Quando per un genitore è utile chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta?


Quando per un genitore è utile chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta?

Annalisa Valsasina

Credo sia capitato a tutti di sentir dire la famosa frase “fare il genitore è il mestiere più difficile al mondo, non esiste il libretto di istruzioni”. Anche se mi fatico a paragonare tale ruolo ad un mestiere, è indubbio che un nucleo di verità in questa affermazione ci sia: la genitorialità è complessa, sfidante, ricca di soddisfazioni ma anche di difficoltà e sofferenze.

La buona notizia è che i genitori possono chiedere aiuto e forse oggi più che in passato la rete di confronto e supporto professionale è ricca e accessibile. Considerando l’affievolirsi dei rapporti transgenerazionali, i nuovi equilibri tra identità maschili e femminili, la riduzione del sostegno che proveniva dalle famiglie allargate e l’eterogeneità degli stili educativi, a volte l’accesso a un tale supporto appare quasi una strada indispensabile di confronto e riflessione.

Non sempre tuttavia è facile fare questo passo, soprattutto verso la figura dello psicoterapeuta, meno conosciuta e “vicina” ai genitori rispetto per esempio al pediatra, all’ostetrica, al pedagogista/educatore e spesso circondata da una serie di pregiudizi o visioni distorte del suo operare. Ne cito alcune a titolo di esempio: “lo psicologo (o peggio ancora lo strizzacervelli) è roba per matti o per chi ha seri problemi”, “dovrò parlare di me ad uno sconosciuto”, “vorrà sapere tutto di me, della mia infanzia e dei miei i genitori”, “sarà un percorso di sofferenza e chissà come ne uscirò”, “chissà cosa penserà di me… e se mi dice che sbaglio tutto?”, “dovrò seguire i suoi consigli anche se non mi piacciono?”, “chissà cosa penseranno gli altri genitori”, “durerà non so quanto” e via dicendo.

Consapevole di questi aspetti culturali, come genitore e professionista, guardo sempre con grande ammirazione le persone che si attivano per trovare un aiuto, in particolare per le difficoltà genitoriali. Ho ben in mente che per arrivare di fronte a me, la persona ha già fatto molte cose tutt’altro che banali, ovvero: capire, in modo più o meno chiaro, l’esistenza di un problema per il figlio o nella relazione con questo (e tutti sappiamo quanto può essere difficile!), cercare e selezionare una figura esterna a cui raccontare la propria situazione, superare eventuali resistenze. Insomma un genitore che lascia uno spazio per aprire una riflessione su di sé e sul suo ruolo è davvero già sulla buona strada.

Ma in quali situazioni in particolare per un genitore può essere utile rivolgersi ad uno psicoterapeuta?

E’ difficile fare una classificazione di motivazioni che possono essere molto diverse tra loro, ma proverò a individuare alcune “aree di accesso” e situazioni in cui il confronto con uno psicoterapeuta può essere a mio parere di aiuto per un genitore.

  • In presenza di una specifica e conclamata difficoltà del figlio, compresa dal genitore e/o per esempio segnalata o supportata anche da ambienti diversi rispetto a quello familiare (scuola, sport, altre comunità in cui il bambino/figlio è inserito). In molti casi il disagio/difficoltà del figlio, soprattutto nella prima infanzia, può essere espressione di una dinamica non pienamente efficace del contesto familiare o della relazione con il genitore che può diventare oggetto di riflessione e cambiamento con il terapeuta. Rientrano per esempio in questi casi: problematiche di condotta, sonno, alimentazione, gestione e controllo delle emozioni, rapporto con i coetanei o gli altri adulti, difficoltà scolastiche, opposizione, chiusura sociale. A seconda delle situazioni e dell’età del figlio, il lavoro con il genitore può concentrarsi sulla comprensione della situazione, sulla ricerca di nuove alternative di azione e relazione, sull’accompagnamento nella gestione della situazione problematica relativa al figlio, sull’attivazione di un eventuale percorso di sostegno psicologico anche per il figlio.
  • In tutte le situazioni in cui il genitore sente e vive una difficoltà relazionale con il proprio figlio, senza che questa si traduca necessariamente sul piano del comportamento sociale del figlio in una problematica conclamata o fortemente impattante su alcuni ambiti di vita. Si tratta di difficoltà non riconducibili naturalmente ai fisiologici scontri o incomprensioni che caratterizzano la genitorialità, ma che si distinguono da queste per l’intensità delle emozioni associate (p.e. forte rabbia e scoppi d’ira verso il figlio), il perdurare della specifica difficoltà, la dinamica ricorrente e la sensazione di confusione e di mancanza di strumenti di comprensione e gestione da parte dei genitori o di uno specifico di essi. Tra le motivazioni di queste difficoltà relazionali possiamo citare meccanismi di comunicazione genitore/figlio che non funzionano o aspettative irrealistiche poste sul figlio, con genitori che faticano a distinguere il figlio “ideale”, sempre gratificante, dal figlio reale, visto soprattutto nelle sue caratteristiche “deludenti”.
  • Nelle situazioni in cui il genitore sente un disagio nello svolgimento del suo ruolo (senso di inadeguatezza, distanza affettiva, crisi d’ansia, ecc) che riduce il suo senso di efficacia parentale. Queste situazioni possono essere molto precoci (p.e. madri che faticano nell’attaccamento affettivo verso il neonato) o comparire in specifiche età di vita del figlio o su specifiche aree (p.e. la scuola). Tali situazioni possono prescindere (ancora) da una problematica del figlio.
  • Nei momenti di passaggio che caratterizzano le diverse fasi di sviluppo di un bambino, per esempio all’ingresso della scuola materna, della scuola elementare o media, nel passaggio alla pubertà e alla fase adolescenziale. Tali passaggi comportano un riassesto del mondo interno del figlio e dei suoi bisogni e compiti evolutivi e può essere difficile per un genitore comprendere la necessità di modificare di pari passo anche il suo stile, soprattutto se la fase di vita del figlio corrisponde ad una fase di sviluppo che può essere stata difficile anche per il genitore. Il confronto con un terapeuta che aiuta a comprendere la fase specifica attraversata e ad allargare la prospettiva del genitore sul figlio può facilitare la relazione e i passaggi evolutivi in atto.
  • In periodi di forte cambiamento e stress familiare (p.e. divorzio, lutto, malattia di un membro, separazione fisica prolungata, ecc.) che richiedono al genitore competenze e attenzioni specifiche verso i figli e nello stesso tempo attenzione e cura verso se stessi e i propri bisogni.

In che modo lo psicoterapeuta può aiutare un genitore in queste situazioni?

Alla base del supporto vi è innanzitutto un ascolto attento e non giudicante della problematica che il genitore dichiara, nell’idea che ciascun genitore sia sempre portatore di un agire che certamente può essere migliorato, ma è sempre guidato dalla ricerca del bene del figlio.

Lo spazio di confronto con il terapeuta mira alla comprensione della dinamica in atto e alla scoperta, ri-attivazione e valorizzazione delle risorse che ciascun genitore ha, a volte smarrite, ignorate o negate ma sempre presenti.

Il rinforzo della propria identità come genitore e delle competenze individuali porta alla ricerca di nuove strade di azione e comportamento verso sé e il contesto familiare e apre a nuove possibilità di relazione con il figlio.

La comprensione di sé come genitore aiuta anche a rileggere la propria storia come figlio, dando un senso più ampio alle difficoltà e dinamiche attuali, sciogliendo eventuali nodi e facilitando la scelta del proprio modo di essere genitori, rivedendo e adattando quello ereditato dalla famiglia di origine.

Ecco quindi che a seconda del motivo iniziale della consultazione, della disponibilità della persona, del beneficio che trae dal confronto, il percorso di sostegno potrà avere una diversa durata e profondità, così come obiettivi di breve termine o di orizzonte più ampio.

Concludo con una frase di due importanti analisti transazionali, stimolo e obiettivo per ognuno di noi…buona ricerca!

 

I bambini hanno bisogno di qualcuno da cui copiare la felicità e di qualcuno insieme a cui essere felici”

(Mary e Robert Goulding)


 

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