Riflessioni ai margini di un libro: “Le emozioni dei bambini” di Isabelle Filliozat


Riflessioni ai margini di un libro: “Le emozioni dei bambini” di Isabelle Filliozat

Diana Misaela Conti

Il tiepido calore di un pomeriggio di fine inverno, il sottofondo lontano dei rumori della città e un libro ordinato in biblioteca tra le mani, questo è stato il primo incontro con “Le emozioni dei Bambini” di Isabelle Filliozat, psicoterapeuta transazionale francese. La quarta di copertina è accattivante “Comprendere le emozioni dei bambini significa aiutarli a crescere felici. Avere l’intelligenza del cuore significa non solo saper amare e capire gli altri ma anche essere capaci di rimanere sé stessi in tutte le situazioni. Si tratta insomma della capacità di essere felici, di non lasciarsi dominare dalle avversità, di scegliere la propria vita e di stabilire relazioni armoniose con gli altri. Chi non desidera questo per i propri figli?”.

E anche per noi stessi, aggiungerei!! Un tema assai spinoso quello delle emozioni, che si sviluppa in più ambiti: tra i diritti essenziali al benessere dei minori, la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rights of the Child, CRC), adottata il 20 novembre 1989, a New York, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si sofferma all’articolo 12 sul diritto all’ascolto delle opinioni del minore. Un diritto sicuramente importante nei contesti giudiziari, ma fondamentale anche nella vita di tutti i giorni. Negli ultimi anni, complice anche un noto di film della Disney-Pixar, di emozioni si parla, si discute e ci si interroga, anche se, a volte, rimane la sensazione che siano qualcosa di ineffabile che ci sfugge tra le dita e che cogliamo solo a posteriori. E’ ormai opinione comune che genitori ed educatori dovrebbero impegnarsi a tutelare «il diritto dei bambini alle loro emozioni», ovvero il diritto di sentire ciò che sentono. 

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo, mi era chiaro che non voleva essere una mera recensione, ma un’opportunità di fornire un momento di riflessione e di informazione per gli amici del Centro Berne, per questo motivo vi propongo di fare un rapido passaggio nella teoria. Secondo i principi dell’Analisi Transazionale le emozioni considerate “autentiche” sono quattro: paura, tristezza, rabbia e gioia. Sono le emozioni di base, senza censure e manipolazioni, che ci permettono di essere realmente nel “qui ed ora”. Come gli ingredienti in cucina, si mischiano creando combinazioni sempre uniche e diverse in ogni individuo. Alle volte, tuttavia, alcune emozioni non sono considerate appropriate (dai nostri genitori prima e da noi dopo) ed in questi casi sostituiamo la nostra emozione autentica con una parassita considerata più accettabile. Si crea, così, una situazione paradosso: l’emozione che ci permettiamo di esprimere, non è quella che ci permetterà di star realmente bene. Risalire alla fonte, identificare e sentire le emozioni autentiche sono passi fondamentali per acquisire quella competenza emotiva di cui tanto si parla. Cosa vuol dire rabbia per me? E cosa vuol dire rabbia per mio figlio?

Il libro si propone di aiutare a capire il significato di alcuni comportamenti dei bambini come la tremarella, la collera o le lacrime, al fine di trovare le parole e i modi giusti per risolvere le situazioni che sembrano difficili. L’autrice sottolinea a più riprese che le emozioni hanno un senso, uno scopo e una valenza profondamente terapeutica. I bambini, seppur molto piccoli, sono in grado di comunicare ciò di cui hanno bisogno e i genitori, dall’altra parte, hanno la possibilità, con una certa correttezza, di comprendere i loro bimbi. Ma affinché questa comunicazione emotiva sia efficace bisogna esercitarsi in un linguaggio che tutti possediamo, ma che spesso non abbiamo usato tanto: il linguaggio delle emozioni. “Nutrire il quoziente di intelligenza dei nostri figli non basta. Dobbiamo preoccuparci del loro quoziente emotivo” (Isabelle Fillizoat 1999).

Per aiutarci in questo viaggio vengono proposte sette domande chiave da ricordare:

  1. Qual è il suo vissuto?

  2. Che cosa dice?

  3. Che messaggio desidero trasmettergli?

  4. Perché dico questo?

  5. I miei bisogni sono in competizione con quello dei miei figli?

  6. Che cosa ha più valore per me?

  7. Qual è il mio obiettivo?

Se rileggiamo attentamente l’elenco proposto, noteremo come gli attori in campo sono due, perché riconoscere le emozioni dell’altro in generale, ed in questo caso dei bambini, vuol dire anche riconoscere le proprie emozioni. L’incontro/scontro con le emozioni dei nostri figli diventa anche un’opportunità per risanare ferite che ci portiamo dietro dalla nostra infanzia, da qui la profonda valenza terapeutica delle emozioni sia per colui che le vive, ma anche per chi è intorno. Le emozioni sono utili, ma non solo: le emozioni hanno una loro personale e naturale esigenza di esprimersi.

In conclusione, per amor di critica e rimanendo in tema di emozioni, ammetto che leggendo il libro di Isabelle Filliozat ne ho provate di contrastanti. Sono profondamente convinta che davanti ad ogni testo che si propone di dar soluzioni è di fondamentale importanza mantenere la giusta distanza sia perché un best-seller divulgativo sulle emozioni rischia, per forza di cose, di rimanere un po’ troppo in superficie, ma anche per evitare di sentirsi dei completi incompetenti davanti a soluzioni apparentemente ovvie, presentate come fossero prescrizioni mediche. In alcuni passi del libro, ho infatti provato un leggero senso di rabbia sia per alcuni esempi riportati, a mio parere, troppo perfetti (tutti vorremmo figli così consapevoli e riflessivi!) sia per giudizi troppo netti (davanti a certi commenti ho decisamente inarcato un sopracciglio). Nel complesso, però, ho provato grande gioia perché il testo ha il pregio di riportare al centro le emozioni e la comunicazione emozionale che si instaura tra genitori e figli, importante tanto quella verbale e gestuale. L’autrice propone sul finire del libro alcune idee per vivere più serenamente con i propri figli, idee che vorrei condividere con voi: cercate di essere felici veramente, senza trasmettere la sensazione che vi state sacrificando per loro, ascoltate e parlate con il corpo, il cuore e la testa da persona a persona e, infine, al di là degli affanni quotidiani, nutrite dentro di voi la gioia di essere genitore.


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