Paura & Speranza

Convegno dei 40 anni del Centro Berne

 

Paura & Speranza

Relazione a cura di Francesca Zajczyk

 

 

La città di Moriana descritta da Italo Calvino ci ricorda la città delle “discariche” di Bauman (2005) in cui disperatamente si cercano soluzioni locali a problemi prodotti dalla globalizzazione. Città come discariche perché sono un concentrato di problemi creati dalla modernità e spesso non risolti come l’inquinamento, le migrazioni1, la povertà, l’insicurezza nella varietà delle sue manifestazioni.

Ci troviamo nello spazio “liquido” di Zygmunt Bauman (1999) in cui la paura incrocia inevitabilmente il tema della insicurezza che lo stesso Bauman ci restituisce attraverso tre significati: un’insicurezza cognitiva, legata alla crescente perdita di intelligibilità e prevedibilità delle società contemporanee; un’insicurezza esistenziale, connessa alla crescente mobilità sociale e geografica e alle trasformazioni del mercato del lavoro che rendono sempre meno sicuro e duraturo il nostro status sociale a causa dell’obsolescenza crescente di competenze e ruoli professionali e dell’indebolimento delle relazioni sociali che ci coinvolgono; un’insicurezza, infine, connessa alle minacce per l’incolumità personale e i propri beni (c.d. insicurezza civile).

Nella realtà la continua e sempre più pervasiva riproposizione da parte della classe politica e dei media del nesso tra sicurezza e preoccupazioni derivanti dal verificarsi di fenomeni criminali ha oscurato qualsiasi riferimento alle dimensioni esistenziale e cognitiva che, almeno in una certa misura, possiamo collocare a monte delle paure e delle preoccupazioni che assillano le nostre esistenze. Inoltre, la focalizzazione del dibattito sulle insicurezze prodotte dalla percezione di un aumento e di una diffusione della criminalità è andata di pari passo con l’invocazione rituale di misure preventivo-repressive più radicali ed efficaci.

Ma quali sono i presupposti di questa pervasiva insicurezza che diventa vera e propria paura del vivere.

Un primo elemento, non sufficientemente considerato sia sul piano interpretativo sia su quello delle politiche, riguarda la ridotta tenuta dei legami sociali significativi e delle forme di solidarietà a fronte della crisi delle tradizionali reti di reti di protezione (famiglia, comunità locale, quartiere, ecc.), destrutturate da logiche consumistiche, da processi di mobilità geografico/professionale e della frammentazione delle relazioni sociali.

Un secondo aspetto attiene al livello di fiducia dei cittadini nelle istituzioni: un fattore cruciale per il funzionamento dei sistemi politici democratici e per la partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale, dato anche l’esaurirsi delle forme di partecipazione politica e di mobilitazione collettiva che ha caratterizzato la vita politica italiana del secondo dopoguerra.

Un terzo elemento risiede nella capacità del sistema politico, delle istituzioni pubbliche e dei media di mitigare e ricondurre entro confini realistici inquietudini e paure, senza alimentare e amplificare un sentimento di insicurezza che, scaturendo da trasformazioni globali che attraversano le società contemporanee, non può essere realmente placato da politiche orientate in senso sicuritario.

La ricerca ossessiva di una completa sicurezza che ponga al riparo dai crimini e dai criminali in un contesto caratterizzato da una vulnerabilità e fragilità sociale senza precedenti dove l’individuo si trova a non poter più contare sulla forza dei suoi legami “naturali” ma ha sempre più il dovere individuale di prendersi cura di sé e di fare da sé porta a tracciare confini, costruire muri, trovare capri espiatori.

In questo quadro si colloca la questione dei migranti, visti come il nostro peggiore incubo, perché esprimono la precarietà e la fragilità della condizione umana. In un certo senso rappresentano l’essere “superflui”, quello che noi stessi, a causa della pressione di questo sempre più precario equilibrio economico, potremmo diventare e che vorremmo velocemente dimenticare. Gli immigrati sono diventati per innumerevoli motivi i principali portatori delle differenze di cui abbiamo paura e contro cui tracciamo confini. Confini, che paradossalmente non vengono creati allo scopo di separare ma, al contrario, il creare confini, spazi preclusi fa si che emergano le differenze.

Ma anche la povertà rappresenta, per così dire, la prova vivente di che cosa significhi essere liberi dall’incertezza, perché la vista dei poveri impedisce a chi povero non è di immaginare un mondo diverso. Così i poveri sono spesso criminalizzati, insieme agli stranieri, secondo i riti della ben nota mitologia del capro espiatorio. Capri espiatori che nella immaginazione collettiva l’ansia rende sempre più impauriti da una minaccia quale che sia, pur tuttavia impersonata per lo più dallo straniero che altro non è se non un criminale.

In questo clima di “cultura della paura” due sono le grandi categorie sociali più vulnerabili: gli anziani e le donne, soprattutto se anziane, ma non solo.

La condizione di fragilità fisica, rende le donne in età particolarmente esposte al tema della insicurezza e della paura. Vivere spesso isolate dalla comunità con scarse relazioni sociali e difficoltà di mobilità le mette al centro del discorso mediatico. Spesso inoltre anche il medio-basso livello educativo e l’esposizione per molte ore del giorno al mezzo televisivo nei canali più popolari e urlati le rende soggetti inequivocabilmente centrali e passivi nella quadro della paura collettiva.

Ma anche le donne più giovani sono coinvolte dalla paura e dalla insicurezza per la propria incolumità fisica. Il tema riguarda in particolare la mobilità; cioè il muvoersi nello spazio pubblico urbano in certi luoghi e in certi momenti della giornata: anche la giovane donna – e anzi – forse proprio la giovane donna ha paura di mostrarsi liberamente anche sui mezzi pubblici, tra gli spazi più esposti a molestie: d’altra parte , la paura diffusa, la perdita di senso di comunità e di solidarietà allontana i presenti dall’intervenire anche in spazi ristretti e contigui come un tram, un autobus.

Volendo ragionare in modo più ampio, tuttavia, non possiamo non pensare che le fasi della vita rappresentano un processo di continua paura e insicurezza; ogni passaggio ai diversi cicli della vita porta con sé l’ansia del nuovo; di essere o diventare altro. Infanzia, adolescenza, giovinezza, età fertile, inserimento nel mercato del lavoro, invecchiamento…..cosa ci attende in ognuno di questi passaggi?

D’altra parte è innegabile che – come dice Spinoza – il timore e “la speranza” sono sentimenti “abbarbicati come edera”.

Le loro definizioni sono identiche anche se l’una è una passione triste mentre l’altra è lieta Per fortuna inestricabilmente connessi l’uno all’altro anche se senza dubbio questi passaggi più leggeri nella prima parte della vita, risultano più difficili nelle età avanzate della vita.

 

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