Il bisogno di nutrimento: ti vedo, ti nutro … ti amo


Il bisogno di nutrimento: ti vedo, ti nutro … ti amo

Diana Misaela Conti

 

Per un neonato essere nutrito equivale ad essere amato.

Negli ultimi anni si è iniziato a parlare molto di alimentazione, complici Expo 2015 e una serie di programmi televisivi, l’attenzione si è spostata sempre di più sui corretti stili alimentari e sui problemi derivanti da una alimentazione sbagliata e sui fenomeni connessi alle “patologie del benessere”, come l’obesità infantile.

L’alimentazione è un tema complesso e sfaccettato, che riguarda molto più di quanto e cosa introduciamo nel nostro corpo, proviamo insieme a partire dall’inizio.

Prima di tutto, introduciamo un concetto noto in psicologia e che è sempre bene ricordare, secondo il primo assioma della comunicazione umana: “È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all’altro soggetto” (Watzlawich, 1971). L’essere umano inizia prestissimo a comunicare, già nel ventre materno e tra i primi “momenti comunicativi” spicca, sicuramente, il momento dell’alimentazione.

“Le coccole, i giochi, le intimità del poppare attraverso le quali il bambino impara la piacevolezza del corpo di sua madre, i rituali dell’essere lavati e vestiti con i quali il bambino impara il valore di se stesso, attraverso l’orgoglio e la tenerezza della madre verso le sue piccole membra, queste sono le cose che mancano” (Bowlby 1996)

Lo psicanalista britannico John Bowlby, intuì che le interazioni tra il bambino e il caregiver1, la figura di accadimento, non solo sono fondamentali per lo sviluppo del piccolo, ma tipologie di interazioni diverse conducono a tratti di personalità diversi. Si interessò quindi allo studio di quello che definì “legame di attaccamento”. La teoria di Bowlby contrasta quella secondo cui il legame madre-bambino si basa solo sulla necessità di nutrimento del piccolo, sostenendo che il legame che unisce il bambino alla madre non è una conseguenza del soddisfacimento del bisogno di nutrizione, bensì è un bisogno primario, la cui funzione è garantire la crescita e la sopravvivenza biologica e psicologica.

Per un neonato essere nutrito equivale ad essere amato, infatti, strettamente intrecciato al bisogno biologico di alimentarsi, è presente il bisogno di quello essere amati, voluti e accettati per quello che si è (Bowlby 1996).

Possiamo quindi iniziare a intravedere quanto il momento della pappa sia vitale per lo sviluppo del bambino. Tuttavia, occorre precisare che non è obiettivo di questo articolo analizzare le differenze tra allattamento artificiale o al seno, ma semplicemente focalizzare l’attenzione sul momento del nutrimento. Perché, al di là di come esso avvenga, è una situazione che coinvolge chiunque si trovi a prendersi cura di un bambino.

Abbiamo detto, quindi, che in quest’ottica il cibo non è solo un nutriente, ma diventa un “canale comunicativo”. Il pasto è anche occasione d’incontro, in cui mangiare e comunicare sono inseparabili ed in cui non si soddisfa solo un bisogno primario, ma si risponde anche al bisogno di cura, scambio e affetto. È in questo momento che si instaura, inoltre, il rapporto tra cibo ed emozioni che manterrà forti valenze psicologiche per tutta l’esistenza.

Infatti, attraverso l’alternanza dei ritmi di suzione e respiro, il bambino inizia ad assimilare un ritmo comunicativo tra sé e fuori di sé. La madre, mentre costruisce una relazione con il proprio figlio, impara a cogliere, anche inconsapevolmente, i suoi segnali (il respiro, la tensione dei muscoli, quanto è sveglio o i tipi di pianto) e ad adattarsi di conseguenza. Di riflesso, il bambino può iniziare a sperimentare la realtà e il mondo esterno che, nei primi giorni di vita, coincidono con chi si prende cura di lui/lei. Ovviamente è normale che all’inizio, questa sintonizzazione non sia perfetta, anzi probabilmente non lo sarà mai, ma secondo alcuni studi già dal quarto giorno si produce una specie di adattamento reciproco (I. Lézine, 1981).

In Analisi Transazionale il momento del pasto è uno di quei momenti in cui si soddisfa il bisogno di riconoscimento e carezze.

Eric Berne scelse il termine carezza, per indicare l’unità di riconoscimento sociale, proprio per rievocare questo bisogno di contatto fisico degli infanti: “Con “carezza” si indica generalmente l’intimo contatto fisico; nella pratica il contatto può assumere forme diverse. C’è chi accarezza il bambino, chi lo bacia, gli dà un buffetto o un pizzicotto. […] Per estensione, con la parola “carezza” si può indicare familiarmente ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona”. Durante il momento del pasto si trasmettono anche messaggi come ““Ti voglio bene (perché sei tu)” o “È bello averti qui” (Magrograssi 2017).

In sintesi, quindi, il caregiver in questi momenti svolge almeno tre funzioni genitoriali fondamentali:

  • Proteggere: cioè la capacità di offrire cure adeguate ai bisogni del bambino, si tratta quindi dello sviluppo di una relazione di accudimento (Brazelton e Greespan, 2001) fondamentale per la creazione del legame di attaccamento.
  • Amare e sintonizzarsi: nutrire il bambino implica non solo voler bene, ma anche riuscire a entrare in risonanza affettiva con lui. Vuol dire soddisfare il bisogno fondamentale di riconoscimento ed iniziare una circolarità di carezze positive.
  • Regolare: il bambino possiede delle competenze fondamentali, è in grado, infatti, di regolare i propri stati emotivi o di percepire il senso di sazietà e fame. Tuttavia, non sa né come farlo, né tanto meno dargli un nome o trovare una soluzione. Queste modalità di regolazione vengono, inizialmente, fornite dall’adulto che “interpreta” gli stati del bambino.

Ma come fare tutto questo senza sprofondare nel terribile baratro dell’ansia da prestazione? L’alimentazione rappresenta già un momento critico nel percorso di crescita del bambino ed aggiungere altri motivi di ansia non è particolarmente utile. I dubbi sono innumerevoli, sia dal punto di vista pratico (seno, artificiale, svezzamento…etc.) che psicologico (mangia? Non Mangia!!! Cosa vuole? …etc.). Ancora una volta la soluzione è: esserci. Cercare di stare bene e di osservare attivamente il proprio figlio: insieme troverete la strada!

1 Termine inglese con cui si fa riferimento alla figura in generale di che si prende cura del bambino utilizzato per includere quei casi in cui non è la madre la figura che riveste questo ruolo.

BIBLIOGRAFIA

  • Berne E., “A che gioco giochiamo”, Bompiani, Milano, 1967.
  • Bowlby J., “Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento”, Raffaello Cortina Editore, 1996.
  • Brazelton T.B., Greenspan S.I., “I bisogni irrinunciabili dei bambini. Ciò che un bambino deve avere per crescere e imparare”, Raffaello Cortina Editore, 2001.
  • Lézine I., “L ‘interazione educativa nella prima età”, Franco Angeli, Milano, 1981.
  • Magrograssi G., “Le carezze come nutrimento. I gesti e le parole che ci fanno stare bene”, Baldini & Castoldi Editore, 2017.
  • Watzlawick P. et al. “Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi”, Astrolabio Ubaldini Editore, 1971
  • Visentini G. “Le funzioni della genitorialità” in http://www.genitorialita.it/documenti/le-funzioni-della-genitorialita/.

 


 

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