
La recensione del Centro Berne
Un altro capolavoro da non perdere.
Forse vi ricordate il bellissimo film di Robert Altman “America oggi”, un intreccio di storie inizialmente staccate fra loro che poi progressivamente si intersecano e si compongono fino a formare un affresco sorprendente di quel paese.
Ecco, “Siccità”, l’ultima opera di Claudio Virzì, è il nostro “Italia oggi”.
Con una sceneggiatura accuratissima e coinvolgendo attori tutti bravissimi, Virzì riesce a descrivere il nostro paese in modo davvero struggente. Pieno di compassione e allo stesso tempo di ferocia (per vizi e tic nostrani, per le miserie, i tradimenti, le differenze di classe, le vigliaccherie, gli opportunismi e gli egoismi) il suo sguardo ci evidenzia senza sconti esattamente come siamo. A Roma non piove da oltre tre anni. La capitale è quasi irriconoscibile, desertica, piena di polvere, il Tevere è senz’acqua, ci sono scarafaggi ovunque.
Dentro questa apocalisse annunciata assistiamo a molteplici vite di personaggi smarriti nelle proprie solitudini, chi alla ricerca della felicità, chi del benessere, chi miseramente di un po’ di evasione e chi, ovviamente, dell’acqua.
La siccità è la metafora di una società per lo più inaridita, spesso incattivita e addormentata, in cui ringhiare contro l’altro è più facile che guardare in faccia la propria miseria, sopportare l’ennesima giornata colma di ostacoli, burocrazia, soprusi, ignoranza e difficoltà.
In un’intervista Virzì ha detto:
“Quando abbiamo pensato al film e abbiamo ambientato la storia in una Roma dove non piove da tre anni, eravamo convinti di lavorare intorno ad una situazione abbastanza improbabile. Le prime righe della sceneggiatura sono state scritte mentre eravamo in casa bloccati dal lockdown imposto per la pandemia. Con gli altri sceneggiatori ci interrogavamo sul senso del nostro mestiere e sentivamo che un grande punto interrogativo si era posizionato sulle nostre vite. E per questo eravamo interessati a raccontare quello che stava accadendo, anche in termini ambientali, attraverso un dispositivo metaforico sulla realtà che era stata riformulata dal Covid. Abbiamo partorito una visione che poteva suonare come fantascientifica e invece ci siamo accorti che stavamo ragionando, in realtà, sull’attualità. Abbiamo immaginato che fosse un’ottima occasione per riflettere su noi, su come reagiamo di fronte all’emergenza ambientale … Ci interessava raccontare qualcosa che non fosse il destino di un unico personaggio ma di tutta la società. Il benessere dell’uomo, la salute e la cura dell’ambiente, l’attenzione alle sorti del pianeta sono profondamente legati tra loro. Il Covid e la crisi climatica hanno dato una sberla alle narrazioni politiche sovraniste che proprio in queste situazioni dimostrano la loro debolezza. Anche se oggi sembra che ce ne stiamo già dimenticando. Sono meravigliato perché il tema dovrebbe essere in cima alle nostre preoccupazioni. Soprattutto quando assistiamo alle devastazioni che sono accadute nelle Marche, o ricordiamo gli incendi a catena che hanno caratterizzato l’estate. Ho cercato di raccontare noi, il mondo e, forse, il domani”.
Ma dove sta la bellezza di questo film e perché andarlo a vedere al cinema.
La meraviglia sta nel come è stata descritta questa umanità che si dibatte, che cerca, che s’infila in tragedie annunciate perfino incolpevoli, sta nella tenerezza che ispirano alcuni personaggi sconfitti e bruciati dalla vita eppure vivi e ancora capaci di affetto, di perdono, di verità, di generosità.
La bellezza sta nelle sorprendenti presenze che Virzì innesta qua e là per ricordarci cosa conta veramente nella vita e come, pur nel clima che si sta deteriorando, proprio lì davanti al baratro, siamo in grado di continuare a sperare e ad amare.
C’è qualcosa, ci ricorda Virzì, che ci “scoppia dentro al cuore”, come canta Mina nella colonna sonora, qualcosa che proprio di fronte a tale aridità, dentro e fuori, vuole uscire e urlare “non è così che vogliamo vivere, noi non siamo questo!” E forse saranno proprio i ragazzi, con quei loro sguardi fra l’ingenuo e l’arrabbiato, fra il rassegnato e l’indomito a lavare via il cinismo e la grettezza che voglio ancora credere sia solo una patina che perfino un film può contribuire a spazzar via.