L’esperienza somatica in psicoanalisi e psicoterapia

W. F. Cornell, Armando Editore, 2017, 240 pagg.

La recensione

Ho conosciuto Cornell l’anno scorso qui a Milano, mi era piaciuto molto per la chiarezza della sua esposizione e per alcuni concetti interessanti (il gesto interrotto, per es.) e un piccolo ma illuminante lavoro sull’ascolto cieco. Ma ora leggendo questo suo libro sono rimasto ancora più ammirato. La prima cosa da sottolineare è che si tratta di un importante stimolo per attivare un lavoro terapeutico dove il corpo del paziente e del terapeuta sono costantemente coinvolti.
Nella prima parte, grazie a una notevolissima messe di citazioni e di rimandi ad altri autori affianchiamo l’autore nel suo percorso di formazione terapeutica veramente diversificato che si è svolto frequentando neoreichiani, psicoanalisti classici, Bowlbiani e ovviamente analisti transazionali.
Naturalmente Wilhelm Reich è particolarmente rivalutato e il racconto che ne fa Cornell è persino affettuoso, certo finì paranoico e incarcerato (proprio negli Usa dove aveva cercato rifugio negli anni ’30), ma la psicoanalisi grazie a lui non fu più la stessa.
Conclude Cornell: ” … attraversai un periodo di profonda inquietudine quando, gradualmente, mi resi conto dei limiti del modello Reichiano … tuttavia ero riluttante a separarmi da un modello che mi sembrava essenzialmente ricco e corretto, nonostante i suoi limiti.”
E infatti altri autori entrano in campo: Mc Laughlin, Winnicot, Bollas, Bucci, Stern, Segal, Anzieu, spostando il focus della terapia da “cosa le viene in mente?” a “cosa le viene in corpo?”, ” cosa avrebbe bisogno di fare?”, dunque dal cognitivo all’espressivo corporeo, all’esperienza somatica, all’agito fisico. Non più dunque solo il contatto di tipo supportivo e terapeutico a distanza verso il paziente, ma: “La mia premessa di base è che il motivo principale per toccare un paziente debba essere quello di fornire maggiori informazioni al paziente e al terapeuta sulle radici somatiche e sensomotorie delle emozioni e dei processi cognitivi … aggiungere un sapere esperienziale alla cognizione.”
Il corpo del resto è un veicolo straordinario della memoria, è attraverso i movimenti e le emozioni del corpo che si possono evocare ricordi, sensazioni, emozioni del passato. Dunque il terapeuta può (e sottolineo io il “può”) usare anche il proprio corpo per creare uno spazio e un contatto per un altro corpo, quello del paziente che ancora non sa e non sente. Cornell nel libro porta molti esempi di suoi interventi, sempre però con una sensibilità, un ascolto, un rispetto straordinari per i tempi e le possibilità di lavoro del paziente.
Del resto la gentilezza, la dolcezza, la sensibilità di Cornell è stata ben visibile anche di persona.
Lui si fa salire sui piedi, si sdraia di fianco al paziente, stimola parti del corpo, niente di straordinario in effetti, ma con questi lavori mostra come evocare stati corporei tacitati, imprigionati e impossibilitati ad esprimersi dalla vergogna, dal senso di colpa, dalle ingiunzioni insomma.
Mi è piaciuta anche molto questa citazione che Conell fa di S. Bolognini che in un suo articolo “Transference: Eroticized, erotic, loving, affectionate” scrive: ” … ogni buon padre dovrebbe come minimo ballare un valzer con sua figlia e nel farlo mostrarsi commosso e onorato … Allo stesso modo, ogni padre deve essere capace di mettersi da parte nel momento opportuno per non intralciare il graduale processo di separazione durante la giovinezza, dopo aver protetto e incoraggiato la crescita – fino al momento di accompagnarla simbolicamente all’altare per consegnarla al suo vero compagno sessuale adulto.” Bella metafora della terapia, vero?
Naturalmente si parla molto nel libro di transfert e controtransfert e dei pericoli che si possono correre con interventi di questo genere e anche a me sembra che sia indispensabile per “portarsi così dentro e avanti” nel lavoro corporeo una notevole pace con il proprio corpo e una altrettanta capacità di gestirlo esclusivamente in funzione della crescita del paziente.
Cornell ne è certamente consapevole e raccomanda con decisione supervisione e controllo di sè.
Ma certo quando si parla di portare a compimento il “gesto interrotto” come non pensare che quel gesto non sia propriamente fisico e non possa essere completato solo nella mente, credo che tutti noi lo sappiamo bene così come sappiamo bene che quei gesti sono eminentemente relazionali. E’ con il terapeuta che si può cominciare a liberare il gesto che poi, come bene dice Bolognini, si dovrà completare nella vita di tutti i giorni. In fondo noi “mostriamo” come fare, ma il fare effettivo si compirà dove sarà reale e completo per il paziente.
“Una funzione terapeutica fondamentale… non è tanto interpretare e confrontare resistenze, ma è ri-creare un campo gestuale attento e responsivo tra paziente e terapeuta … i mondi transferali che i pazienti portano così spesso nella psicoanalisi e nella psicoterapia sono quelli dei gesti frustrati e interrotti dall’indifferenza, trascuratezza, punizione, vergogna, violenza, dal trauma e dai fallimenti nelle relazioni d’amore fondanti.”
E infine: dov’è finito l’ardore? E la sessualità? La passione e l’erotismo in psicoterapia?
Non potevano non piacermi gli ultimi capitoli intitolati ” Zuffa e baruffa: sensorialità, gioco e maturazione” e poi ” Prendimi, Vitalità erotica e perturbante. E infine: “Perchè fare sesso? Carattere perversione e scelta libera”.
Sarebbe troppo lungo qui parlarne bene, mi limito a dire che li ho letti con grande gioia, comprese alcune osservazioni all’impostazione di Bowlby che mi sembrava di condividere: “Osservando i pazienti dal vertice della teoria dell’attaccamento abbiamo la tendenza a vedervi neonati e bambini. Osservando i pazienti dal punto di vista della sessualità e del desiderio erotico, quando concediamo a noi e ai nostri pazienti il permesso di dare voce a desideri e fantasie sessuali, abbiamo la tendenza a vedervi degli adulti. Il corpo adulto è più complesso e competente di quello di un neonato o di un bambino.”
In ogni caso sono capitoli molto utili per stimolare i terapeuti a non essere collusivi con le negazioni dei pazienti, a non dimenticare che perfino le perversioni sono espressioni deviate di una offerta e una richiesta d’amore. Un accorato invito a raccogliere i messaggi e gli elementi trasgressivi e perturbanti della sessualità dei pazienti senza spaventarsi o considerarli sconvenienti, esattamente come certamente fecero un tempo i loro genitori. E i nostri!
Il terapeuta li accoglie e ne valorizza la metafora e il significato simbolico proprio per far emergere l’atto amoroso ed erotico interrotto, o deviato o deteriorato.
Lo consiglio proprio questo libro, un utile tuffo in una piccola storia della psicoanalisi e un grande ritorno a vedere gli esseri umani come anima e corpo, magari malconci oggi, ma pur sempre una bellezza che si può ritrovare.

G.P.

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