
La recensione del Centro Berne
Non bisogna lasciarsi scappare quest’ultima opera di Marco Bellocchio, tra l’altro appena premiato a Cannes per la carriera, veramente un lavoro interessante da molti punti di vista.
Personalmente sono uscito dal cinema veramente commosso e intenerito per questa tragedia familiare e ho trovato straordinariamente coraggioso e “spudorato” Marco Bellocchio nel mettere in scena quella che, a posteriori e ai nostri occhi, risulta essere la “cronaca di una morte annunciata”. Immagino sia stato un modo per elaborare un lutto forse capito fino in fondo solo tardivamente anche se, considerando i film precedenti, i segni delle sofferenze familiari erano già stati ben evidenziati dallo stesso regista, fra gli altri, in “I pugni in tasca”, “L’ora di religione” e “La balia”. In questo ultimo film è però come se tutti quei segnali venissero finalmente collegati fra loro e messi in relazione alle esperienze vissute in famiglia.
Il film è la ricostruzione del dramma del fratello gemello di Marco, Camillo, suicidatosi inaspettatamente (per loro) a 29 anni attraverso interviste ai fratelli e alle sorelle, a un’amica, a un sacerdote – il papà e la mamma sono morti da tempo – attraverso foto, video d’epoca e appunto spezzoni di film precedenti.
Ma al di là degli eventi narrati, e che veniamo a scoprire progressivamente assieme allo stesso Bellocchio, quello che ne esce mi pare soprattutto l’analisi di un sistema familiare molto inconsapevole delle proprie dinamiche interne e delle sofferenze rimaste cocenti sotto la cenere.
Erano altri tempi, c’erano diverse sensibilità psicologiche e, come è ben espresso da qualcuno, tutti i fratelli erano impegnati a “salvarsi” da soli, ma è sorprendente come fin dalla nascita traumatica di Camillo nessuno si fosse realmente preoccupato di un gemello nato tre ore dopo Marco, con, mi pare di aver capito, una grave asfissia e pure successivamente terrorizzato dagli attacchi psicotici di uno dei fratelli con cui era obbligato a condividere la camera. Anche da grande ben evidente avrebbe dovuto apparire un disagio esistenziale di un ragazzo troppo allegro e troppo spaesato e per di più a confronto con l’autorealizzazione degli altri fratelli.
Il film risulta una chiara denuncia della mancanza di sensibilità di allora e poi della mancanza di consapevolezza per quello che stava succedendo, che ne è sempre la conseguenza.
La madre di fronte alle cicliche rabbie di Camillo era preoccupata per lo più delle sue bestemmie e perfino dopo la sua morte la cosa più importante le sembrava essere l’inferno a cui era certamente destinato in quanto suicida. Il film è, da questo punto di vista, magnifico e straziante nel portare a galla il bigottismo, l’anaffettività e l’incapacità di tutti ad affrontare la diversità e la fragilità. Bellocchio non risparmia ovviamente neppure se stesso, molti anche i suoi non ricordo per quello che capitava allora. Del resto fra Roma e Venezia, a seguire i suoi successi di regista, non aveva nemmeno risposto a una richiesta di aiuto del fratello in cerca di lavoro. Così anche gli altri familiari, pur con differenti sfumature, davanti alla macchina da presa, mostrano tutta la loro inconsistenza di allora e una rimozione davvero sorprendente perfino sui contenuti di una lettera d’addio andata perduta.
Non conosco affatto Marco Bellocchio, ma aggiungerei che se questo film è stato molto lodato per la distanza quasi documentaristica con cui è girato, a me è sembrato proprio per questo un po’ troppo distaccato: non ci sono lacrime, non c’è commozione, in molti nemmeno rammarico. Come se quei vissuti così drammatici fossero ancora un po’ congelati, non vorrei, ma è solo un’illazione, che la freddezza di allora fosse ancora il vissuto di Bellocchio.
Il titolo del film “Marx può aspettare” è tratto da una esclamazione di Camillo che sollecitato si rifiuta di occuparsi di politica come i fratelli, sentiva giustamente che c’era ben altro da fare allora in quei pur turbolenti anni sessanta, qualcosa di forse prioritario rispetto alla lotta di classe, certo di più urgente per lui, anche se, io aggiungo, non necessariamente alternativa.
Questo altro che mancava era la sensibilità e la comprensione della diversità e del disagio esistenziale, l’affetto e il sostegno genitoriale e soprattutto la mancanza di vicinanza fra fratelli.
È un tema questo che mi è molto caro, anche perché spesso sottovalutato: è l’alleanza dei figli che in situazioni di difficoltà familiare può fornire la forza per supportarsi reciprocamente anziché competere fra di loro o cercare di salvarsi ciascuno per conto proprio.
Sono veramente rari i film che ci stimolano a riflettere sui danni della mancanza di sensibilità, di intelligenza emotiva e di comprensione della sofferenza psicologica nelle famiglie. Proliferano i negozi di tatuaggi, di cura delle unghie, di parrucchiere, di gastronomia come se questi fossero i temi più rilevanti per la nostra vita, si mettono etichette ai più fragili e si interviene sempre a valle cercando di ridurre gli effetti più fastidiosi della sofferenza, senza curarsi delle cause. Speriamo solo che nelle famiglie di oggi ci si accorga al più presto dei fuochi che ardono sotto la cenere, un po’ prima che, per evidenziarlo, qualcuno si debba suicidare o come capita sempre di più ci si rifugi in un ritiro sociale.