
La recensione del Centro Berne
Sì … avevo pensato di non andare più a vedere un film di Tarantino, ma ci sono cascato di nuovo. E’ perché oggi si parla tanto di efferatezze e un film sulla strage di Bel Air in cui la banda di Charles Manson assassinò diverse persone tra cui Sharon Tate moglie di Polanski e il suo bambino ormai giunto al nono mese. mi aveva attirato.
Ma ovviamente siamo alle solite.
Prendete un regista geniale, molto creativo con la macchina da presa, capace di inquadrature stupende, con una sensibilità molto originale, capace di instaurare un clima tra lo spiritoso e l’allarmante, ma soprattutto romantico e nostalgico.
Prendete due attori bravissimi sulla cresta dell’onda, espressivi, coinvolgenti.
Prendete una scenografia attenta ai particolari capace di ricostruire gli ambienti in modo accuratissimo, prendete un titolo cha ammicca a capolavori precedenti “C’era una volta il west” (1968) e “c’era una volta in America” (1984) del grande Serio Leone.
Prendete una sceneggiatura scoppiettante (a volte) capace di rendere credibile ogni incontro, ogni dialogo e ogni azione filmica.
Prendete poi un fatto vero e atroce di sangue e incrociatelo con la storia di due “amici” e lo sfondo del dorato mondo di Hollywood e avrete certamente un gran bel film.
In qualche momento, qualcuno ha osato dire un po’ noiosetto all’inizio, ma poi, caspita, alcune scene sono veramente dei capolavori per lo sguardo: tutta la situazione in cui Brad Pitt arriva nel villaggio e incontra il vecchio cieco è sublime nella tensione che crea, mentre passa sotto lo sguardo attonito e glacialmente feroce dei ragazzi ti aspetti da un momento all’altro un’esplosione di violenza (non era un film di Tarantino?) e invece resti senza fiato per la sorpresa di ciò che alla fine accade. E quel Di Caprio vestito da cowboy cattivo che minaccia con quel suo bel viso stravolto dalla sua stessa brutalità, una ragazzina e subito dopo, fragile proprio come un attore, implora conforto e un giudizio positivo sulla sua interpretazione, non è spettacolare?
Grande cinema non c’è che dire.
Si resta veramente a bocca aperta in un palpito di ammirazione.
Insomma non sto facendo alcuna ironia perchè mentre si guarda un film così si resta veramente stupiti e compiaciuti.
Poi però, uscendo dal buio della sala (e forse della mente) e tornando alla luce qualche altra sinapsi, oltre a quelle deputate al gusto estetico, si rimette a collegare informazioni e stati d’animo, e storie, e Storia, e film, altri film.
Così io mi sono sentito d’improvviso moralmente manipolato, mi sono indignato e ho cominciato a pensare.
Era questa Hollywood?
Cosi scopro che questa trama non è proprio una storia, ma proprio solo una storiella, di due amici piuttosto soli, che vivacchiano senza un gran senso né di sé che della vita.
Uno è un attorucolo fragile e dimesso, sull’orlo di una crisi depressiva perché, sentite un po’ la tragedia, sta perdendo un po’ di contratti di lavoro. Niente di grave intendiamoci, tanto più che potrà andare a fare qualche film in Italia da un grande maestro che porta il nome di Sergio Corbucci. Avrei pensato allo stesso Leone, a Fellini, a Bertolucci, Visconti, con tutto il rispetto per il buon artigianato italiano, ma a Tarantino piaceva Corbucci. Fra l’altro in una intervista una volta aveva detto che gli piaceva perché alla fine nei suoi film non c’era scampo per nessuno. E infatti.
L’altro è uno stuntman di professione, ma in realtà è una sua guardia del corpo, autista, accompagnatore, ricambiato con qualche particina, probabilmente ha ucciso la propria moglie con una fiocinata (questa Tarantino ce l’ha risparmiata), scampando la galera, ma chissà. In ogni caso gira amorevolmente con la sua cagnolina, un pitbull, ed è, udite udite più bravo di Bruce Lee, quello vero, che tanto per far vedere chi è, nel film sbatte a terra con facilità. Capite che duro?
Non hanno donne, non amano, si strafanno ogni tanto, bevono. Gente semplice e fra loro anche genuini e simpatici. C’è poi, per ricordarci che siamo nella Hollywood secondo Tarantino, un produttore molto amichevole, molto realista (Al Pacino) che consiglia con saggezza e amicizia l’attorucolo.
Era questa Hollywood?
Ma che storiella è mai questa? Hollywood, per quanto è stato spesso raccontato, era un covo di serpenti, i produttori si facevano le ragazzine e le aspiranti attrici si facevano i produttori, scandali continui, angherie, superficialità (vedi l’ “Ave, Cesare” dei Coen). Se sgarravi eri fuori e così pure se le tue idee erano un minimo anticonformiste, il danaro era l’unica passione, la corruzione imperava, per fare cinema dovevi dare via l’anima, ma insomma! Diversi se ne sono andati a farsi le proprie produzioni autofinanziate e altri si sono fatti il proprio festival indipendente.
E poi ci sono gli hippy. Gli hippy?
Ma Tarantino lo sa chi era Charles Manson?
Charles Manson era figlio di un militare che messa incinta sua madre se n’era poi andato, la madre era finita a fare la prostituta (o forse lo faceva anche prima). Charles manifestava fin da ragazzo segni di disturbi psichici, rubava violentava, uomini e donne, era stato poi messo in galera dove a sua volta era stato violentato e aveva finito d’impazzire. Aveva cercato conforto diventando musicista, ma non ci riuscì, cominciò a delirare del tutto rivincite dei bianchi contro i neri, immaginava guerre mondiali dove alla fine sopravvivevano solo i ragazzi che si sarebbero appartati sotto la sua guida salvifica in luoghi irraggiungibili dalla distruzione della razza umana.
Così era diventato il leader di una comune di ragazzi. Ma chi sono questi ragazzi? Hippy? Ma dai, Tarantino!
Sono disgraziati un po’ come lui (Manson intendo eh!), quasi tutte ragazzine scappate da case certo poco accoglienti, molti si drogavano, molti erano veri e propri ribelli che odiavano il mondo benchè provenissero anche da famiglie ricche.
Tarantino ha letto o almeno visto il film Pastorale Americana? Sa di Patricia Hearst, dell’esercito di liberazione simbionese, sa di quanti morti l’America di quegli anni è stata costellata per azioni armate cosiddette rivoluzionarie? Migliaia! Sa delle 900 persone del “tempio del popolo” portate a suicidarsi in Guyana nel 1978?
In tutto il film questa setta satanico religiosa di dropout frutto di quella parte di America ignorante, psicolabile, senza valori e violenta, di allora come di oggi, viene apostrofata con il titolo di “bastardi”, “schifosi hippy”, “ti spacco la faccia hippy”, “che ci fai da queste parti hippy schifoso”, e via abbaiando.
Ma gli hippy non erano quelli del ritorno alla natura, quelli di pace amore, quelli dell’amore libero, i figli dei fiori, sognatori inermi con quell’aria trasandata e inoffensiva che finivano magari uccisi a fucilate senza aver fatto niente? (Easy rider 1969).
Per figli dei fiori si intendono gli aderenti al movimento hippie caratterizzati da vestiti decorati con fiori o vivacissime stoffe di colori vivi. Il loro ideale di pace e libertà è sintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera evidente nel periodo della guerra del Vietnam, La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. (così Wikipedia)
Ma Tarantino approfitta della strage di quel pazzo di Manson per costruire la sua personalissima visione del mondo, questi alternativi sono una setta di assassini giustamente condannati al suo solito finale.
Indovinate perché Brad Pitt ha un Pit bull? Perché si chiama Pitt? Considerato quant’è spiritoso Tarantino potrebbe anche.
Indovinate perché il suo personaggio è costruito come più forte di Bruce Lee? Perché è campione di karate?
Secondo me è perché è americano, bianco, ben preparato alla lotta e invincibile, come tutti dovrebbero essere.
Eccolo il finale, quattro o cinque ragazzini pazzi, male armati e pure strafatti si ritrovano alla fine di fronte a due macchine da guerra. Chi vincerà?
Siamo dalle parti del cittadino incazzato che si fa giustizia da sé. Ricordate il Charles Bronson, ne il giustiziere della notte (1974) e il Dustin Hoffman ne il Cane di paglia (1971), e tutti gli altri?
Ma cos’ha in testa Tarantino, quanta violenza, quanta rabbia, quanto cinismo, quante bugie, e quante ne propaga. Qualche volta ci fa ridere, qualche volta orrore, ma intanto queste mistificazioni storiche arrivano e non ho letto nessuno che ricordasse chi fossero, tanto per fare un esempio, gli hippy. Tarantino mi fa tanto più arrabbiare proprio perché è bravo a “patinare”, ma l’arte è altra cosa, ma il cinema è altra cosa, divertiamoci pure, ma non lasciamoci manipolare da questi cattivi maestri. Anche Clint Eastwood è, pare, un uomo di destra, ma quanta umanità, quanto rispetto per i soldati mandati al macello, quanta solidarietà per gli immigrati asiatici, quanta delicatezza e verità per esseri umani che muoiono o vogliono morire per porre fine alla propria esistenza distrutta. Si può essere di destra senza essere sadici, fascisti, cinici e pure ridanciani.
Ha! ha! ha! Che ridere il lanciafiamme!
Quei ragazzi, Manson compreso, dovrebbero suscitare compassione. Nel suo capolavoro “Pastorale americana” (1997) Philip Roth spiega bene (e pure il film che ne è stato tratto lo fa molto bene) come da una semplice e ricchissima famiglia americana, ma fatua e narcisista, senza alcuna intelligenza emotiva, può scaturire una figlia degradata, drogata e pure assassina. E così lo spiega molto bene anche il recentissimo Joker.
Così sono pure degradati, a i miei occhi, questi attorucoli soli e mediocri, con cui Tarantino allegramente simpatizza e che innalza addirittura a salvatori (forse) della povera Sharon Tate e dei suoi amici.
L’unica cosa vera di questo film mi sembra la fatuità di tutti i personaggi, danzano, bevono, lavorano, vivacchiano senza scopo. Non so se lo ha fatto volutamente, ma proprio il personaggio di Sharon Tate, rappresentata come una superficiale ochetta, stellina alle prime armi, corpo rigoglioso e mente desertificata, diventa l’emblema di questa società americana che Tarantino tanto adora, rimpiange e impersona: la Tate vede un suo film proiettato in un cinema e allora si fa riconoscere (del genere “lei non sa chi sono io”), non paga il biglietto, si fa fotografare dalla maschera, entra compiaciuta a rimirare se stessa.
C’era una volta a Hollywood, ma questa è quella di Tarantino.
Applausi in sala e dollari al botteghino.
Che tristezza.
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