Crescere figli maschi


Crescere figli maschi

Annalisa Valsasina

E’ esperienza comune che una delle prime domande che ci si pone nel momento in cui si scopre di aspettare un figlio è “sarà maschio o sarà femmina”?

Questa domanda appare semplice e naturale, ma in realtà attorno ad essa si attivano da subito nei genitori e nell’ambiente circostante fantasie e aspettative sul bambino in arrivo o sul bambino già nato con il rischio di creare uno sguardo potenzialmente “deformato” da stereotipi o convinzioni pregresse. Il genere di appartenenza infatti rappresenta un forte catalizzatore di significati, sia sociali che individuali, che inevitabilmente influenzeranno il modo in cui ci si rapporterà al nuovo nato e il modo in cui verranno interpretati i suoi comportamenti e atteggiamenti. Un rapido esperimento per capire di cosa sto parlando: provate a elencare senza pensarci troppo 3 qualità che associate al maschile e 3 qualità che associate al femminile. Se avete figli maschi o femmine probabilmente queste 3 qualità avranno giocato un ruolo nella vostra interazione con loro, configurandosi come aspettative, più o meno esplicite.

Ma da cosa siamo influenzati sul tema del genere?

Alla base del nostro comportamento e delle nostre aspettative rispetto ai figli maschi e femmine ci sono le nostre idee sul maschile e sul femminile, idee che possono essere più o meno libere da stereotipi, ma che certamente sono influenzate dai modelli della società in cui viviamo. Tradizionalmente, per esempio, ai maschi vengono maggiormente attribuite caratteristiche come la forza, il coraggio, la determinazione, l’aggressività e alle femmine aspetti come la dolcezza, la tranquillità, la cura di sé e degli altri, ecc.

Cosa c’è che non va in queste rappresentazioni?

Nulla di per sé se non la generalizzazione, che è sempre riduttiva, e soprattutto la limitazione che spesso è determinata dal ritenere certe caratteristiche come esclusive di un solo genere.

Senza voler negare le differenze dunque e le peculiarità insite in ogni persona, il rischio è associato alla possibilità che condizionamenti culturali, stereotipi, attribuzioni di caratteristiche pre concette ai due sessi possono allontanarci dalle caratteristiche reali del figlio che come genitori abbiamo di fronte e che potrebbero essere molto diverse o in contraddizione rispetto a quello che culturalmente associamo all’essere maschi o all’essere femmine. Ho incontrato per esempio genitori preoccupati perché il loro figlio maschio di 3 anni amava portare a passeggio la sua bambola nel passeggino o non amava giocare a calcio, preferendo i travestimenti, piuttosto che mamme pronte ad impedire a bambine di 5/6 anni di correre o saltare su e giù per lo scivolo per il loro abbigliamento “da femmine”.

Dove si formano gli stereotipi e le rappresentazioni che abbiamo dei due generi?

La nostra immagine di ciò che è “femminile/maschile” deriva in primis dalla storia e dalla cultura in cui cresciamo, fortemente connotata in termini di stereotipi e generalizzazioni di genere (per approfondimenti rimando al bel testo di Graziella Priulla “C’è differenza”).

Sono attivi però non solo i messaggi che la cultura ci tramanda rispetto ai due sessi ma anche i messaggi e gli esempi che le nostre figure di riferimento (in primis i genitori, ma anche gli insegnanti e altri adulti significativi) ci hanno trasferito nel nostro processo di crescita.

Al livello sociale degli stereotipi, quindi, se ne aggiunge anche uno individuale, del tutto specifico per ognuno di noi e nato dalla storia con i nostri genitori, i primi “maschi” e “femmine” con cui siamo entrati in contatto e che abbiamo osservato, imitato, interiorizzato, con i loro limiti e potenzialità. Apprendiamo quindi dai nostri genitori cosa significa, per quel padre e per quella madre, essere maschio o essere femmina e cosa è ben “visto” e accettato rispetto a ciò che non lo è. E a queste immagini ci conformeremo. Attraverso i modelli concretamente mostrati, impareremo cosa vuol dire essere uomo ed essere donna in famiglia, in coppia, sul lavoro e nella società e questi messaggi, più o meno consapevolmente, influenzeranno il modo in cui noi stessi vivremo il nostro genere di appartenenza e lo trasmetteremo ai nostri figli. Potranno essere dei modelli flessibili e aperti, e allora avremo più opzioni di azione ed espressione, o al contrario modelli rigidi, definiti e stereotipati, riducendo anche di molte le nostre possibilità, come donne e come uomini.

Quali sono gli stereotipi culturalmente prevalenti per il maschile?

In termini di rappresentazione collettiva, il maschile si connota culturalmente come potere, razionalità e determinazione, ordine, attività e indipendenza, aggressività, emozioni intense, forza fisica e morale.

Dai bambini maschi dunque ci si aspetta – sottolineo, spesso ancora prima di “incontrarli” realmente – che siano più vitali e “fisici” (in alcuni casi l’aspettativa è confermata, in altri no), aggressivi e determinati, più lucidi, immediati e “semplici” , meno sensibili e attenti al piano delle emozioni rispetto alle bambine.

Forse vi starete dicendo che è vero, che i maschi sono proprio così. Ma attenzione, quanto queste caratteristiche derivano in realtà dall’influenza dell’ambiente su un individuo ancora in crescita?

Le aspettative culturali per esempio fanno si che sin da piccoli i maschi siano incoraggiati a impegnarsi in giochi fisici e competitivi in cui devono primeggiare e a vergognarsi rapidamente delle loro fragilità e tenerezze (“non piangere come una femminuccia”) o di giochi di cura e accudimento.

Ai bambini è proposto, dalla pubblicità, dai negozi e spesso dalle persone che si prendono cura di loro, in modo del tutto indifferenziato rispetto alle caratteristiche individuali, un mondo fatto di costruzioni, armi, macchinine, calcio …. E al contrario sono tenuti ben lontani da bambole, giochi che imitano le attività domestiche, mondi fantastici e glitterati ad esclusivo appannaggio delle bambine.

Guardate questo video e vi renderete conto di come, semplicemente vestendo con abiti femminili un bambino maschio e con abiti maschili una bambina, cambino le proposte di gioco, il modo di parlare e le aspettative degli adulti che si rivolgono loro (www.facebook.com/bbctwo/videos/10155359731070659/).

Altri dati interessanti arrivano da alcune ricerche sui neonati: uno studio del 2014, per esempio, mostra come le madri interagiscano con le parole molto più spesso con le neonate femmine che con i neonati maschi. Un altro studio condotto da ricercatori britannici ha osservato il linguaggio utilizzato dalle madri spagnole con i figli di quattro anni e ha scoperto che con le femmine usano vocaboli e argomenti legati all’emotività più di quanto facciano con i maschi.

Qual è l’effetto di una educazione al genere condizionata da stereotipi e generalizzazioni?

L’effetto principale di uno stile educativo fortemente guidato dalle aspettative di genere, piuttosto che dalle caratteristiche del bambino, è come possiamo immaginare un vincolo più o meno forte allo sviluppo armonioso e completo dell’identità personale, perché nel corso della crescita le proposte di attività, ma soprattutto le aree del Sé più sostenute e sollecitate rischieranno di essere quelle coerenti con le stereotipo o comunque con l’immagine che la società, e soprattutto i genitori, hanno di cosa significa essere uomo o donna. Verranno al contrario giudicate, tarpate, messe in ombra o poco sostenute, anche in funzione del livello di apertura e flessibilità del modello genitoriale, le aree di personalità più specifiche della persona indipendentemente dal suo genere di appartenenza.

Rispetto ai figli maschi, le parti di sé che rischiano di essere messe maggiormente in ombra nella crescita sono il sentire ed esprimere le emozioni, soprattutto tristezza e paura, il mostrarsi vulnerabile, il saper chiedere aiuto per sé, la dipendenza e necessità di protezione, la capacità di cura, empatia e vicinanza, l’introspezione.

Proiettandoci in avanti nel tempo, messaggi di questo tipo in età adulta potrebbero portare al mancato o ridotto accesso alla sfera delle relazioni, della cura, del sostegno domestico e familiare, a difficoltà di relazione con la compagna e i figli, a un’intimità parziale, a scelte professionali e di studio “indirizzate” verso attività culturalmente maschili (p.e. ingegneria, economia, ecc.) a scapito di altre possibili strade.

Cosa fare dunque come genitori di figli maschi?

Tutti i figli, maschi e femmine, andrebbero semplicemente incoraggiati a esplorare e scoprire le inclinazioni e le curiosità nel corso delle diverse fasi di vita, mettendo da parte le nostre aspettative o per lo meno rendendole consapevoli per meglio gestirle.

Come genitori teniamo presente che siamo tutti, maschi e femmine, desiderosi di affermarci e distinguerci ma anche di appartenere, di amare, di costruire relazioni significative. Tutti nasciamo con la spinta a diventare autonomi, a crescere e a conoscere e realizzarci per come specificatamente siamo. Tutti abbiamo un corredo emotivo fatto di paura, rabbia, tristezza e gioia. Tutti possediamo da bambini energia vitale, curiosità, creatività. Non lasciamo che il genere invece che uno sguardo possibile sul mondo, diventi una gabbia di vincoli e limiti.

Come genitori sappiamo che l’esempio è il primo messaggio educativo che offriamo a bambini e bambine: al di là delle parole e delle spiegazioni che possiamo fornire, ciò che profondamente conta e ha un impatto significativo sono i nostri comportamenti quotidiani, abituali, caratteristici, distintivi. In altre parole il nostro specifico modo non solo di essere uomo e donna ma anche uomo e donna in relazione tra loro.

Se partiamo dal presupposto che i bambini e le bambine sviluppano una propria visione del genere osservando chi svolge i ruoli più importanti nella loro vita, possiamo capire quanto, per un’educazione libera e paritaria, sia importante che i genitori, pur con le reciproche differenze di approccio e individualità, giochino ruoli flessibili e intercambiabili. Se un padre, per esempio, non è mai chiamato in gioco nel processo di accudimento e cura dei figli è chiaro che questi – di entrambi i generi – considereranno generalmente la madre (e le donne in generale) come l’unica responsabile del lavoro domestico e di cura. Al contrario, le ricerche mostrano che quando i genitori ricoprono ruoli di genere improntati ad un maggiore egualitarismo, i bambini sviluppano una visione del genere meno stereotipizzata e più legata alle attitudini personali e individuali, tendono a mettere in campo in seguito comportamenti di genere più paritari.

La sfida dunque è ad agire in coppia e in famiglia, per gli uomini e per le donne, sia il nostro lato “femminile” che il nostro lato “maschile”, dando così la possibilità ai nostri figli di vedere come questi aspetti si possano integrare in un’unica persona, non delegandoli ad un solo membro della coppia. Siamo plurimi, molteplici e anche contradittori: facciamolo vedere a chi vive con noi.

Al di là di questi esempi comportamentali, la strada per il cambiamento come sempre è fatta di consapevolezza, ricerca di modelli alternativi e flessibili, da sperimentare nelle nostre famiglie e da veicolare e comunicare anche nei contesti in cui ci muoviamo. Chiediamoci quindi: quali idee, concetti, attributi associamo all’essere femmina e all’essere maschio? Quali sono le differenze principali che vediamo? Ci sono cose che riteniamo assolutamente inadatte o assolutamente in linea con l’essere femmina o maschio? Sono realmente tali? Partendo da queste domande possiamo attivare una riflessione critica e capire quanto le nostre risposte riflettano idee stereotipate, o derivate dalla nostra storia personale, che oggi forse, da adulti, possiamo permetterci di rivedere, concedendo anche a noi stessi nuovi permessi e sviluppando nuove aree di personalità.

Chiudo ricordando una cosa importante: non esistono i genitori perfetti né messaggi “distorti” che non si possono recuperare. Riconoscere il modello che abbiamo ricevuto e le parti di noi messe “in ombra” (p.e. l’aggressività per le bambine o la sensibilità per i maschi) in funzione di come i nostri genitori e la società caratterizzano il maschile/femminile è senza dubbio il primo passo per recuperare le nostre potenzialità di uomini e di donne “a tutto tondo” e per offrire modelli nuovi e liberi ai nostri figli.

IN PRATICA, sul crescere figli maschi:

  • Siate consapevoli dei vostri modelli appresi sul maschile: analizzateli, attualizzateli, “buttate” ciò che non è vero per voi oggi e soprattutto ciò che non corrisponde in nessun modo alle caratteristiche reali di vostro figlio (è un buon esercizio anche per guardare davvero queste reali caratteristiche!)

  • Esplorate la vostra storia: individuate ciò che, in quanto donna o uomo, vi è stato “negato” o giudicato come non adatto, datevi il permesso di sperimentarlo oggi. Questo percorso può essere fatto in autonomia oppure, in caso di modelli rigidi, può richiedere un percorso di accompagnamento con un professionista, per recuperare le parti di noi più “sacrificate” e che non ci fanno oggi contattare tutte le risorse che possediamo

  • Osservate i vostri figli e sostenete lo sviluppo delle diverse dimensioni della loro personalità, maschile e femminile: siate dei modelli diversificati, fate vedere ai vostri bambini, adolescenti, ecc come si è mamme, mogli, lavoratrici, figlie, amiche… e padri, mariti, lavoratori, figli, amici, ecc.

  • Non giudicate i comportamenti dei vostri figli e non etichettateli in stereotipi che non riflettono le loro individualità: provate a definire le loro caratteristiche in positivo

  • Accettate infine i vostri errori e i vostri pregiudizi: liberarsi di millenni di cultura non è facile!


 

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