Crescere figlie femmine


Crescere figlie femmine

Annalisa Valsasina

Alice, 6 anni, è con la mamma nella sala di attesa del medico, le si avvicina una signora sorridente e gentile che le propone di giocare insieme in attesa del suo turno. Alice è felice e accetta volentieri, incuriosita dall’armadio pieno di giochi presente nella stanza e che la donna apre alla ricerca di qualcosa che le interessi. Decidono di colorare e la signora prende uno dei due faldoni pieni di fogli stampati. Lo sfoglia insieme ad Alice alla ricerca dell’immagine che preferisce … di fronte ad Alice si apre così un mondo di principesse, Barbie, personaggi femminili dei principali cartoni animati. La mamma osserva, sa che ad Alice non piace nessuno dei personaggi proposti ma non vuole intervenire perché pensa sia importante che Alice impari a esprimere se stessa e quello che vuole. Tuttavia non rimane passiva ma la sostiene senza sostituirsi: “Coraggio Alice, dì quali personaggi ti piacciono e cosa vorresti colorare”. La signora però insiste di fronte al silenzio della bambina: “Vuoi questa bella principessa? Io lo so cosa ti piace, Frozen vero? Tutte le bambine ne vanno matte”. Alice in realtà sta guardando con maggiore interesse lo stesso tipo di faldone che con curiosità sta sfogliando un coetaneo maschio, pieno di macchine, treni, calciatori, sport e nello stesso tempo è attratta dalla pista di macchine a cui stanno giocando altri due bambini.

La signora richiama Alice, occorre scegliere… a questo punto possiamo immaginare che Alice non avrà che due possibilità: o affermare la sua volontà e preferenza, che però forse non è ancora così chiara, con la netta sensazione di scontentare o comunque andare contro quella signora così gentile e sorridente che in fondo non vuole altro che farla divertire, o sentire sbagliati i suoi interessi, perché non corrispondenti a quello che ci si aspetta da lei o fa la maggioranza delle bambine, e di conseguenza assecondare i desideri e le aspettative della signora gentile, rinunciando a quello che avrebbe voluto scegliere in realtà.

Ecco un semplice episodio della vita quotidiana di una bambina, che forse sarà capitato anche a voi di vivere in altre situazioni (nei negozi di abbigliamento, di giocattoli, nella scelta dei regali, ecc.) che possiamo far rientrare nella categoria “situazione a rischio stereotipo” e che mostra come viviamo e siamo esposti, sin da piccoli, ad aspettative e immaginari sul maschile e sul femminile e da condizionamenti più o meno espliciti che provengono dal contesto con cui interagiamo.

Cosa c’è che non funziona nell’episodio di Alice? Non certo il fatto che tra le cose proposte ci siano principesse o personaggi femminili tipici dei cartoni animati, ma il fatto che la scelta dell’attività e dei contenuti proposti è stata fatta, non dalla bambina sulla base delle sue caratteristiche distintive di persona, ma dall’adulto in funzione di quelle che pensava potessero essere le sue aree di interesse in quanto bambina.

Lavorando in alcuni progetti di formazione agli educatori della scuola dell’infanzia su questi temi, ho scoperto per esempio che la scelta di allestimento degli spazi di classe e delle attività presenti in questi era fortemente influenzata dalla composizione del gruppo in termini di genere. Se prevalevano i maschi, allora gli spazi erano più ampi (=i maschi hanno bisogno di muoversi di più), le attività erano tipicamente lego, costruzioni, macchinine (=i maschi sono più portati per attività manuali, spaziali). Se al contrario prevalevano le bambine, allora gli spazi erano più ristretti (=le bambine hanno meno energia vitale) e aumentavano le attività “morbide”, quindi angoli con materassi, peluche, libri, bambole o ambienti “di vita vera”/travestimento come l’angolo cucina e il cesto dei vestiti. I bambini e le bambine entrano quindi “in società” incontrando un mondo già organizzato dall’adulto in funzione di generalizzazioni e categorie di genere che limitano la possibilità di scelta a partire dal sé e la sperimentazione in attività diversificate.

Come abbiamo già visto nel post “Crescere figli maschi” sappiamo che ciò avviene perché gli stereotipi di genere rappresentano un forte catalizzatore di significati, sia sociali che individuali, e rischiano di allontanarci dalla reali caratteristiche, bisogni e capacità dell’altro.

Entrando nello specifico del femminile, vediamo quali sono gli attributi culturalmente associati a questo genere.

Gli atteggiamenti/desideri/ bisogni che ci si aspetta culturalmente dal genere femminile

Nella cultura occidentale a cui apparteniamo al femminile sono associate alcune caratteristiche come la quiete, la trasformazione graduale e ciclica, l’attesa e l’accoglienza, la passività e dipendenza, la morbidezza, il calore, la flessibilità, le emozioni più accessibili ma anche più malinconiche, la capacità di riflessione, la seduttività, l’attenzione alla relazione e all’altro. Tutti questi aspetti come vediamo trovano sostegno e terreno in secoli di cultura in cui alla donna è stato assegnato un posto di responsabilità e azione soprattutto nei processi di cura, accudimento e gestione degli spazi e attività domestiche.

Con questo tipo di visione sociale, noi guardiamo dunque alle nostre figlie con il rischio di non cogliere le loro specificità e soprattutto di inviare il messaggio che “siano sbagliate o inadeguate” espressioni della loro personalità che differiscono da tali rappresentazioni.

Nel processo di crescita e accudimento, in coerenza con la visione prevalente, potremmo quindi come genitori sostenere, accarezzare e lodare (di conseguenza contribuire al loro potenziamento e manifestazione) caratteristiche delle nostre figlie coerenti con l’immagine di genere, come l’affettuosità, la dolcezza, la dipendenza, l’attenzione al legame, la bellezza, la sensibilità (e quando va male l’essere pettegole, più complicate, manipolatorie rispetto ai maschi), trascurando, ignorando o nella peggiore delle ipotesi giudicando/“vietando” l’espressione e lo sviluppo di altre aree comportamentali o identitarie come l’autonomia, l’affermazione di sé, l’aggressività, la rabbia, la spontaneità, l’attività ed energia fisica, l’azione continua, culturalmente attribuite al mondo maschile.

Come ciò avviene?

Frasi come “Se picchi e ti arrabbi sei proprio un maschiaccio”, “Sarai sempre la mia bella principessa”, “Una signorina si siede sempre composta”, “Questa attività non è per femmine (riferita per esempio ad uno sport)”, “E’ così brava, mi aita sempre e non si lamenta mai”, “Andiamo a fare cose da femmine (riferito ad attività come lo shopping o la cura di sé), “Se scegli questa facoltà come farai quando avrai figli’?”, ecc. … sono solo alcuni esempi di come rischiamo di veicolare visioni limitanti e possibilità ristrette alla nostre figlie. A questi dichiarati, abbiamo visto, si aggiungono i nostri modelli di comportamento come uomini e come donne e le esperienze a cui facciamo o non facciamo accedere i nostri figli/figlie.

Sappiamo che le parti di noi che ricevono il Permesso di esprimersi dal nostro ambiente familiare costituiscono la nostra “Luce”, ciò che esprimiamo e facciamo vedere agli altri. Le parti di noi che al contrario non trovano legittimità di espressione formano la nostra “Ombra”. Qui troviamo ciò che “abbiamo messo via” da bambini per non correre il rischio di non essere amati e accettati dai nostri genitori.

Piccolo messaggio rassicurante: naturalmente affinché un messaggio, consapevole o inconsapevole da parte dei genitori, abbia impatto sulla personalità del bambino e dia il via libera, o al contrario il divieto, allo sviluppo e all’espressione di alcune aspetti di sé, deve avere alcune caratteristiche e soprattutto ripetitività nel tempo.

In particolare, la potenza e l’impatto sulla personalità di un bambino dei messaggi genitoriali dipende dal modo in cui il messaggio è inviato (più forte è la tonalità emotiva più incisivo è il messaggio), dalla fonte da cui proviene (genitore, insegnante, nonni, amico, ecc. ) e l’importanza di questa per chi lo riceve (ai genitori è assegnata quindi la rilevanza maggiore), l’età in cui riceviamo il messaggio (più siamo piccoli, più è incisivo), la frequenza con cui si reiterano.

In ogni caso sappiamo che non basta un messaggio per limitare la personalità di un bambino: quindi se vi è mai capitato di dire alcune delle frasi prima elencate state tranquilli! E soprattutto non esistono messaggi “distorti” che non possano essere recuperati.

Tra i messaggi vincolanti in ottica di genere, quali rischiano di prevalere per le bambine?

Partendo dai principali stereotipi e visioni limitanti del femminile, possiamo ipotizzare alcuni messaggi/divieti più connotati per le bambine/ragazze/donne, per esempio: “non crescere” (resta la mia bambina, non separarti, prenditi cura di me in futuro), “non pensare” (sii passiva, non affermarti, non avere una tua posizione), “non esprimere la rabbia” (compiaci, stai tranquilla, stai “al tuo posto”), “non essere importante” (gli altri e i loro bisogni lo sono più di te), “non disturbare”, “non chiedere per te”.

Quali possono essere le conseguenze di tali messaggi in età adulta?

Possiamo leggere alcuni dati di realtà che le statistiche ci rimandano attraverso le lenti del genere e dei messaggi stereotipanti trasmessi nel corso del tempo.

Le ragazze per esempio mostrano ancora scelte professionali e di studio “indirizzate” prevalentemente verso attività culturalmente attribuite al femminile (p.e. insegnamento, lavori di cura, medicina in particolare pediatria, psicologia, ecc.) a scapito di altre possibili strade. Oggi per fortuna non mancano progetti volti a favorire l’accesso delle giovani a facoltà e percorsi di studio della cosiddetta area STEM (Scientifica, Tecnologica, Ingegneristica e Matematica), iniziando sin dall’infanzia a proporre alle bambine attività e giochi che sollecitino competenze logico matematiche piuttosto che esclusivamente legate al mondo della cura e proponendo loro modelli di donne che si sono espresse e realizzate in campi tradizionalmente attribuiti al maschile. Cito come esempio il libro “Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie” di F. Cavallo, E. Favilli, L. Baldinucci che va proprio in tale direzione.

Un altro effetto nel medio lungo periodo dei messaggi limitanti potrebbe riscontrarsi nelle difficoltà di conciliazione tra vita lavorativa e vita professionale di molte mamme, aspetto che denota una fatica nell’equilibrio tra bisogni di autorealizzazione da un lato e di appartenenza/cura della famiglia dall’altro, cui la cultura richiama le donne.

Nel mondo del lavoro, la mancanza di modelli femminili non stereotipati comporta spesso la messa in atto di comportamenti e modelli prettamente maschili, come ben descritto da frasi come “è una donna con gli attributi”, “è una uoma”. La differenzia salariale tra ruoli di pari livello ricoperti da un uomo e da una donna può sottolineare la difficoltà a negoziare, a chiedere per sé, a far riconoscere il proprio valore e a stabilire network e rete di promozione e sponsorship da parte delle donne.

In famiglia, possiamo leggere come conseguenza di un copione culturale al femminile, situazioni di dipendenza dalla famiglia di origine o dal coniuge/compagno o l’eccessiva attenzione a modelli esterni di femminilità e bellezza (vedi pubblicità, spettacolo).

Cosa fare dunque come genitori di figlie femmine? I Permessi importanti

Immagino che come genitori di figlie femmine, nessuno di noi desidererebbe queste condizioni nella vita adulta delle nostre bambine.

Che fare dunque, come famiglie, per depotenziare l’effetto di questi stereotipi e messaggi limitanti, aiutando i nostri figli, maschi e femmine, a trovare la loro dimensione, partendo da ciò che sono, da ciò che vogliono e da ciò che desiderano?

Abbiamo già detto dell’importanza in primis di riflettere su ciò che per noi significa il maschile e il femminile, ripulendolo da eventuali retaggi culturali limitanti o da modelli familiari poco flessibili, “buttando” ciò che non è più vero per noi oggi.

Da adulti siamo chiamati a riconoscere le nostre parti messe in Ombra nel processo di crescita e a recuperare potenzialità e aspetti della nostra personalità di donne e uomini per agire in modo libero, autentico, non adattato ai nostri modelli genitoriali. Non possiamo dare ai nostri figli permessi e possibilità che non siamo in grado di dare a noi stessi. Integrare le nostre parti in Luce e Ombra ci consente di conseguenza di crescere figli e di educare bambini in modo consapevole e adulto, per quello che sono e non sulla base di quello che noi vorremmo.

Come genitori, possiamo accompagnare il processo di crescita delle nostre figlie, curando con i nostri comportamenti, parole ed emozioni la trasmissione in particolare di permessi sulla possibilità di: esprimere i propri bisogni e pensieri/interessi, indipendentemente dal genere di appartenenza, di essere e vivere il proprio sesso come si desidera e non come vogliono gli altri, di essere importante (quindi chiedere ciò che si vuole per sé), di sentire e utilizzare tutte le tue emozioni (gioia, rabbia, tristezza, paura), di crescere e staccarsi dalla famiglia di origine, di pensare (anche diversamente dai grandi) e più in generale di essere se stesse ( e non come gli altri vorrebbero).

Fortunatamente la società si sta muovendo rispetto al tema della diversità di genere e anche come adulti e educatori abbiamo a disposizione nuovi strumenti di riflessione, da proporre anche ai nostri figli, sin dall’infanzia.

Esistono ormai film, storie e testi della corrente “Leggere senza stereotipi” che possono supportare il confronto in famiglia su questi temi.

Tra questi vi consiglio “La dichiarazione dei diritti delle femmine” (e naturalmente “La dichiarazione dei diritti dei maschi”), editi da “Lo stampatello”.

Quale miglior chiusura che raccontarvi quelli per le femmine? Eccoli e buona riflessione.

  1. Il diritto di essere stropicciate, spettinate, scatenate, sbrindellate

  2. Il diritto di giocare con le biglie, le macchinine, i razzi, le piste e i videogiochi

  3. Il diritto di essere geniali in matematica e non molto brave in italiano

  4. Il diritto di arrampicarsi sugli alberi, di costruire capanne, di scalare muretti e steccati

  5. Il diritto di portare scarpe da ginnastica, giubbotti, tute, bermuda e berretti

  6. Il diritto di vestirsi di blu, nero, grigio e di tutti i colori dell’arcobaleno

  7. Il diritto di scegliere il mestiere che vogliono: camionista, astronauta, poliziotta, giudice, presidente della Repubblica, scultrice, chirurga

  8. Il diritto di iscriversi a Judo, tiro con l’arco, boxe, calcio, scherma, rugby

  9. Il diritto di leggere libri gialli, d’avventura, d’orrore e di amare i film che fanno paura

  10. Il diritto di urlare, difendersi, litigare, arrabbiarsi senza essere chiamate maschiaccio

  11. Il diritto di non saper cucire, né lavorare a maglia e nemmeno mettere in ordine

  12. Il diritto di essere disgustate all’idea di cambiare un pannolino o soffiare il naso a un bambino

  13. Il diritto di portare i capelli cortissimi

  14. Il diritto di non fare sempre le principesse

  15. Il diritto di preferire chi si vuole, che sia maschio oppure femmina

Quale vi piace di più?


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