“La famiglia in-attesa, i genitori omosessuali e i loro figli”: un’inattesa illuminazione


“La famiglia in-attesa, i genitori omosessuali e i loro figli”: un’inattesa illuminazione

Recensione del testo di Federico Ferrari a cura di Mariacristina Caroli

Tempo fa cercavo online qualche testo sull’omogenitorialità che potesse regalarmi una base di conoscenze cliniche abbastanza specifiche da approfondire l’argomento ma, al contempo, anche abbastanza basilari per ovviare alla mancanza di familiarità con l’argomento stesso e addirittura con lo stesso vocabolario base, quando ad un tratto mi sono imbattuta in un’unica brevissima recensione di un lettore: “Credo che la cosa più importante prima di dire che una cosa è giusta o sbagliata sia informarsi. E questo libro lo permette”. Il fatto, poi, che l’autore Federico Ferrari sia uno psicoterapeuta formatosi al Centro Milanese di Terapia della Famiglia e che collabori dal 2006 con l’Associazione Famiglie Arcobaleno mi ha convinto a dedicarmi alla lettura di “La famiglia inattesa: i genitori omosessuali e i loro figli”.

Con i tempi risicati e “diluiti” che il mio essere mamma e libera professionista mi impone per la lettura, questo testo mi ha fatto compagnia per un periodo relativamente lungo, data la sua completezza e la complessità dell’argomento. Ed è vero: l’informazione che la mini-recensione prometteva è arrivata, forte e potente, sotto molti aspetti ed in merito ad una grande quantità di dati. I cinque capitoli di cui il testo si compone sembrano muoversi lungo un continuum concretezza-astrazione che accompagna il lettore gradualmente alla comprensione dei molti livelli del tema genitorialità omosessuale: si parte dalla descrizione dei vari tipi di omogenitorialità possibili con la distinzione tra funzione genitoriale, ruolo genitoriale e ruolo di genere, per poi spostare il focus sui figli delle famiglie omogenitoriali, enucleando le difficoltà eventuali alle quali potrebbero andare incontro. Quindi il terzo capitolo tratta in maniera più specifica della consulenza psicologica con i genitori omosessuali ed i loro figli, proponendo anche una serie di indicazioni molto utili al sostegno della genitorialità, che sempre tengano conto delle buone prassi delle famiglie omogenitoriali oltre che, naturalmente, dei bisogni cognitivi ed affettivi di tutti i componenti della famiglia. Dopo una rassegna della ricerca scientifica sull’argomento dagli anni ’70 ad oggi (a dire il vero abbastanza ricorrente nel corso di tutto il libro, ma nel quarto capitolo ripresa a livello cronologico con uno sguardo al cambiamento di oggetto di studio, disegni di ricerca e metodologia nel corso del tempo), in cui si evince abbastanza chiaramente e inconfutabilmente “un consenso pressocchè unanime della comunità scientifica intorno al principio che non sussistano differenze significative tra figli di genitori omosessuali ed eterosessuali”, nel quinto capitolo si arriva al maggior grado di astrazione con delle riflessioni estremanente interessanti quanto complesse in merito al tema del genere, della generatività e dell’omogenitorialità.

A questo punto il mio libro è diventato un campo di battaglia tra sottolineature, doppie sottolineature, punti esclamativi e interrogativi, appunti e in alcuni casi anche delle “emoticon” che mi ricordassero successivamente lo stato d’animo che provavo durante la lettura. Sì, perchè non è stato sempre felice, anzi. Per gran parte della lettura ho sentito un crescendo di insofferenza mista a stupore, in alcuni tratti quasi di fastidio, senza riuscire a spiegarmene le ragioni: “il libro è ben scritto- mi dicevo- l’autore è molto competente ed informato, c’è una serietà di fondo onorevole che dona una certa sacralità all’argomento.. qual è il problema?”. Il mio problema era ed è tuttora, dopo un po’ l’ho capito, l’accettazione: l’accettazione del fatto che ci possano essere pregiudizi così forti che rendano necessario il ricorso a ricerche scientifiche sul buon funzionamento delle famiglie con due genitori dello stesso sesso, oppure sullo sviluppo sano e “normale” dei loro figli, quasi come se essere figli di genitori eterosessuali sia invece di per sè garanzia di un buon funzionamento della coppia genitoriale o di un sano e “normale” sviluppo cognitivo ed emotivo (e poi, “normale” rispetto a cosa? quale “norma” viene presa in considerazione?). E come psicoterapeuta posso sottoscriverlo: avere genitori eterosessuali non è affatto una garanzia, di niente e proprio per niente. Mi ripetevo: “che senso hanno tutte queste ricerche? Mi sembra evidente che i figli di genitori omosessuali siano uguali a tutti gli altri!”. Eppure, evidentemente, mi sbagliavo e anche in maniera piuttosto eclatante: i figli di genitori omosessuali hanno sì tutte le capacità e le competenze degli altri, ma le hanno dovute faticosamente sviluppare in un contesto prevalentemente ostile e pregiudicante, cosa che nella migliore delle ipotesi ha permesso loro di avere quella che Goleman chiamerebbe un’intelligenza emotiva ben più salda ed efficiente dei propri coetanei, che non hanno invece subito le stesse discriminazioni. Ecco qui spiegata, per filo e per segno, la mia insofferenza nella lettura di questo testo, che tutto è fuorchè generatore di insofferenza.

“La famiglia inattesa” ha, piuttosto, una serie di grandi meriti: descrive e chiarifica i vari possibili percorsi di realizzazione di una famiglia omogenitoriale, ponendo in essere proprio il vocabolario di base di cui sentivo la necessità; fornisce una corposa e dettagliata serie di dati scientifici relativi alle ricerche nel settore, con uno sguardo critico ed attento a metodologia, significatività statistica dei campioni, errori sistematici e validità delle ricerche, proponendo perfino in appendice uno schema che suddivide tutte le ricerche in base a diversi criteri; espone con chiarezza e puntualità le difficoltà che possono incontrare le famiglie omogenitoriali, offrendo moltissimi spunti pratici di “problem solving” e instillando una sana disposizione all’ascolto, all’accoglimento ed all’analisi della domanda che dovrebbe essere la consueta “buona prassi” di ogni psicoterapeuta; per finire (e solo per non dilungarmi troppo, perchè di meriti ce ne sarebbero anche molti altri) stimola costantemente delle profonde riflessioni, a partire dai dati di fatto fino ad arrivare a questioni concettuali e anche filosofiche, che non possono che mettere il lettore davanti al significato stesso di genitorialità, di rispetto, di amore. Al collega Ferrari, quindi, vanno tutta la mia stima, i miei complimenti e soprattutto un grande ringraziamento.

Essere genitori “sufficientemente buoni”, omosessuali od eterosessuali che sia, comporta tutta una serie di capacità e, anche qui, “buone prassi” che partono dall’amore incondizionato (auspicabile ma, ahimè, mai così scontato), passano per il contenimento, tanto normativo quanto emotivo, fino ad arrivare all’ascolto empatico tramite quelle “parole della genitorialità” di cui parla Annalisa Valsasina in questo stesso contesto (http://www.berne.it/le-parole-della-genitorialita/).
E nonostante non sia questione da poco per nessuno, essere buoni genitori è una prerogativa e un diritto di tutti gli esseri umani. Tutti.

Allora rileggo la mini-recensione che mi aveva inizialmente promesso informazione, questa volta sotto una luce diversa, e mi chiedo: perchè una cosa dovrebbe essere, necessariamente, giusta o sbagliata? Perchè non può ESSERE, semplicemente?


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