Figli iperconnessi (e non solo)


Figli iperconnessi (e non solo)

Annalisa Valsasina
Riflessioni e buone prassi per un uso consapevole della Rete da parte dei nostri figli

 

Se vi capita tra le mani il libro “Iperconnessi: perché i ragazzi di oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti” di J.M. Twenge non lasciatevelo scappare, soprattutto se siete genitori di quella che è chiamata la I-Generation, ovvero la generazione che comprende i nati tra il 1995 e il 2012.

Vi avverto: i dati e le riflessioni del libro non sono del tutto confortanti, ma aiutano bene a capire alcune caratteristiche degli I-Gen, la generazione dei nostri figli appunto, e di conseguenza ad attivare azioni educative coerenti.

Partiamo da una novità assoluta di questa generazione rispetto alle precedenti: si tratta di bambini e bambine cresciuti in un mondo in cui cellulari e Internet sono a disposizione di tutti, abituati quindi sin da subito a vivere la tecnologia e i suoi derivati come parte della loro esistenza (i cosiddetti “nativi digitali”).

Oggi per esempio i dati ci dicono che un bambino su cinque in Italia prende contatto con uno smartphone e con una tecnologia “touch” entro il primo anno di vita e che fra 3 e 5 anni di età l’80% dei bambini è in grado di usare il telefonino di mamma e papà, quindi ben prima di saper leggere e scrivere. Sarà del resto capitato a tutti noi di vedere bambini più o meno piccoli “intrattenuti” al ristorante o in altri luoghi con dispositivi elettronici di vario tipo.

Tornando al testo, l’autrice del libro, individua otto tendenze/caratteristiche principali che caratterizzano la iGeneration:

  • Immaturità, ovvero la tendenza a prolungare l’infanzia oltre le soglie dell’adolescenza
  • Iperconnessione, ovvero la scelta del cellulare come passatempo principale a scapito di altre attività

  • Incorporeità, ovvero il declino delle interazioni sociali personali

  • Instabilità, l’aumento dei problemi di salute mentale ed affettiva

  • Isolamento e disimpegno, ovvero un maggiore interesse per la sicurezza, contrapposto al declino dell’impegno civile e dell’azione sociale

  • Incertezza e precarietà come nuova visione del lavoro

  • Indefinitezza, ovvero nuovi modi di intendere il sesso, le relazioni sentimentali e la procreazione

  • Inclusività, ovvero la tendenza ad accettare le differenze e l’egualitarismo (evviva, qualcosa di buono!)

Se prendiamo per esempio il primo dei punti citati, i dati ci dicono che dal 2011 in avanti, il numero delle uscite tra ragazzi senza genitori è drasticamente calato, così come il numero di adolescenti che hanno una relazione sentimentale di qualche tipo (e di conseguenza l’età delle prime esperienze sessuali è salita) e che prendono la patente entro i 19 anni.

Stessa riduzione drastica per il numero di adolescenti che svolgono un lavoretto extra scolastico o per la frequenza di litigi con i genitori: gli IGen litigano poco e sembrano accettare una crescita lenta e protetta, collegando al diventare adulti una fatica e una responsabilità da cui si tengono lontani il più possibile. Gli IGen in generale lavorano meno, dedicano meno tempo allo studio, escono meno con i coetanei delle generazioni precedenti… e cosa fanno allora nel tempo non impiegato in tali attività? Stanno davanti a uno schermo!

Con grande precisione l’autrice riporta nel testo una serie di studi che monitorano e rilevano il comportamento dei teenagers nel corso degli anni e la cosa interessante è data dalla rilevazione di improvvise alterazioni del comportamento e degli stati emotivi dei teenagers americani a partire dal 2012. Viene spontaneo chiedersi cosa sia successo in quegli anni…la risposta è semplice quanto allarmante: uscivano e si affermavano sul mercato i primi Iphone e smartphone, strumenti destinati a influenzare profondamente questa nuova generazione.

Veniamo quindi al punto dell’iperconnessione e dell’incorporeità che ci interessa specificatamente qui.

Partiamo sempre da qualche dato: un adolescente (ma forse anche qualcuno di noi!) oggi controlla il cellulare più di ottanta volte al giorno, di solito dorme con il telefono accanto e la prima cosa che fa appena sveglio è quello di controllare il cellulare e i social network a cui è iscritto.

Le statistiche dicono che il numero dei teenagers americani che passano ogni ora libera del loro tempo sullo smartphone è costantemente in crescita.

Bene, cosa fanno i ragazzi sul cellulare? Messaggiano tra loro soprattutto, guardano video su internet, frequentano i social media.

Questa è la nuova realtà degli adolescenti, quasi del tutto on line, realtà magari nota a qualcuno fra noi alle prese con figli in questa fase di vita: tutto, o molto, si svolge nello cyberspazio, i “like” accompagnano le situazioni sociali e sostengono/minacciano l’immagine di sé. E’ chiaro ciò che piace, non piace, è ignorato. Le feste reali e gli appuntamenti personali si riducono, lo spazio di incontro e affermazione di sé è on line, sotto gli occhi di tutti e sempre accessibile. Mezzi tradizionali di intrattenimento come riviste, libri, televisione e cinema sono in impressionante calo tra i teenagers: del resto perché andare con gli amici al cinema quando puoi comodamente guardare un film sul tablet o sul pc? Perché incontrarsi quando i giochi virtuali possono metterti in contatto con amici e altre persone da tutto il mondo direttamente dalla propria camera e in qualunque orario del giorno/notte?

Gli IGen interagiscono tra loro faccia a faccia meno di qualsiasi altra generazione precedente, perdendo in questo modo molte possibilità di allenarsi e sperimentarsi in relazioni reali, vicine. Ci si incontra in rete, ognuno a casa propria. Ma funziona?

In realtà se guardiamo ai dati che correlano il tempo passato on line e la felicità percepita, ecco che troviamo altri elementi interessanti: gli adolescenti che trascorrono più tempo davanti allo schermo tendono a definirsi meno felici di chi si dedica per la maggior parte del tempo a attività off line e a relazioni interpersonali dal vivo.

Il “tempo schermo” in generale, e il “tempo schermo” sui social media come Facebook in particolare, è correlato a sensazioni di isolamento e solitudine, tristezza e ansia, riduzione della connessione emotiva. Così, mentre i ragazzi trascorrono sempre meno tempo con gli amici in carne ossa e sempre più con lo smartphone, la loro soddisfazione di vita cala a velocità impressionante.

La maggiore correlazione tra questi elementi si ha con i ragazzi della scuola media che hanno un’identità ancora in fase di sviluppo, assolutamente bisognosi di attività extra schermo e relazioni reali. Basti pensar che il rischio di depressione aumenta significativamente per adolescenti che hanno un tempo schermo giornaliero dalle due ore in su: spesso infatti on line ci sono fenomeni di cyberbullismo, è più facile insultarsi e incappare nella sensazione di essere esclusi da eventi importanti del gruppo dei pari, detta FOMO (“fear of missing out”), anche in seguito alla condivisione di foto e commenti sulle feste e gli appuntamenti reali.

I dati ci dicono quindi che come genitori possiamo e dobbiamo fare qualcosa per aiutare i nostri figli a vivere la tecnologia in modo consapevole e sostenibile, come risorsa e supporto ma non come sostituto della vita reale, soprattutto in un momento evolutivo così importante come quello della pre adolescenza e adolescenza.

Quando regaliamo uno smartphone (cosa che ormai sembra essere un rito di passaggio obbligato all’ingresso della scuola media) è importante che come genitori sappiamo in quale mondo i nostri figli si stanno inserendo e come accompagnarli al meglio in questo, anche accettando che spesso non saranno d’accordo con noi.

Ma come dice D’Avenia in un bell’articolo comparso sul Corriere della Sera qualche settimana fa:

“Compito dei genitori è trovare in sé le ragioni e la credibilità per resistere e accettare la frustrazione della perdita del consenso filiale. La lacuna educativa è alla base dell’aumento di depressioni e dipendenze dei ragazzi: senza la «dipendenza buona» dall’autorità si generano dipendenze surrogate, perché l’uomo non è un essere «assoluto», ma «relativo», cioè bisognoso di relazioni significative.
Un esempio è la mancanza di riflessione sull’uso del cellulare, sul quale consiglio l’intelligente, documentato e veloce libro di Stefania Garassini, “Smartphone: 10 ragioni per non regalarlo alla prima comunione e magari neanche alla cresima”. I genitori che mi dicono «lo hanno tutti, si sentirebbe escluso», mi confermano che il problema è prima di tutto di chi non ha le ragioni per dire «no» e sostenere il conflitto che nasce da un bene più grande, che un 9-10enne non percepisce.

Il bambino prima e l’adolescente poi non è un partner dell’educazione, non è un contratto alla pari. E’ il genitore, l’adulto che è chiamato a mettere regole e limiti chiari, uniti ad un atteggiamento accogliente e rispettoso, consapevole di un bene più grande che è la crescita autonoma del figlio, anche a scapito di conflitti e scontri.

Continua D’Avenia, “Per fare questo l’educatore è chiamato a trovare il coraggio di perdere il consenso di chi gli è affidato pur di proteggerlo: sta amando l’uomo/donna che quel bambino/a diventerà, perché l’infanzia non è la pienezza della condizione umana, ma la sua preparazione. Potrà farlo solo se non dipende lui dall’affetto del bambino, reso oggetto della propria soddisfazione anziché soggetto libero, e quindi capace di opposizione”.

Intendiamoci, la tecnologia in sé non è un demonio da evitare, è ricca di potenzialità e risorse che sarebbe anacronistico non voler integrare nella nostra esistenza (se mai fosse possibile).

Possiamo tuttavia pensare di darci qualche “regola di buon funzionamento” che possiamo utilizzare come genitori per sviluppare un uso sostenibile e responsabile degli smartphone e di tutto ciò che a questi è associato.

  1. Scegliamo lo strumento giusto per ogni età: se può essere necessario che nostro figlio sia raggiungibile, per esempio nel passaggio alla scuola media, non è detto che questo significhi necessariamente offrirgli uno smartphone di ultima generazione (con tutti i potenziali usi/abusi che abbiamo descritto): un telefono con la possibilità di inviare messaggi può andare benissimo in una prima fase, rimandando a un momento successivo (almeno la terza media) l’acquisto di uno strumento come lo smartphone che richiede una gestione e delle competenze relazionali e di autocontrollo complesse

  2. Creiamo un patto chiaro di utilizzo del telefono / smartphone in famiglia (che valga anche per noi genitori). Questo significa per esempio definire in modo esplicito:

    1. gli orari in cui il dispositivo può essere usato e quando deve essere spento, ricordando che è auspicabile che il telefono, soprattutto per i più piccoli, non rimanga in camera durante la notte, nemmeno come sveglia, per una questione di salute e sicurezza.

    2. Le occasioni in cui può essere utilizzato durante il giorno, per esempio non a pranzo/cena, in situazioni sociali, quando si parla con qualcuno, a scuola (a parte quando esplicitamente richiesto dagli insegnanti), al cinema.

    3. La condivisione della password: è bene essere chiari sul fatto che per proteggere e prevenire possibili problemi, brutte esperienze on line, situazioni più complesse di quanto nostro figlio sia in grado di gestire, saremo a conoscenza della sua password e ci saranno dei momenti, più o meno “formali” in cui insieme si guarderà cosa c’è sul cellulare e ci si confronterà sulla sua vita on line.

    4. La disponibilità di alcune app: molte applicazioni hanno dei limiti di età e sarà compito dei genitori decidere insieme al figlio se e quando potranno essere utilizzate e se sotto la supervisione dell’adulto o meno.

  1. Promuoviamo un costante confronto sull’uso responsabile dello strumento e delle sue applicazioni, per esempio invitando i nostri figli:

    1. a non usare il telefono quando non è necessario, spegnendolo, lasciandolo a casa o silenziandolo. Incoraggiamo le relazioni interpersonali dirette e le esperienze della vita reale, perché saper dialogare di persona, anche per chiarire incomprensioni e divergenze, è una competenza fondamentale nella vita che si sviluppa solo con l’allenamento. Anche la capacità di concentrarsi senza distrazioni lo è e per questo l’invito è a esercitarsi per spegnerlo anche quando studiano

    2. a vivere i momenti nel qui e ora, senza preoccuparsi di doverli condividere con altri necessariamente. Non occorrono miliardi di foto e video. Non c’è bisogno di documentare (e condividere on-line) tutto. Le belle esperienze rimarranno prima di tutto nella nostra memoria e nel nostro cuore.

    3. a non fidarsi degli sconosciuti nel cyberspazio e soprattutto di chi vuole sapere troppe cose. Educhiamoli a non dare mai informazioni su di sé a chi non si conosce nella vita reale, consapevoli dei possibili usi distorti della rete.

    4. a non inviare o inoltrare foto imbarazzanti, intime o umilianti proprie o di altre persone. È rischioso e potrebbe creare problemi a sé, alle proprie relazioni, al percorso di studi e al proprio lavoro futuro. Il “cyberspazio” è vasto: una frase o un’immagine una volta postate non sono più sotto il nostro controllo. Possono arrivare potenzialmente a chiunque e possono rimanere per sempre. E’ difficile far sparire le cose on line, inclusa una cattiva reputazione (e sappiamo quanto il giudizio del gruppo dei pari sia importante in questa fase di vita)

    5. A non usare la tecnologia per mentire, deridere o ingannare gli altri, a non scrivere in un messaggio o in una mail qualcosa che non si direbbe di persona. Sosteniamo il fatto di essere buoni amici, rispettando sempre gli altri, anche on-line.

Il compito è arduo, lo capisco, ma non impossibile: regole chiare e un dialogo continuo sono le leve a nostra disposizione, giocando come genitori la nostra funzione normativa di protezione, guida e indirizzo e la nostra funzione affettiva di sostegno, ascolto, comprensione delle difficoltà e della fase di vita.

Sempre senza mai dimenticarci che sarà anche il nostro esempio a fare la differenza e che la nostra gestione del rapporto on line/off line sarà il metro di valutazione che i nostri figli utilizzeranno per dare credibilità alle nostre parole e per diventare adulti consapevoli.


 

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