La recensione del Centro Berne

Tratto dall’opera teatrale di Samuel D. Hunter, la storia di un professore d’inglese che soffre di grave obesità e tenta di riallacciare i rapporti con la figlia adolescente per cercare un’ultima possibilità di riscatto. Vive solo, passa le giornate seduto sul divano tenendo corsi di scrittura online, guardando la tv e mangiando compulsivamente. Nella sua vita ci sono Liz, amica infermiera che si prende cura del suo stato di salute sempre più precario, e la figlia Ellie, diciassettenne arrabbiata e incattivita verso il padre che ha sempre creduto egoista e insensibile.
Così in sintesi la storia, ma che film è?
E’ un film sui sensi di colpa, sull’autodistruzione, su come un amore finito male può portare a una lucida follia suicidale. Siamo in un mondo affettivo per cui una simbiosi ritenuta salvifica e finita in tragedia rimane senza via d’uscita se non nella colpevolizzazione per non essere riusciti a evitarne l’epilogo drammatico.
Per questo il protagonista vuole suicidarsi lentamente e a nulla valgono i tentativi d’aiuto di un angelo custode pietoso e compassionevole.
E’ un film che – riprendendo una certa interpretazione del Moby Dick di Melville per cui nel libro si leggono a lungo storie di balene per evitare di descrivere la tragedia che sconvolge Achab – ci racconta come una maniacalità, in questo caso la vorace obesità, serve a coprire il dolore vero che non si riesce né a vivere fino in fondo né dunque a superare.
Il grasso come corazza, il cibo come riempimento e ottundimento e protezione dalla sofferenza. Ma è anche un film sugli abbandoni e sulle conseguenze che travolgono una figlia e allo stesso tempo un padre e sul tentativo di trovare una nuova possibilità di riscatto. La cinica aggressività della figlia è un grido d’aiuto, una provocazione che cerca di scuotere svuotando il rancore, l’uomo le è grato e si lascia maltrattare comprendendone il senso e allo stesso tempo cercando disperatamente una via di recupero del rapporto e di redenzione per sè.
Come ci si potrà mai riscattare dalla colpa?
Il film ne suggerisce in fondo la strada anche per un’altra storia parallela di un giovane in fuga che passando di là cerca lui pure un riscatto, senza capire che non serve proprio salvare gli altri se non si salva se stessi.
Prima di tutto bisogna scoprire e portare a galla fino in fondo “le verità” al di là di quello che al momento si era finito per credere, travolti come si era dal dolore.
Pian piano si capisce come un suicidio ha motivazioni che vanno ben al di là dell’ultimo evento che lo sembra scatenare, che gli abbandoni sono un dramma per chi resta ma, seppure con diverse responsabilità, anche per chi se ne va.
Cos’è il perdono se non la comprensione per scelte certamente sbagliate (o come minimo non spiegate) attraverso l’accettazione dei limiti di chi le ha commesse.
Se è vero che l’amore è un comportamento è anche vero che spesso chi pure ama non lo sa fare, non lo ha mai imparato o peggio ancora ne ha imparato modalità distorte.
Chi può salvare un’altra persona se lei stessa non vuole? E pur sapendo questo, come si dice nel film, “le persone sono proprio incapaci di non prendersi cura degli altri”.
Tra salvare e prendersi cura c’è una bella differenza.
Questo film smuove e commuove, non lasciamoci sviare da qualche critica da cinefilo perfezionista, sono dettagli irrilevanti per chi cerca nei film stimoli di riflessione e storie che aiutano a crescere.
Naturalmente l’Oscar al protagonista Brenda Fraser è più che meritato.

 


 

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