, ma certo è molto meglio lasciare a ciascuno la scoperta delle proprie storie e delle proprie riflessioni di cui meravigliarsi.
Dopo aver letto questo libro adesso lo terrò ben in evidenza nella mia biblioteca così, ogni tanto, lo potrò aprire per ricordarmi, in mezzo al frastuono e alla nebbia quotidiana, la vita cos’è.

G.P.

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