Della rabbia, della paura e di altri piccoli “butti motti”


Della rabbia, della paura e di altri piccoli “butti motti”

Mariacristina Caroli

“Mamma, giochiamo al butto motto?”: è così che mia figlia, 3 anni, mi chiede di impersonare un brutto mostro arrabbiato dal quale lei scappa per tutta la casa, fingendosi impaurita, urlando e dimenandosi finchè non riesco ad acchiapparla e a fare finta di mangiarla, facendole il solletico fino al suo sfinimento (piuttosto lento ad arrivare, ahimè). Mi è capitato un paio di volte che mi guardasse realmente impaurita e mi dicesse “batta, batta!”, ricercando negli occhi del mostro la mamma consolatrice e protettiva che l’abbracciasse stretta stretta per scongiurare la rabbia del brutto mostro. Perchè la rabbia fa paura. E non solo quella degli altri, brutti mostri.

A chi di noi genitori non è mai capitato di provare rabbia relazionandoci con i nostri figli? Quando non vogliono far qualcosa che chiediamo loro di fare o, al contrario e peggio, quando fanno deliberatamente qualcosa che abbiamo espressamente richiesto loro di non fare, magari perchè pericolosa o dannosa; quando ci fanno “perdere tempo” la mattina prima di accompagnarli a scuola e noi siamo già clamorosamente in ritardo sulla tabella di marcia; quando fanno i capricci e non c’è verso di farli smettere, pronti a ricominciare per qualcos’altro non appena venga soddisfatta la loro richiesta originaria; quando dicono “no” a prescindere, come pura presa di posizione, anche se hai appena chiesto loro “vuoi una caramella?”; quando non vogliono andare a dormire e ne inventano di ogni tipo, dalla ginnastica pre-nanna sul letto al capriccio di turno, pur di allontanare quel momento tanto spiacevole, mentre noi abbiamo una giornata pienissima e faticosa alle spalle e magari svariate ore di sonno arretrate… Questa è solo una brevissima lista di eventi scatenanti e sono certa che se ogni genitore ci aggiungesse anche solo uno dei suoi personalissimi motivi di rabbia nei confronti dei propri figli, non basterebbe la quantità di pagine di un’enciclopedia per contenerla. La lista, non la rabbia. Perchè contenere la rabbia può essere facile, a volte. Sono le volte in cui non riusciamo a contenerla, però, che fanno male. E non fanno male solo ai nostri figli.

A prescindere dalla specifica manifestazione di questa rabbia esplosiva in ogni dato momento, che sia attraverso urla, silenzio, minacce, insulti, allontanamento, “scappellotti” o sculacciate, come ci sentiamo subito dopo? I nostri figli si sentiranno mortificati, umiliati, tristi o arrabbiati a loro volta, con molta probabilità saranno terrorizzati dalla nostra rabbia, e noi? Qual è la nostra reazione alla nostra stessa rabbia? Senso di colpa, di fallimento o di inadeguatezza, paura, dolore, frustrazione sono terreno fertile per il germogliare di convinzioni negative e distruttive sul nostro ruolo di genitori, sulla nostra capacità di essere dei punti di riferimento “sufficientemente buoni” per i nostri figli, sulla fiducia in noi stessi e nelle nostre risorse, minando alla base la relazione con i nostri figli e, prima ancora e di conseguenza, la relazione con noi stessi. Così si perpetua un circolo autodistruttivo di dinamiche psichiche e interpersonali che possono portare a disturbi più profondi e seri, come la depressione. Ed ecco che diventa terrificante provare rabbia “esplosiva” nei confronti dei nostri figli, accettarla, prenderla sul serio ed ascoltarla: molto più sicuro far finta che quegli attimi non siano mai esistiti, minimizzare l’accaduto e richiudere il coperchio del vaso di Pandora, sperando che non si sollevi mai più. Puntualmente, però, la nostra speranza viene disillusa, quella quantità di emozioni negative bolle nel vaso e cresce fino a farlo esplodere di nuovo, se non oggi, domani. A meno che…

A meno che non ci si faccia un po’ di domande e non si cerchi il bandolo della matassa. In effetti, si potrebbe partire dal chiederci: cosa rappresenta un agito aggressivo, qualunque esso sia?

Come suggerisce Alba Marcoli, è utile (anche se non facilissimo) considerare l’agito aggressivo come un tentativo di comunicazione, magari disperato, quando tutti gli altri metodi messi in atto precedentemente risultano miseramente falliti. Un tentativo di comunicazione della mamma o del papà nei confronti del bambino che però, tanto più frequentemente quanto maggiore è l’intensità della rabbia, può nascondere un disperato tentativo di comunicazione del nostro Bambino interiore, del bambino che noi stessi siamo stati, magari proprio nei confronti del nostro genitore in carne ed ossa di allora. Provare varie sfumature di rabbia, per esempio quando qualcuno non ci ascolta, è normale e funzionale: serve a mettere in atto strategie di risoluzione del problema nel qui-ed-ora (ricercare il contatto visivo, alzare il tono della voce se troppo basso o in presenza di rumori distraenti, etc.). Ma se proviamo una rabbia “esplosiva”, eccessivamente intensa rispetto allo specifico problema da risolvere, è un inconfondibile segno che qualcosa sta andando storto, che c’è qualcosa di più profondo da prendere in considerazione, che magari c’è una ferita incerottata e non chiusa il cui cerotto è stato spazzato via proprio da quel determinato evento e dal significato che noi gli attribuiamo.

Psicologa di formazione analitica e scrittrice, la Marcoli ha condotto un gruppo di ricerca molto duraturo proprio sulla rabbia delle mamme, di cui racconta nell’omonimo libro “La rabbia delle mamme“, estremamente chiaro ed illuminante. Di domande nel suo gruppo ne ha fatte molte, a moltissime mamme che si sono avvicendate nel corso degli anni; così facendo è riuscita ad estrapolare, seppure nell’unicità ed individualità delle storie di ogni mamma, una serie di fattori comuni delle manifestazioni di rabbia e degli agiti aggressivi delle “mamme arrabbiate”. Al di là degli svariati eventi contingenti che possono elicitare sentimenti di rabbia e manifestazioni conseguenti, la Marcoli ha notato come, nella stragrande maggioranza delle mamme, dietro alla rabbia del momento si nascondesse una buona dose di senso di impotenza accompagnata da tanta paura, variamente “vestite”: la paura dei “fantasmi” intorno alla culla (quei conti rimasti in sospeso e irrisolti nella vita familiare e personale dell’essere umano, che riaffiorano inarrestabili in un momento critico e delicatissimo come quello del diventare genitore), la paura del non ritorno dalla rabbia (in cui un attimo può sembrare interminabile e determinare la distruzione di una relazione), la paura di non essere un bravo genitore (in rapporto allo stereotipo sociale del genitore perfetto che ha fatto e continua a fare tanti danni), l’impotenza del nostro bambino interiore con dei bisogni forti e fondamentali che non vengono mai soddisfatti e via dicendo.

In Analisi Transazionale si fa una distinzione tra emozioni parassite ed emozioni autentiche, dicendo delle prime che coprono le seconde. Un’emozione parassita è un’emozione che ci è familiare, appresa e generalmente incoraggiata nell’infanzia, che viviamo in molte e diverse situazioni di stress ma che è inadatta per la risoluzione del problema. Ogni famiglia ha generalmente la sua gamma ristretta di emozioni permesse o più o meno accettate, ed un’altra gamma più o meno ampia di emozioni che vengono sistematicamente scoraggiate o inibite. Le emozioni autentiche, invece, come anche la collega Diana Misaela Conti cita nel suo articolo in questo stesso contesto, sono funzionali alla risoluzione dei problemi nel qui-ed-ora (vedi sopra) e, per questo, anche potenzialmente meno durature o “eccessive”. Entrambi i tipi di emozione sono reali, nel senso che quando proviamo un’emozione parassita, per esempio la rabbia, siamo realmente arrabbiati, esattamente come quando stiamo provando una rabbia autentica. Semplicemente avviene un passaggio immediato, come se fosse un riflesso condizionato, dall’emozione autentica che un determinato evento ci elicita a quella parassita che abbiamo “imparato a sentire” in sostituzione dell’originale.

A prescindere, però, dalla varietà delle emozioni nascoste dietro la “rabbia delle mamme”, quello che maggiormente mi ha colpito dell’opera della Marcoli è stata l’attenzione alle varie strategie di comprensione, contenimento e risoluzione della rabbia tra cui, oltre all’ascoltare se stessi per saper ascoltare l’altro, che è la strategia regina, mi è sembrata utilissima ed affatto banale quella dell’evitare le battaglie perse in partenza. Perchè ognuno di noi sa benissimo quali sono le personalissime battaglie che quotidianamente affronta con i propri figli e che continua a combattere nonostante possa prevedere con certezza che non la vincerà, semplicemente perchè nostro figlio è diverso da noi, ha una sua personalità e in quella specifica battaglia lui lotta proprio per l’affermazione di sè. Sono quelle battaglie in cui “ci rendiamo conto che ci stiamo avvitando su noi stessi in terreni conosciuti da cui usciamo regolarmente sconfitti” (cit. A. Marcoli), che ci risucchiano energia vitale e sono perse per tutti: per i genitori perchè non possono modificare un modo di essere che a loro non piace e per i figli che ne escono mortificati pesantemente, con la sensazione di non andare mai bene.

Lasciar andare le battaglie perse al loro destino, non combatterle più o anche semplicemente saperle riconoscere come tali aiuta a guardare da nuove prospettive, ad utilizzare quell’energia vitale per cercare nuove soluzioni o direzioni, aiuta ad avere e a sentirsi pienamente la possibilità di scegliere come comportarsi e reagire.

E così, magari, poter scegliere anche di rispondere ai nostri figli: “no, amore, oggi non mi va di fare il brutto mostro. E se ci facessimo le coccole, invece?!”.


Bibliografia


 

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