LA PAURA può diventare terrore nella solitudine; la paura può diventare SPERANZA nella relazione con l’altro, nel gruppo

Convegno dei 40 anni del Centro Berne

 

Workshop: “LA PAURA può diventare terrore nella solitudine; la paura può diventare SPERANZA nella relazione con l’altro, nel gruppo”

Relazione a cura di Silvia Allari

 

 

E’ stata un’esperienza insieme, in gruppo, in un grande gruppo di circa 40 persone, nel silenzio, nell’ascolto, di sé e dell’altro. Possiamo percepire l’altro, entrare in contatto con l’altro anche se non lo guardiamo, anche se siamo ad occhi chiusi, possiamo percepire noi stessi e noi in relazione all’altro rimanendo nella presenza.

E’ stato uno spazio di pausa, di ascolto partendo da due suggestioni.

Un pezzo del libro “La vita di Pie” che descrive in modo sublime il percorso e l’effetto della paura.

LA PAURA da “La vita di Pi” Yann Martell, ed. Pichwick (cap. 56, pp. 174-175)

Voglio dire due parole sulla paura. E’ l’unico vero avversario. Solo la paura può sconfiggere la vita. E’ un’avversaria intelligente e perfida, io lo so bene. Non ha dignità, non rispetta leggi, né regole, non ha pietà. Cerca i tuoi punti deboli e li scova con facilità. Comincia dalla mente, sempre. Fino ad un attimo prima sei calmo, controllato, felice. Poi la paura, travestita da piccolo dubbio innocente, si intrufola nella tua mente come una spia. Il dubbio incontra lo scetticismo, che prova a buttarlo fuori. Ma lo scetticismo è un sodato di fanteria con poche risorse. Il dubbio se ne sbarazza facilmente. Diventi inquieto. Entra in campo la ragione. Sei rassicurato: la ragione possiede le armi tecnologiche più avanzate. Ma, con tua grande sorpresa, nonostante la sua superiorità tattica e una serie di vittorie inconfutabili, la ragione viene messa al tappeto. Ti senti vulnerabile, impotente. L’angoscia si trasforma in terrore.

Poi la paura invade completamente il corpo, il quale, nel frattempo, ha subodorato che qualcosa non va. I polmoni volano via come uccelli e il fegato se la squaglia quatto come un serpente.

La lingua stramazza stecchita come un opossum, le mandibole cominciano a galoppare sul posto. Le orecchie diventano sorde. I muscoli sono scossi da brividi quali fossero in preda alla malattia e le ginocchia si sciolgono come burro. Il cuore è troppo teso, lo sfintere troppo rilassato. Solo gli occhi funzionano bene.

Prestano sempre la dovuta attenzione alla paura.

Ti affretti a prendere decisioni avventate. Liquidi i tuoi ultimi alleati: la speranza e la fiducia. Ecco che ti sei sconfitto da solo. La paura – un semplice sentimento- ha trionfato. E’ difficile da spiegare. La paura, la vera paura, quella che ti scuote fino alle ossa, quella che provi quando sei a faccia a faccia con la morte, si annida nella tua memoria come una cancrena: minaccia di far marcire tutto, anche le parole per esprimerla. Dunque devi sforzarti di parlarne. Se non lo fai, se la paura diventa un’oscurità inespressa che cerchi di evitare e che forse riesci perfino a dimenticare, ti esponi ai suoi attacchi futuri.Perché hai lasciato che ti colonizzasse.”

Un testo tratto da un’intervista ad Umberto Veronesi che sottolinea la necessità umana di vivere nella speranza.

Umberto Veronesi: “La speranza è essenziale per vivere”

Quando Pandora, fanciulla divina, per curiosità aprì il vaso che Zeus le aveva ordinato di non aprire , ne uscirono tutti i mali del mondo, eccetto la Speranza. Gli uomini, che prima erano felici e immortali come gli dei, conobbero allora il dolore e la morte, finché Pandora liberò anche la Speranza, che alleviò la loro insopportabile esistenza. Molti conoscono questa storia della mitologia greca tramandata da Esiodo, ma pochi forse si sono interrogati a fondo sul suo significato. Perché per i Greci la speranza era originariamente un male? Nella loro cultura era troppo vicina all’illusione, a cui seguiva inevitabilmente la delusione, che rende ancora più tragica la realtà; dunque, meglio non sperare.

Eppure, a prescindere da filosofie e religioni, mai gli uomini hanno rinunciato a sperare. Perché? Sperare è una forma di ragionevolezza o di sentimentalismo? Non è un dubbio astratto, ma una questione sostanziale, in un momento in cui le correnti di disfattismo e addirittura il catastrofismo – con le sue visioni di imminente autodistruzione dell’umanità – fanno serpeggiare molte paure e atteggiamenti regressivi.

Io credo che il nostro pensiero sia fatto di speranza, perché noi valutiamo il nostro futuro ogni minuto, anche soltanto per il minuto successivo, e desideriamo che sia un futuro positivo. Dunque la speranza ha una base logica che ci proietta nel futuro. Il termine speranza, in latino “spes”, deriva infatti dalla parola greca “elpìs” che significa originariamente “desiderio”. Ora, poiché nessuno desidera il male per sé, la speranza sin dai tempi antichi significa tendere verso il bene. Quindi possiamo dire che sperare è quasi una necessità biologica per l’individuo, vicina all’imperativo della sopravvivenza, e credo che la società abbia il dovere di tutelarla.

La lettura dei testi è seguita dalla creazione di due cartelloni. I partecipanti hanno costruito insieme un prodotto collettivo che parla di paura e di speranza. Le proposte sono state di tratti, colori, parole, disegni. L’esperienza individuale suggestionata dai testi, è diventata una proposta unica di forte impatto.

LA PAURA

La paura annienta il corpo, confonde, depersonalizza, è però necessaria per proteggerci, attivarci, allontanarci da ciò che ci danneggia.

LA SPERANZA

La speranza, la fiducia rivitalizzano, parlano della possibilità, del progetto, parlano della propensione alla vita dell’essere umano, la physis.

Dal punto di vista fenomenologico la speranza è, insieme all’attività, l’attesa e il desiderio, una delle modalità con cui il soggetto si dà il futuro” (Dizionario di Psicologia, Galimberti).

La mia esperienza, nella conduzione e nella sperimentazione, è stata una conferma: il gruppo nella disponibilità a vivere insieme, sperimentare insieme e nella disponibilità all’ascolto, ha un forte potere di supporto, un forte potere di stimolo evolutivo, di motivazione verso la possibilità individuale e di tutti.

“Quando la paura bussò alla porta, la fiducia apri e non trovò nessuno” (Albero Torre).

 

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