Non riuscire a realizzare il sogno di diventare genitori: un’esperienza psicologica, relazionale e sociale molto dolorosa


Non riuscire a realizzare il sogno di diventare genitori: un’esperienza psicologica, relazionale e sociale molto dolorosa

Nadia Rotelli

Sono trascorsi più di trent’anni dalla nascita di Louise Joy Brown, la prima bimba venuta al mondo grazie alla fecondazione in vitro, tecnica di riproduzione assistita sviluppata dallo scienziato R.G.Edward, in collaborazione con il medico ginecologo P. Steptoe; da allora sono nati almeno 4mila bambini grazie a questa tecnica, il primo in Italia nel 1983, ma nonostante i notevoli progressi della medicina, sono ancora molte le coppie che vivono il trauma di non riuscire a concepire naturalmente un figlio, una delle esperienze più dolorose che una coppia possa sperimentare.

L’infertilità/sterilità*, è spesso vissuta come una sentenza, che compromette gravemente l’equilibrio e la qualità di vita delle persone che non riescono a realizzare il desiderio di genitorialità e che può generare una crisi di vita sia a livello individuale che relazionale.

La mancata generatività è un evento doloroso su tre livelli:

  • a livello individuale significa confrontarsi con l’impossibilità/impotenza di diventare madre e padre;

  • a livello di coppia equivale all’irrealizzabilità del progetto condiviso;

  • a livello sociale e intergenerazionale sviluppano un senso di inadeguatezza in quanto non possono dare continuità alle generazioni precedenti.

I ripetuti fallimenti e i continui tentativi naturali della coppia non andati a buon fine alimentano sempre più il timore di veder allontanarsi la possibilità di diventare genitori e, più insuccessi si verificano, più tende ad aumentare l’angoscia e lo sconforto , così come la sensazione di essere difettosi e diversi dagli altri.

E’ a questo punto che di solito la coppia comincia a interrogarsi sul motivo del mancato concepimento e si rivolgono a uno specialista, che solo dopo un’anamnesi clinica dettagliata e dopo aver prescritto numerosi esami, formula una diagnosi che possa spiegare alla coppia le ragioni dell’impossibilità di mettere al mondo un bambino.

Qualunque siano le ragioni della scoperta di essere infertili o sterili, per la coppia è uno shock, perché questa notizia mette in crisi i loro progetti di vita e le loro convinzioni. Questa reazione di incredulità è anche giustificata dal fatto che la capacità di concepire un figlio in modo naturale si dà per scontata, ma purtroppo non è sempre così.

La fase successiva è una frattura , nella coppia e nell’individuo, cioè si crea una ferita e una profonda sofferenza emotiva che richiede un tempo di più o meno lungo di elaborazione, fatta di disperazione, rassegnazione, domande senza risposta e di vuoti incolmabili.

Le fasi dell’elaborazione della diagnosi di infertilità/ sterilità hanno una grande somiglianza con quelle dell’elaborazione del lutto; entrambi passano attraverso un processo che si snoda nelle seguenti cinque fasi: il rifiuto, l’isolamento, la collera, la depressione e l’accettazione.

Un’esperienza di perdita e di privazione non solo agganciata al reale presente, ma anche alla proiezione di sé nel futuro. Inoltre, molte persone parlano del senso di privazione come di qualcosa di difficile da accettare perché ci si sente privati di qualcosa che non esiste, poiché quel senso di lutto che si prova, è per qualcosa di fisicamente o socialmente intangibile.

Non di rado entrano in gioco sentimenti di colpa, inadeguatezza, incapacità, con ripercussioni sulla propria autostima.

E’ molto difficile accettare questa diagnosi, cioè rinunciare alla speranza di procreare spontaneamente e pensare di seguire percorsi alternativi, di procreazione medicalmente assistita o di adozione, o accettare di vivere senza figli.

Dopo che ciascun membro della coppia ha fatto le proprie considerazioni personali, etiche e di valori, è necessario rivedere il proprio progetto immaginario di evoluzione della coppia, e comincia un confronto, che non sempre tende allo stesso orientamento.

Non solo, ma la rabbia e i sentimenti di aggressività per questa condizione possono essere proiettati verso il partner con il rischio di un allontanamento dall’altro.

L’altalena delle emozioni sperimentate dalla coppia in questa fase, si riversano ed esprimono anche nella sfera sessuale: il piacere dell’intimità sessuale è alterato e il sesso diventa più metodico, prevedibile e poco entusiasmante e giocoso. Gli uomini possono sentirsi meno virili e le donne si percepiscono meno femminili o incomplete.

Con la presenza di buone risorse motivazionali, la coppia potrà arrivare alla decisione di intraprendere le tecniche di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita), ma ciò significherà confrontarsi col dolore e potrà avvenire solo dopo aver maturato la consapevolezza e di accettare l’impossibilità di concepire naturalmente, senza percepirsi menomati o difettosi.

Intraprendere un percorso medico di questo tipo è un cammino che richiede coraggio e grande tenacia, perché sarà molto faticoso e non sempre risolutivo del problema.

Si apre la strada a nuove speranze e contemporaneamente a possibili e inevitabili fallimenti che, richiederanno uno spazio di ascolto e supporto psicologico volto a preservare il legame della coppia e il loro benessere emotivo, relazionale e sessuale.

*L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), relativamente ai concetti di sterilità ed infertilità, ha stabilito una terminologia che si rifà a riferimenti temporali precisi:

  • sterilità primaria: mancato concepimento per un periodo di due anni nonostante la regolarità dei rapporti sessuali;

  • sterilità secondaria: impossibilità di concepire un altro figlio dopo una precedente gravidanza, nonostante la regolarità dei rapporti sessuali per due anni;

  • infertilità: situazione di una donna che arriva ad avere una gravidanza ma non riesce a portarla a termine.


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